Il mito della lunga durata del governo

15/09/2026 | _n.3-2026

La storia italiana mostra che sono stati governi di breve o brevissima durata a realizzare le riforme più significative

di Guglielmo Forges Davanzati, Unisalento

Il governo Meloni si avvia al compimento del quarto anno e non fa mistero di considerare la sua lunga durata un successo in quanto tale. Contro questa narrazione, è agevole dimostrare che – almeno per quanto riguarda la politica economica – la qualità dell’azione di un esecutivo non dipende dalla sua longevità. Fra le due variabili non c’è correlazione e, dunque, la lunga durata non può essere motivo di vanto. Ciò per due ragioni: la prima riguarda la rilevanza degli interventi realizzati e le innovazioni introdotte; la seconda attiene ai risultati ottenuti.
La lettura della storia repubblicana italiana mostra innanzitutto che sono stati governi di breve o brevissima durata a realizzare le riforme più significative, ovvero quelle che hanno avuto il maggiore impatto nel tempo e per la gran parte della popolazione. Si pensi, a titolo esemplificativo, agli interventi sull’edilizia pubblica del 1949 (Governo De Gasperi, della durata di 1 anno e 8 mesi); alla nazionalizzazione dell’energia elettrica (1962), realizzata dal Moro I, un esecutivo che durò appena sette mesi e mezzo; alla nascita dello Statuto dei Lavoratori (1970) sotto il terzo governo Rumor, in carica per soli 192 giorni; alla grande riforma fiscale del 1971 (Governo Colombo, durata 1 anno e 6 mesi) e all’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale nel 1978, firmata dal Governo Andreotti (1 anno e 9 giorni).
Allo stesso modo, le migliori performance macroeconomiche della nostra storia recente sono state ottenute con esecutivi a breve scadenza. Negli anni del “miracolo economico” – dal 1951 al 1963 – il tasso di crescita medio del Pil italiano è stato nell’ordine del 6%, a fronte di una durata media dei governi di circa 10 mesi, notevolmente più alto di quello medio dell’ultimo quadriennio.
Neppure si può sostenere – come fa l’esecutivo – che la riduzione dello spread sia dovuta alla percezione di stabilità istituzionale trasmessa agli investitori. Basti considerare che tra il 1997 e il 2007 – nel susseguirsi di ben sette governi diversi – il differenziale di rendimento rispetto ai Bund tedeschi è rimasto oscillante tra i soli 20 e 50 punti base (oggi viaggia intorno ai 75 punti rispetto ai titoli decennali). La recente discesa dello spread, semmai, è dipesa dalla contrazione dell’economia tedesca.
I dati sulla crescita – che si possono considerare il termometro del successo dell’azione politica – mostrano una frenata costante: dal 4% del 2022 si è passati allo 0,9% del 2023, allo 0,7% del 2024 e allo 0,6% del 2025 (dati Istat), per una media triennale dello 0,73%. La media OCSE del tasso di crescita del Pil è stata, nel triennio 2023-2025, pari all’1,33%, a fronte del 3% registrato nel 2022. Facciamo, dunque, peggio degli altri e peggio di prima. E questo nonostante un contesto macroeconomico inizialmente favorevole, caratterizzato dal calo dell’inflazione, dal taglio dei tassi BCE e dall’ampio spazio fiscale del PNRR: fattori non determinati dalle politiche di questo governo.
Finora, l’esecutivo Meloni si è contraddistinto per aver duplicato – spesso con minor fortuna – riforme avviate dai governi precedenti. Si tratta, a ben vedere, di un filo rosso bipolare tipico della cosiddetta Seconda Repubblica: spesso è stato il centro-sinistra ad avviare un percorso tecnocratico e liberista, che il centro-destra ha poi cercato di ultimare estremizzandolo. È accaduto con la precarizzazione del lavoro (dal Pacchetto Treu del 1997 alla Legge Biagi del 2003), con l’Università (dal “3+2” di Berlinguer alla riforma Gelmini), con il federalismo fiscale – sfociato oggi nell’autonomia differenziata – e con le politiche di austerità e di privatizzazione.
Questa dinamica spiega, in parte, la convergenza al centro del governo Meloni. Un’ipotesi che rimanda al cosiddetto teorema dell’elettore mediano: la convenienza dei partiti a competere sul consenso di chi si posiziona al centro dello schieramento, assumendo che gli elettori moderati siano i più numerosi.
Ma se è vero questo apparente paradosso – per cui i governi brevi hanno fatto di più e meglio – bisogna comprenderne le ragioni profonde, soprattutto per evitare che il mito della “governabilità”, smentito dai fatti, diventi l’alibi per accentuarne le distorsioni del sistema attraverso il premierato. Le grandi riforme della Prima Repubblica erano precedute e sostenute da un’ampia elaborazione teorica, prodotta dai massimi intellettuali dell’epoca e tradotta in documenti di programmazione economica. L’obiettivo era orientare, coordinare e pianificare le risorse disponibili verso traguardi sociali e di crescita di lungo periodo (come fu il Piano Vanoni, di durata decennale). Pesavano, in quella esperienza, due fattori, del tutto indipendenti dalla durata dei singoli governi e oggi assenti: l’orizzonte di lungo periodo delle scelte politiche – contrapposto al “breve-periodismo” attuale – e la massima rilevanza che il ceto intellettuale (filosofi, economisti, giuristi) aveva nel produrre una visione di sviluppo del Paese. (Per gentile concessione di “Domani”)

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