La pubblicità italiana torna a far parlare (male) di sé

12/04/2026 | _n.1-2026

Mentre, visti i tempi, la crisi dei consumi sembra essere la vera protagonista del marketing contemporaneo, alcuni svarioni rivelano poca attenzione delle aziende nei confronti dei loro clienti

di M F

“C’era una volta…. — Un re! — diranno subito i miei piccoli lettori. — No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno”. Ecco l’incipit con cui Carlo Collodi comincia le “Le avventura di Pinocchio”, celeberrima favola sulle bugie. Citiamo Pinocchio perché un famoso pubblicitario italiano, Emanuele Pirella (1940-2010) sosteneva che “la pubblicità deve dire la verità, tutta la verità, tutt’altro che la verità”. Nel caso che stiamo citando, invece parrebbe che c’era una volta un pezzo di ferro. Quello che fa dire a una rinomata compagnia pubblica di trasporto ferroviario che gli italiani sono, appunto, “un popolo di ferro”.

Ecco una bugia, di quelle che dovrebbe fare crescere il naso “ad alta velocità”, che non potrebbe neanche trovare posto in quella reboante incisione scolpita a caratteri cubitali che a Roma compare sulla facciata del cosiddetto Colosseo quadrato, come i romani chiamano il Palazzo della Civiltà Italiana. Una triste citazione di una frase pronunciata dal capo del governo dell’epoca, siamo nel 1935, quando l’Italia aggredì l’Etiopia. La cosa diventa grottesca quando lo speaker dello spot in questione ci informa che poi il “paese di ferro” si scioglie in occasione delle Olimpiadi Milano-Cortina. Immagine retorica di rara infelicità: sia che si sciolgano i binari di ferro su cui viaggia il treno, verso le Dolomiti sia – forse peggio – che si sciolgano le nevi durante le gare delle Olimpiadi invernali.

Un altro esempio ce lo offre uno spot radiofonico in cui la vocina di una bambina ci chiede di ascoltare la musica non con le orecchie, ma col cuore. Firmato: una nota carta igienica. Un esempio di infelice scatologia che sarebbe stato meglio, almeno, non avesse coinvolto una minore, ancorché in voce.

Alla vandea dell’infelicità comunicativa non sfugge il web. Una nota azienda multinazionale di telecomunicazioni, in una App che promette la migliore connessione possibile, con tanto di integrazione tra fisso e mobile, leggiamo: “Copertura del router: è tutto apposto. Non “a posto”, ma “apposto”. L’azienda che ha apposto questa dicitura dovrebbe farsi un esame, non tanto di lingua e grammatica italiana, ma di coscienza: quando si scrivono queste infelici castronerie si provoca un danno ai ragazzi che usano gli smartphone e che sono portati a credere che se lo hanno letto sull’App vuol dire che si dice così.

Poi c’è una campagna pubblicitaria che lancia un nuovo sito di scommesse sportive, nella quale compaiono come testimonial tre celebri calciatori italiani. C’è del cattivo gusto. Famosi calciatori che hanno avuto e hanno ancora un certo seguito tra i tifosi, invece che farsi portatori di valori legati all’attività fisica e allo spirito sportivo si siano prestati all’illusione del facile guadagno ricavato dalla vincita di scommesse sportive non è esattamente quello che ci aspetterebbe dalla loro reputazione. Soprattutto in uno sport spesso attraversato da inchieste sul cosiddetto calcioscommesse, con tanto di indagini sul “totonero”, e di processi per “scommessopoli”, in cui sovente sono stati coinvolti calciatori, dirigenti e squadre, dalla serie A fin dentro i campionati dilettantistici. Insomma, se uno è maggiorenne e vaccinato può fare tutto quello che la Legge gli permette di fare. Al di là di un facile moralismo, sarebbe stato meglio, tuttavia, essere più cauti quando si ha a che fare con le leggi del marketing. Come avrebbe detto Totò: “ogni limite ha una pazienza”. Come nel caso di una nota marca che si definisce “la famiglia italiana”, del cibo per animali? Macché, del pet food.

 

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