Caro Babbo Natale
il fatto stesso che non sia possibile stabilire con certezza quanti conflitti armati siano in corso nel mondo dice chiaro che la guerra non è stata bandita né ripudiata dalla storia dell’umanità. Attualmente ci sono 56 guerre vere e proprie e un centinaio di conflitti armati di varia intensità. Centinaia di migliaia di civili sono coinvolti direttamente, perché vittime degli scontri, dei bombardamenti, delle rappresaglie. I minori e tra loro le bambine e i bambini convolti sono il 25% in più rispetto all’anno precedente, secondo le stime dell’Unicef. La guerra non produce solo morti e distruzione, ma anche carestie e malattie, mutilazioni e traumi. 64 mila bambine e bambini sono stati uccisi e mutilati in Palestina, secondo Unicef, 14.000 sono gli sfollati. 737 mila bambini ucraini risulterebbero sfollati interni a causa del conflitto. I casi relativi a Palestina e Ucraina sono parte di una catastrofe globale che riguarda decine di milioni di bambine e bambini nel mondo. Caro Babbo Natale, visto che non puoi andare a portare doni ai bimbi che non ci sono più, che ne diresti, allora, di portare in regalo ai governanti di tutto il mondo, a cominciare dai nostri, una bella dose di buonsenso? Con un biglietto in cui ci sia scritto: NOI LA GUERRA NON LA VOGLIAMO. La redazione di La Nuova Sacrofano augura ai lettori e agli inserzionisti buone feste.

L’editoriale
Sacrofano non solo ha una storia, ma anche una preistoria
La Soprintendenza ha deciso: l’amigdala ritrovata quest’estate da Gualerni verrà esposta in Biblioteca
di Piero Santonastaso
Sacrofano entra nella preistoria. Lo dimostra ritrovamento fatto il 18 agosto 2024 da Giannicolombo Gualerni, attento osservatore del nostro territorio, che da una passeggiata lungo la strada comunale della Mola, in località Rocchette, tornò con un “sasso” dalle bizzarre caratteristiche: scheggiato, appuntito, tagliente, con una forma che ricorda vagamente una mandorla. Pensò bene di portarlo alla Soprintendenza per Viterbo e l’Etruria meridionale, dalla quale fu dirottato negli uffici romani. Dopo un anno di indagini e un sopralluogo di un geologo e un archeologo, è arrivato il responso: “reperto litico identificabile come un residuo di un nucleo di schegge e inquadrabile tra una fase avanzata del paleolitico e l’età dei metalli”. Traduzione: l’oggetto risale a un periodo compreso tra i 40.000 e i 3.000 anni a.C. All’interno di questo arco temporale la successione delle epoche è: Paleolitico superiore (40.000-10.000 a.C.); Mesolitico (10.000-7.000 a.C.); Neolitico (7.000-3.500 a.C.); Età del Rame (o Eneolitico, 3.500-2.200 a.C.). Un ampio periodo nel cui estremo superiore si estinguono i Neanderthal e si affermano i Sapiens, organizzati in bande di cacciatori-raccoglitori. Piccoli gruppi di 10-20 individui che sfruttavano al massimo le risorse naturali di un territorio e poi passavano oltre. Non c’era da scialare: l’ambiente ricordava più quello della steppa e solo intorno al 10.000 a.C. cominciò a prendere le sembianze odierne, più o meno nel periodo in cui in Oriente iniziarono le pratiche agricole (in Italia un paio di millenni più tardi). In compenso c’era abbondanza di animali (elefanti, cinghiali, cavalli, buoi, cervi, lupi etc) e si raccoglievano molluschi lungo coste molto più avanzate rispetto alle attuali (il livello del mare era di un centinaio di metri inferiore, per effetto dell’ultima grande glaciazione). L’oggetto trovato da Gualerni, comunemente etichettato come “amigdala” per la forma a mandorla ma scientificamente noto come “bifacciale”, potrebbe appartenere alla fase finale del Paleolitico superiore, quello della cosiddetta cultura Magdaleniana, ma su questo è meglio lasciare la parola agli studiosi. In compenso, da cittadini, possiamo rallegrarci per l’ennesima dimostrazione di quanto antica sia la vitalità del territorio scrofanese, formatosi centinaia di migliaia di anni fa tra la parte orientale del Vulcano Sabatino (la caldera di Sacrofano) e la valle del Paleotevere che avrebbe prodotto la civiltà latina. È un’occasione preziosa per far uscire Sacrofano dall’ombra dei centri confinanti. Lo chiede lo stesso Giannicolombo Gualerni, che ha proposto il ritorno in paese del reperto, da collocare in biblioteca in una teca dedicata che sarà realizzare usando il premio in denaro destinato allo scopritore. La sindaca Nicolini si è spesa per ottenere il permesso di esporla nella Biblioteca comunale e alla fine la Soprintendenza ha detto sì: “Se è un bene prezioso che i miei concittadini conoscano la storia del paese, scoprire che il territorio di Sacrofano era già frequentato più di 10.000 anni fa è un fatto tanto sorprendente quanto promettente. Sono felice per la decisione della Soprintendenza”. “Il territorio lo ama chi lo vive”, ama ripetere Gualerni. Amiamolo tutti insieme.
Istituzioni e opportunità
Diventare una risorsa, non un semplice “nulla-ostificio”
È questo il significato del Piano di assetto ambientale, vero e proprio piano regolatore varato recentemente dal Parco di Veio
di M F

Giorgio Polesi, presidente del Parco di Veio

Danilo Casciani, direttore del Parco di Veio
Il 23 ottobre scorso, GiorgioPolesi e Danile Casciani sono stati, il primo nominato presidente, il secondo riconfermato direttore del Parco di Veio, di la cui sede è ufficialmente ospitata a Sacrofano. Il Parco di Veio copre un’area di 15.000 ettari, una cosa come 150 chilometri quadrati: siamo nell’area dell’Agro Veientano, che si estende tra la via Flaminia e via Cassia. Di questa vasta porzione di territorio gestito dal Parco, 7.000 ettari sono situati nel XV Municipio della Capitale, mentre la maggior parte della sua competenza riguarda, oltre Sacrofano, i comuni di Campagnano, Castelnuovo di Porto, Formello, Magliano Romano, Morlupo e Riano. Il Parco di Veio è a tutti gli effetti una vera e propria cintura verde, che ha arrestato il fenomeno dell’abuso edilizio e della conseguente gentrificazione, per diventare un polmone che protegge dall’inquinamento dell’aria, alimenta il microclima e protegge la biodiversità. “La legge sull’istituzione del parchi risale al 1997”, dice Casciani “e se molti cittadini negli anni sono venuti a vivere in questi territori lo si deve all’opera di tutela della flora e della fauna, il lavoro svolto con cura dalle donne e dagli uomini che operano per questa istituzione regionale”. “Parallelamente – sostiene Giorgio Polesi, neopresidente del Parco – attribuiamo grande valore alla conoscenza e alla fruizione consapevole del patrimonio naturale e culturale del parco. In questo ambito, – aggiunge – un ruolo decisivo è svolto dai nostri programmi educativi rivolti alle scuole e al pubblico più giovane: attività didattiche, laboratori, escursioni guidate e lezioni svolte in aula e sul campo dal personale esperto permettono di trasmettere i principi della sostenibilità, della tutela ambientale e del rispetto del territorio. Il Parco di Veio dipende dalla Regione Lazio, tanto più che è il quarto parco per dimensioni e importanza nella regione. In senso generale, si può dire che 100 chilometri di sentieri, 30 chilometri della via Francigena, oltre alle aree archeologiche, le necropoli etrusche, borghi medievale e ville romane sono complessivamente una forte attrattiva per il turismo culturale ed ecologico. Che tipo di sinergie sono possibili con il Comune di Sacrofano, chiediamo a Casciani. “Stiamo lavorando per la valorizzazione dell’agro-alimentate e dei prodotti tipici, che hanno bisogno di incentivi per rimettersi in moto”. Che benefici sono previsti per i cittadini dal Piano di Assetto ambientale? “Abbiamo contribuito a rendere agibile al trekking i sentieri di Monte Musino. E tolti i vincoli sul Borgo Medievale, in modo di snellire le procedure di manutenzione e ristrutturazione degli immobili, a tutto vantaggio dei residenti ma anche dell’accoglienza turistica in tutte le sue forme”. Da ultimo, Casciani conferma il via libera definitivo del Parco al progetto della rotonda all’incrocio tra la via Sacrofanese Cassia e la via Flaminia, per rendere più sicuro e agevole il traffico, sia pubblico che privato, in entrata e in uscita dal paese. Questi primi passi dovuti al nuovo Piano di assetto ambientale, una sorta di piano regolatore, sono importanti. La questione che poniamo è come essere più ambiziosi, perché oltre la conservazione del patrimonio ambientale si sviluppi la sperimentazione che individui come portare a valore questo patrimonio naturale. Il tema è come fare dell’ambiente non solo un luogo di contemplazione e di benessere psicofisico. In altri termini: è possibile ipotizzare promozione e messa in rete di esperienze di agricoltura biologica, di economia circolare, di allevamento sano, di produzione di energia solare, di turismo responsabile? È possibile attirare e poi diffondere esperienze e conoscenze nell’agroalimentare? È possibile una sinergia tra il Parco di Veio, il Comune di Sacrofano, l’Università Agraria e Università degli Allevatori di Bestiame, per fare sistema, coinvolgendo anche i Comuni limitrofi? Sulla spinta del Parco, tutti i soggetti interessati possono essere una risorsa a tutto vantaggio delle comunità interessate, e non semplicemente portatori di obblighi verso i cittadini.
La fotonotizia

I murales di Sacrofano sono entrati nella Piattaforma della Regione Lazio dedicata alla Street art. “È un risultato lusinghiero ottenuto dalla collaborazione tra il Comune e le artiste di Sacrofano”, dice Vanda Braghetta, consigliera con delega alla Cultura. Le opere, oltre che dal vivo, possono essere consultate su: https://laziostreetart.regione.lazio.it/?e-filter-7656dd9-category=roma-capitale
25 novembre
Perché gli uomini ammazzano le donne?
A proposito della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne
Partecipando a “Un patto di libertà: le comunità che dicono no alla violenza di genere”, appuntamento nel quale si sono confrontate sul tema alcune presidenti dei Municipi della Capitale, sindache della Città Metropolitana, rappresentati della Regione Lazio e di associazioni, Patrizia Nicolini ha detto: “Parto da una riflessione personale, che è anche profondamente politica. Nella mia esperienza istituzionale, l’autorevolezza femminile viene spesso riconosciuta solo quando assume i tratti della durezza, della voce alta, della conflittualità. Questo rivela un problema culturale ancora enorme: continuiamo ad associare la forza a un modello che richiama la violenza”. Secondo la sindaca di Sacrofano è un problema culturale. Non c’è dubbio sia così. La domanda è: da cosa dipende questo comportamento? La domanda è lecita, in considerazione dalle conseguenze della differenza di genere. A cominciare una ricerca condotta nel 2024 dall’Inps che conferma che le donne guadagnano meno dei loro colleghi maschi: il 29% è la differenza.
Notizia che appare come semplice trafiletto sui quotidiani italiani, nonostante l’enormità del gap salariale: a uno stipendio di 29.967 euro di un dipendente può corrispondere una remunerazione di 19.833 euro di una sua collega, a parità di ruoli e di ore lavoro svolte. Stesso lavoro, differente remunerazione. In una società ogni giorno di più refrattaria ai principi dell’uguaglianza, in cui il valore delle persone è calcolato in base alla ricchezza posseduta, chi guadagna di meno, vale di meno. Va da sé, che chi vale di meno sia soggetto alla subalternità. In un bel libro di Antonella Viola, scienziata di Patologia generale, leggiamo: “La vera svolta nelle relazioni umane avviene però circa 10.000 anni fa, con la rivoluzione agricola. La transizione da società nomadi a comunità stanziali, basate sull’agricoltura, introduce concetti radicalmente nuovi: la proprietà privata e l’eredità. In questo senso la monogamia acquisisce un valore strategico. Gli uomini, desiderosi di garantire che le loro risorse venissero tramandate ai discendenti diretti, avevano un interesse personale nel limitare le attività sessuali delle proprie partner. È possibile che il matrimonio, inteso come istituzione sociale, sia nato proprio in questo periodo, per rafforzare la stabilità dei legami e tutelare le linee ereditarie. Le religioni e le leggi hanno contribuito a consolidare la monogamia come strategia riproduttiva e relazionale prevalente, fino ai nostri giorni”. (“Parliamo d’amore”, Feltrinelli 2025, pag. 95). Ecco, in sintesi, spiegato come è nato, si è affermato e tutt’ora s’impone, anche con la forza, il patriarcato, la causa della violenza di genere: secondo Wired Italia, una donna su tre, tra i sedici e i 75 anni, dichiara di aver subito almeno una forma di violenza fisica o sessuale. Dunque, è vero, come ha sostenuto la sindaca Nicolini al convegno di cui è stata invitata, che il problema è culturale. Ed è vero anche che gli strumenti culturali a disposizione degli Enti Locali subiscono la penuria di disponibilità finanziarie, fenomeno relativo al continuo decremento delle risorse destinate al welfare.
Il fatto è che i cambiamenti necessari alla “eliminazione della violenza contro le donne”, scopo della giornata internazionale del 25 novembre, sono profondamente strutturali, riguardano le basi politiche, sociali ed economiche su cui poggia la nostra società.
I luoghi
Sacrofano e Il Grottino sono cresciuti insieme
Storia di un ristorante che negli anni è divenuto un luogo simbolo
di Marco Ferri

Lino Tiberi (1934-2023)
Quella che raccontiamo è la storia di un’altra Italia, nella quale uomini e donne uscirono dalla condizione di povertà economica e culturale, in cui l’arretratezza sociale rendeva difficile la vita quotidiana, per riuscire non solo a migliore le proprie condizioni materiali, a renderle utili e profittevoli per i propri familiari, ma anche, e soprattutto, a costruire esperienze che hanno lasciato un segno ben visibile nella comunità in cui vennero a inserirsi. Parliamo di Tonino Tiberi, padre di Lino, per tanti lo storico il patron del Grottino, il ristorante più famoso di Sacrofano.
Berardo, detto Lino, classe 1934, è dunque figlio di un ciabattino abruzzese, nativo di Basciano, in provincia di Teramo, emigrato nel dopoguerra. In quegli anni Sacrofano conta più o meno 1.600 abitanti. Lino Tiberi nasce a Sacrofano, un piccolo paese rurale, con la sua economia legata all’agricoltura e all’allevamento del bestiame, che muove i primi passi nell’equitazione. Lino è un sarto e apre il suo laboratorio in piazza XX Settembre, in quella che ancora oggi viene chiamata la piazza di Sacrofano, dove appunto sarebbe poi nato il Grottino. “La sartoria occupava quei locali che oggi ospitano gli uffici di una agenzia immobiliare”, dice Vilma, la maggiore delle tre sorelle Tiberi. “Il Grottino nasce nel 1958 come fraschetta”, dice Sabrina seconda figlia di Lino, che dal 2013 ha assunto il ruolo di titolare del ristorante. Si chiamavano fraschette perché un ramoscello di ulivo, o vite oppure alloro (una “frasca) fungeva da insegna .“La fraschetta all’inizio occupava lo spazio che poi sarebbe diventato il vano cucina, che papà trasformò in quel luogo tipico degli anni Sessanta, quelle osterie famose soprattutto ai Castelli Romani, per essere piccoli e accoglienti locali in cui portarsi da mangiare da casa, consumare il vino e magari gustare prodotti tipici del territorio, per esempio formaggi, salumi, la famosa porchetta”, ricorda Sabrina. Grazie alle tavolate dei gitanti della domenica, e alle soste di lavoratori che durante tutti i giorni della settimana si fermavano per la pausa pranzo, la reputazione del locale crebbe. Fu così che Lino decise di ingrandirsi. All’epoca non c’erano ancora leggi rigide sulle norme edilizie, e questo facilitò la trasformazione della fraschetta nel ristorante che poi tutti conobbero e frequentarono, e che divenne col tempo capace, tra gli anni Ottanta e Novanta di gestire fino a cinquecento coperti, su tre piani.
“Il Grottino fu una meta preferita da quello che negli anni Sessanta si chiamava il jet set, che Fellini definì ‘Dolce vita’ con il suo famoso film” ricorda Sabrina,” qui si poteva incontrare Soraya, la consorte dello Shah di Persia.” Vilma ricorda di quella volta che suo padre Lino fu coinvolto in una scazzottata con un paparazzo, contro cui si era scagliato Ugo Tognazzi, sorpreso a tavola con un’ospite femminile, la cui identità avrebbe gradito non apparisse sui giornali. D’altronde, l’assidua frequentazione dei divi del cinema è testimoniata soprattutto dal fatto che più di una volta il ristorante fu utilizzato come set di film famosi, come si può vedere in “Vacanze intelligenti”, episodio di “Dove vai in vacanza?”, del 1978 diretto e interpretato da Alberto Sordi.
Vilma, Sabrina e Cristina, le tre figlie di Lino Tiberi hanno tutte lavorato nel ristorante di papà durante i fine settimana, come succede a tutte le conduzioni famigliari. Del resto, tutte e tre le sorelle hanno potuto studiare e costruirsi il loro futuro. Ecco che riemerge l’Italia che sembrerebbe non esserci più: la storia di un uomo con la terza elementare, che ha affrontato i sacrifici familiari dell’emigrazione, che è partito da zero, il cui lavoro sodo ha permesso alle figlie di progredire, e le figlie che, consapevoli dei sacrifici della famiglia, quei sacrifici li hanno sempre onorati, conseguendo i risultati per i quali furono investiti i guadagni e le aspettative del padre.
Sabrina, dopo essersi diplomata, ha scelto di continuare a lavorare al Grottino, per poi diventare la titolare dell’attività, imponendosi in una gestione meno “fondamentalista” di papà, che avrebbe preteso, per esempio, che i clienti consumassero piatti abbondanti. “Capivo che i tempi erano cambiati, che la fame degli anni del dopoguerra e del boom economico era cambiata, era diventata il buon appetito di oggi, fatto di porzioni meno ingombranti, mentre alla quantità si è andata sostituendo la varietà dei cibi, con attenzione agli ingredienti, per coniugare gusto con salute”, ricorda Sabrina. Che non ha solo preso il posto del padre, si è ritagliata uno spazio molto personale, mettendo in luce i suoi personali pregi, sempre apprezzati dai clienti. D’altronde, ricorda Vilma, “papà non era un uomo facile, ricordo ancora quella volta che mia madre agguantò una padella e lo rincorse per tutto il ristorante”.
La storia della famiglia Tiberi, la storia del Grottino rimarrà sempre un capitolo della storia di Sacrofano, dico a Sabrina “Non un capitolo, ma un libro, scritto lungo 67 anni di attività”, afferma Sabrina “per noi, che siamo arrivati all’ultima pagina, è il momento di chiudere la copertina di questo libro, e di consegnarlo alla memoria collettiva di Sacrofano”. Per molti anni, andare a Sacrofano significava andare al Grottino. C’è da augurarsi che il sequel della gestione del ristorante, tanto per rimanere idealmente in ambiente cinematografaro, si conquisti il medesimo, duraturo successo.
Nel prossimo numero

Foto di Romeo Marcori
Viaggio nella Sanità pubblica, accompagnati da Lina Cardarelli, consigliera comunale con delega alla Sanità
La rcensione
Un semplice incidente
Siamo convinti che il Teatro Ilaria Alpi possa esprimere un cartellone stagionale e anche diventare una sala cinematografica con una vera e propria programmazione. Ecco uno dei film che ci piacerebbe vedere a Sacrofano.
di Riccardo Tavani

Un’auto con alla guida un uomo, e a bordo sua moglie e sua figlia adolescente, investe un animale. Il mezzo non funziona più bene. La famigliola riesce a raggiungere un’officina. Qui un addetto, non visto, riconosce la voce di quell’uomo, e il semplice incidente si sviluppa immediatamente in una vicenda maledettamente complicata. L’uomo, infatti, si è ritrovato improvvisamente davanti il proprio doloroso passato di prigioniero politico a lungo torturato. Un passato da seppellire, ma insieme a quell’uomo la cui voce lo rappresenta. Jafar Panahi, il regista di questo film, all’inizio della carriera è anche stato assistente di un altro grande regista iraniano, Abbas Khiarostami. Nel 1997 Kiarostami vince a Cannes la Palma D’oro con Il sapore della ciliegia. Anche lì protagonista è un seppellimento. Altrettanto maledettamente complicato. Un uomo vuole suicidarsi. Ha già scavato la buca dove si ammazzerà, ma cerca qualcuno che gli butti la terra sopra. La buca è protetta dalla gentile ombra di un alberello. Un alberello, ma completamente spoglio, lo troviamo in questo film di Panahi. È esplicitamente l’alberello nudo di Aspettando Godot, la celebre pièce teatrale di Samuel Beckett. Nel Sapore della ciliegia, dunque c’è un uomo che vuole seppellire il suo futuro. In Un semplice incidente, invece, due uomini e due donne vogliono seppellire il proprio passato. In piccolo è un’intera collettività: quella iraniana. Ma passato e futuro presentano alla coscienza un dilemma cruciale. Si riuscirà a spezzare la ciclica follia che induce chiunque è in superiorità di forza a decretare una vittima da sopraffare, anche se lui stesso ha subito e porta ancora i segni vivi della sopraffazione di quando è stato vittima? Palma D’Oro a Cannes 2025. Distribuzione Lucky Red. Durata 101 minuti.
Ex Libris
a cura di M.F.
Se neanche l’Intelligenza artificiale ce la può fare

a cura di M F
In inglese, circa 30.000 classici letterari, televisivi e cinematografici, senza contare i molti altri tutt’ora da riscoprire, pesano su di noi. Immensamente più numerose sono le opere appena meno importanti. In letteratura e nelle arti performative, i sistemi di trasmissione si sono moltiplicati, ma perlopiù le opere indagano ed esprimono l’essenza del genere umano, e parliamo soltanto del settore della narrativa. Esiste un numero perfino maggiore di classici in ambito saggistico: storiografia, letteratura scientifica e naturalistica, biografia, politica, antropologia e via dicendo, un’incommensurabile miniera di tesori. C’è poi tutta la spazzatura ad alto contenuto informativo, oltre a scambi diplomatici, giurisprudenza, accordi commerciali, pornografia, attività giudiziaria, manuali di istruzione, regolamenti industriali e, in aggiunta a tutto questo, miliardi se non trilioni di banali scambi digitali quotidiani, di mode e tendenze virali, di scandali e abusi, più il torrente delle notizie di ogni giorno. Difficile ora rimpiangere che l’intelligenza artificiale non abbia fatto in tempo a contribuire in modo sostanziale all’accumulo, prima che le catastrofi prodotte dall’uomo ne rallentassero il progresso. Il colossale passato preme forte sul presente, come gli oceani, le piogge e i venti su scogliere di tufo. (“Quello che possiamo sapere”, Ian McEwan, Einaudi.)
Il racconto
Il mio Canto di Natale a Sacrofano
di A I
Ormai il Natale, pur restando la festa più popolare e attesa dell’anno, si è trasformato in un bene commerciale, sfruttato in ogni angolo del mondo qualunque siano le usanze religiose o laiche. Si deve al grande Charles Dickens lo sdoganamento del Natale. Era il 1843. Scrisse e pubblicò Canto di Natale che in pochi giorni generò una passione collettiva tanto che la popolazione iniziò a far rivivere alcune tradizioni in disuso come i canti natalizi che erano percepiti come vecchi e fuori moda. Seguì poi il racconto breve L’albero di Natale il cui successo fu enorme introducendo la tradizione di condividere in famiglia la decorazione dell’albero, ancora oggi un rito amatissimo. Arrivò così dalla penna magica di Dickens lo spirito del Natale. A Sacrofano venivamo per la Vigilia per stare con nonni, zii e cugini. A noi bambini non si davano regali perché la festa più ambita era la Befana. Il cenone. Ceci e baccalà, broccoli fritti, spaghetti con il tonno e dolci fatti in casa con ostie croccanti di noci, biscotti, frittelle di mele, torroncini e i mandarini. Non c’era l’albero. Neanche Babbo Natale, invenzione della Coca-Cola. Il Presepe era il protagonista. Si faceva con il muschio arroccato negli anfratti delle ripe, il ghiaino per i sentieri dei pastori, la carta disegnata con il firmamento per la grotta sacra, lo specchietto per il laghetto, l’angelo con le ali spiegate e la cometa. Nella grotta, fatta di legnetti e paglia si infilavano Maria, Giuseppe, il bue e l’asinello. Il Bambinello veniva posato allo scoccare della magica mezzanotte. Nel camino un ciocco di quercia enorme. Il paese diventava deserto e silenzioso. La tavola veniva imbandita con la tovaglia bianca, quella buona. A noi bambini toccava scrivere la letterina con i buoni propositi. La letterina veniva infilata sotto il piatto del papà. Talvolta eravamo costretti a recitare una poesia imparata a memoria a scuola. C’era l’usanza di lasciare una forchettata di spaghetti al tonno per Gesù Bambino, che venivano gettati sul ceppo acceso al suono delle campane di San Biagio che annunciavano la nascita. E allora con gioia si cantava “tu scendi dalla stelle o Dio del cielo”. Noi bambini sfiniti dalla lunga veglia eravamo quasi sempre addormentati in braccio a mamme o nonne, ma non si sa come, all’indomani ci sembrava di aver cantato a squarciagola quel magico Canto di Natale. Buon Natale a tutti.
Il verso giusto
FANCY
a cura di Monica Maggi
Ho un bosco. Un grande bosco che non ho
e le più belle aiuole
che crescono di foglie fiori cose
parlanti. Colori di farfalle
vanno danzando e si posano alle rose
con applausi. Ai piedi ho un mare bianco
di giochi e di criniere, in alto il cielo
che hanno tutti con lune e con soli
e luoghi di nuvole e tuoni
lampi socchiusi e doppi arcobaleni
(Daria Menicanti, da Ferragosto, Lunarionuovo, 1986)

Daria Menicanti (Piacenza, 1914 – Mozzate, 4 gennaio 1995), poetessa, insegnante e traduttrice italiana. In lei si mescolano il registro sarcastico e ironico e quello più sottile della malinconia. Per Lalla Romano la sua era “una voce nuova, moderna e classica, per niente alla moda, ma libera e anche audace”.
Le comunità
I giovani romeni e lo spettro della guerra: tra sfiducia, paura e disillusione
La pensano come la stragrande maggioranza delle ragazze e dei ragazzi italiani: guerra? No, grazie.
Di Cristina Cotarda
Con il riaccendersi delle tensioni nell’Europa dell’Est, molti romeni si trovano a riflettere su uno scenario che fino a pochi anni fa sembrava impensabile: considerando che il servizio militare obbligatorio in Romania è stato abolito, cosa accadrebbe se la Russia puntasse lo sguardo anche sulla Romania, nonostante la protezione garantita dalla NATO?
L’ipotesi rimane improbabile, ma il timore riporta al centro del dibattito un tema che attraversa e generazioni più giovani: chi sarebbe disposto a difendere il Paese in caso di conflitto?
Per comprendere come i romeni guardino a un’eventuale mobilitazione, ho raccolto testimonianze di diversi giovani del paese. Ne emerge un quadro complesso, segnato da sfiducia nelle istituzioni, timori reali e un forte rifiuto dell’idea di un sacrificio imposto dall’alto.
Molti dei ragazzi intervistati affermano che non si sentirebbero pronti a combattere. Non per mancanza di attaccamento alla patria, ma perché non vogliono essere chiamati a pagare “le conseguenze di decisioni politiche prese senza di loro e spesso contro di loro”.
Un sentimento ricorrente è quello di un legame profondo con la Romania, ma accompagnato dalla convinzione che la guerra non sia la strada. Lo Stato, spiegano, non ha creato un rapporto di fiducia tale da convincerli a rischiare la vita per esso.
Le testimonianze raccolte indicano una prevalente resistenza a partecipare direttamente a un conflitto armato. Non si tratta, spiegano i giovani intervistati, di mancanza di attaccamento alla Romania, bensì di una valutazione realistica dei propri limiti e del contesto istituzionale.
“Non mi sentirei pronto a combattere,” afferma uno dei ragazzi. “Non perché non tenga al mio Paese, ma perché non voglio pagare le conseguenze di decisioni politiche prese senza di noi e, spesso, contro di noi.”
Un altro intervistato sottolinea la distanza tra la propria generazione e la preparazione militare:
“Non andrei in guerra perché non ho alcuna preparazione. Faccio parte della generazione che sta ore davanti al computer, e questo non aiuta in guerra. Però darei una mano in qualsiasi modo possibile solo non combattendo fisicamente o con un’arma in mano, perché non ne uscirebbe nulla di buono.”
A oltre trent’anni dalla Rivoluzione del 1989, nella coscienza collettiva permane un senso di disillusione. Molti giovani raccontano di un paese che, nonostante i progressi, non ha saputo garantire sicurezza sociale ed economica. Questo indebolisce la motivazione a “difendere lo Stato”. La prospettiva del conflitto acuisce questo malessere: l’idea di sacrificarsi appare non solo ingiusta, ma anche inutile.
“Non voglio morire per un ideale che non sento mio”, afferma uno degli intervistati. Una frase che sintetizza lo spirito di un’intera generazione: la Romania conta, ma non al prezzo della vita in una guerra percepita come assurda e anacronistica.
Il quadro che emerge è quello di un Paese in cui il senso civico non è scomparso, ma ha assunto nuove forme.
I giovani non rifiutano l’idea di proteggere ciò che amano — la propria famiglia, la propria casa, la propria comunità — ma non accettano più la retorica del sacrificio per “idee e ideali astratti”.
In un mondo segnato dall’incertezza geopolitica, la loro voce racconta una verità spesso taciuta: la guerra, per chi è cresciuto dopo il 1989, non rappresenta l’eroismo, ma il fallimento della politica.
Le interviste raccolte mostrano un sentimento diffuso: nessuno vuole andare in guerra.
TINERII ROMÂNI ȘI UMBRA RĂZBOIULUI: ÎNTRE NECREDINȚĂ, FRICĂ ȘI DEZILUZIE

Pe măsură ce tensiunile din Europa de Est se reaprind, mulți români se gândesc la un scenariu care părea de neconceput până acum câțiva ani: ce s-ar întâmpla dacă Rusia și-ar îndrepta atenția spre România, în ciuda protecției oferite de NATO? Având în vedere că serviciul militar obligatoriu a fost abolit în România.
Ipoteza rămâne puțin probabilă, dar teama aduce în prim-planul dezbaterii un subiect comun în rândul generațiilor mai tinere: cine ar fi dispus să apere țara în caz de conflict?
Pentru a înțelege cum privesc românii o potențială mobilizare, am adunat mărturii de la mai mulți tineri din țară. Se conturează o imagine complexă, marcată de neîncredere față de instituții, temeri reale și o respingere puternică a ideii unui sacrificiu impus de sus.
Mulți dintre tinerii intervievați spun că nu s-ar simți pregătiți să lupte. Nu pentru că le lipsește atașamentul față de țara lor, ci pentru că nu vor să fie chemați să plătească „consecințele deciziilor politice luate fără ei și adesea împotriva lor”.
Un sentiment recurent este cel al unei legături profunde cu România, dar însoțit de convingerea că războiul nu este calea de urmat. Statul, explică ei, nu a creat o relație de încredere suficientă pentru a-i convinge să-și riște viața pentru el.
Mărturiile colectate indică o rezistență predominantă la participarea directă la un conflict armat. Nu este vorba, explică tinerii intervievați, de o lipsă de atașament față de România, ci mai degrabă de o evaluare realistă a propriilor limite și a contextului instituțional.
„Nu m-aș simți pregătit să lupt”, spune unul dintre tineri. „Nu pentru că nu mi-ar păsa de țara mea, ci pentru că nu vreau să sufăr consecințele deciziilor politice luate fără noi și adesea împotriva noastră.”
Un alt tanar subliniază decalajul dintre generația sa și pregătirea militară:
„Nu aș merge la război pentru că nu am nicio pregătire. Fac parte din generația care petrece ore întregi în fața calculatorului, iar asta nu ajută în război. Dar aș da o mână de ajutor în orice mod posibil, atâta timp cât nu lupt fizic sau nu port o armă, pentru că nu ar ieși nimic bun din asta.”
La mai bine de treizeci de ani de la Revoluția din 1989, un sentiment de deziluzie persistă în conștiința colectivă. Mulți tineri vorbesc despre o țară care, în ciuda progreselor, nu a reușit să garanteze securitatea socială și economică. Acest lucru slăbește motivația de a „apăra statul”. Perspectiva unui conflict exacerbează această stare de rău: ideea de sacrificiu pare nu doar nedreaptă, ci și zadarnică.
„Nu vreau să mor pentru un ideal care nu mi se pare al meu”, spune unul dintre intervievați. O frază care rezumă spiritul unei întregi generații: România contează, dar nu cu prețul vieții într-un război perceput ca absurd și anacronic.
Imaginea care se conturează este cea a unei țări în care simțul civic nu a dispărut, ci a căpătat forme noi.
Tinerii nu resping ideea de a proteja ceea ce iubesc – familia, casa, comunitatea – dar nu mai acceptă retorica sacrificiului pentru „idei și idealuri abstracte”. Într-o lume marcată de incertitudine geopolitică, vocile lor transmit un adevăr adesea nerostit: războiul, pentru cei care au crescut după 1989, nu reprezintă eroism, ci eșec politic.
Interviurile pe care le-am colectat dezvăluie un sentiment larg răspândit: nimeni nu vrea să meargă la război. (Traduzione di Cristina Cotarta).
Prodotti tipici
Non c’è pace tra gli olivi di Sacrofano
Tra mosca olearia e maltempo, raccolti ridotti e qualità in calo
di Simone Bianchini, agronomo
La stagione della raccolta delle olive nel nostro comune si avvia alla conclusione e, per molti, è come se non fosse mai davvero iniziata. Dopo un inizio incoraggiante, con una buona allegagione, che lasciava presagire un’annata generosa, la situazione è rapidamente cambiata. A mettere in crisi gli oliveti è stata soprattutto la mosca delle olive, che quest’anno ha trovato condizioni particolarmente favorevoli. Le infestazioni hanno danneggiato una parte significativa dei frutti, riducendo la produzione e compromettendo la qualità delle olive rimaste sane. A ciò si sono aggiunti alcuni episodi di maltempo estivi che, pur senza raggiungere livelli di eccezionalità, hanno ulteriormente compromesso i frutti in fase di accrescimento, favorendone la caduta prematura. Nel nostro territorio, dove la coltivazione dell’olivo è per lo più un’attività a carattere familiare e non sono presenti grandi realtà professionali, le conseguenze si percepiscono soprattutto nella quotidianità. Molti hanno raccolto poco o nulla; altri, scoraggiati, hanno rinunciato del tutto a entrare in campo. Anche la qualità dell’olio risulta inevitabilmente penalizzata: le olive danneggiate tendono infatti a ossidarsi più facilmente, dando origine a un prodotto meno profumato, con acidità più elevata e caratteristiche organolettiche inferiori. Rimane, però, la dedizione di chi continua a curare gli ulivi come parte del paesaggio e dell’identità del nostro comune, nella speranza che la natura possa offrire presto una stagione più generosa.

Restaur/Azione
Il collare del tabernacolo di San Giovanni
Un’opera databile alla fine del Quattrocento nel cuore del borgo medievale
di Alessia Felici
Incastonato al centro del tamburo dell’abside della Chiesa di San Giovanni Battista si trova un pregevolissimo tabernacolo in marmo, dorato e dipinto, in chiaro stile rinascimentale. La scritta “HIC EST PANIS QUI DE CAELO DISCENDIT” ricorda che all’interno è custodita l’ostia consacrata. Tra i numerosi simboli scolpiti lateralmente sulle paraste e annessi al martirio di Cristo, in basso nella zona centrale appare anche lo stemma D’Aragona-Orsini (Gentil Virginio Orsini D’Aragona) che daterebbe l’opera alla fine del Quattrocento. Lo stile e la manifattura del tabernacolo lo legano strettamente ad una serie di tabernacoli di committenza Orsiniana presenti ancora in varie chiese del territorio appartenenti un tempo al Ducato di Bracciano. Possiamo ricordare quello presente nella chiesa di San Michele a Formello o quello nella chiesa di Santa Maria Assunta a Trevignano. Ma vi è ancora un altro elemento che aggiunge un dettaglio significativo al nostro tabernacolo, una collana scolpita in bassorilievo che circonda lo stemma nobiliare, costituita da conchiglie alternate a fiocchi annodati, da cui pende un particolare amuleto, visibile solo a luce radente: l’immagine dell’Arcangelo Michele che schiaccia il drago. Si tratta del simbolo inconfondibile dell’Ordine di San Michele. Fondato nel 1469 da re Luigi XI nel castello di Amboise l’ordine cavalleresco nasce per la difesa della Fede e del Regno. Fu istituito per rivaleggiare con l’Ordine del Toson d’Oro (inglese, fondato nel 1430 da Filippo III di Borgogna) e fu dedicato all’Arcangelo Michele, per aver accordato la sua protezione al regno contro gli inglesi durante la guerra dei Cent’Anni e considerato ancor oggi il protettore di Francia. I cavalieri che ne facevano parte erano legati al re di Francia da una rete di fedeltà, simbolicamente rappresentata dal collare qui rappresentato.

Scoperte
Ragionando su due piedi, parte seconda
Continua il viaggio alla scoperta delle bellezze del nostro territorio
A cura degli Esploratori Veientani (*)
Riprendiamo il cammino alla volta di Sacrofano e dopo aver superato alcune colline alternate a verdeggianti prati raggiungiamo dapprima un sito archeologico legato alla figura di San Silvestro, l’eremo dove soggiornò il santo, un ipogeo dalla doppia entrata dove sono ancora visibili all’interno tracce di pigmenti delle pitture rupestri che ornavano l’ambiente. È presente in loco un cunicolo ancora funzionante e accessibile che drena le acque di una sorgente posta all’interno. Dopo una breve pausa e scivolando successivamente verso valle raggiungiamo la piana di Monte Cavallaro dove il nome stesso è originato dalla presenza di numerosi cavalli. Al nostro passaggio, che rompe l’atmosfera del luogo, alcuni di qloro loro si voltano a curiosare. Di lì a poco, camminando per circa un chilometro su quello che è chiamato Noce Cristo, raggiungiamo il paese in cerca del primo bar per consumare una veloce colazione. Riprendiamo la marcia che da ora fino alla sommità di Monte Musino assume una pendenza, per un paio di chilometri, che ci farà parecchio sudare. La sommità, quasi 400 metri, risulta la più alta dell’intero Parco di Veio. In “Viaggio in Etruria “, l’esploratore britannico George Dennis ci racconta che su quel monte si svolgevano in era arcaica riti sacrificali di tipo eleusino. Circondata dall’area boscata è presente qui una radura che i locali hanno chiamato Pratarina Tonna, uno stupendo terrazzo che si apre su tutto l’agro veientano e che ci offre uno spettacolo superlativo. L’orizzonte lontano evoca vastità, bellezza, libertà e mistero superando i confini spazio-temporali. Attraversata l’area boscata si aprono davanti ai nostri occhi nuovi prati dove pascolano armenti di bovini ed equini. Ci avviciniamo alla meta. Dopo aver superato il cunicolo di Costa Domaccia e scavallato la strada provinciale ci infiliamo nel sentiero che ci porterà alla nostra meta: le Sorgenti del Cremera con le sue concrezioni che riempiono l’enome costone tufaceo. Da una parete ornata dal capelvenere scende l’acqua zampillante che va ad alimentare il bacino del nostro fiume, quel fiume che dopo un bel tragitto e dopo aver bagnato quella che fu l’antica città di Veio si va a gettare nel Tevere all’altezza della diga di Castel Giubileo. Le Sorgenti evocano sacralità e hanno quel potere di incantare ed ispirare. Come scrisse Mario Rigoni Stern: “Basterebbe una passeggiata in mezzo alla Natura, fermarsi un momento ad ascoltare, spogliarsi del superfluo e comprendere che non occorre poi molto per vivere bene”. (2-Fine).
[*] Luigi Perini, Francesco Braghetta, Giannicolombo Gualerni, Petro Macrì.
I luoghi
La cartoleria di Sacrofano, il “refugium peccatorum” degli scampati al digitale
Nel regno del cartaceo sono benvenuti gli scolari, ma anche gli adulti alle prese con la burocrazia
di Marco Ferri

Le cartolerie hanno un fascino antico, fatto di penne e matite, quaderni e bloc-notes, album e diari, pastelli e pennarelli, agende calendari, biro e stilografiche. Qui l’aggettivo “cartaceo” suona come un dispregiativo, se non come un insulto al vecchio mondo del “saper leggere, scrivere e far di conto”, come si diceva un tempo per definire l’istruzione primaria. Gli scolari delle elementari e delle medie vengono qui, soprattutto all’inizio dell’anno scolastico, per il “corredo” di cancelleria che li accompagnerà tutto l’anno. “Nel corredo è prevista anche un risma di carta” dice Paola D’Agostino che con il figlio Claudio gestisce l’attività, “ma francamente non so a cosa possa loro servire”. Probabilmente a fare fotocopie, utili alle lezioni o alle esercitazioni. “In epoca di digitale” argomentiamo “una cartoleria che ogni giorno accoglie decine di clienti di tutte le età sembra una gradevole anomalia”. Claudio Lembo, che da un paio d’anni è a tutti gli effetti il titolare della cartoleria che da 13 anni è attiva in via della Stadio, ci racconta una storia diversa. Diplomato al liceo informatico è un appassionato di computer e stampanti, tanto da essersi specializzato anche in riparazioni. La stampante lavora a ciclo continuo, perché molti sono i clienti che hanno bisogno di fotocopie, sia per lavoro che, e soprattutto, per gli adempimenti burocratici richiesti dalle istituzioni pubbliche. “Spesso si forma la fila di persone che hanno bisogno di aprire una e-mail” dice Paola “una e-mail che contiene una bolletta da pagare, o un avviso dell’Inps”. Ecco svelato l’arcano: il tempio del famigerato cartaceo è diventato un porto sicuro per chi rischia di naufragare navigando su Internet. “Ci capita spesso di essere utili a chi deve chiedere lo Spid”, dice ancora Paola D’Agostino “per non parlare di coloro che hanno bisogno di scoprire quali insidie nasconda il cassetto fiscale dell’Agenzia delle Entrate”. “Vengono da noi per scaricare da Internet e stampare le bollette che poi vanno a pagare alle Poste”, dice ancora Claudio “ma anche i moduli richiesti dal Caf per fare la domanda per un sussidio”. Un bonus, come si chiama oggigiorno. In effetti, la nostra conversazione si interrompe spesso per servire un cliente di fogli di carta, usciti dal computer attraverso la stampante o trattati dai messaggi luminosi della stampante, quei moduli predisposti dalla burocrazia digitale, che, se possibile, è ancora più arcigna di quella analogica, con la quale almeno, sia pur senza un vero vantaggio, se non per uno sfogo, si poteva questionare attraverso il vetro divisorio dello sportello. La burocrazia digitale è impersonale e implacabile. A volte sembra venir attirati nella trappola di una specie di “Comma 22”: se hai un diritto lo puoi chiedere attraverso il computer, ma se il computer non fa quello che gli chiedi non hai diritto, neppure quello di protestare. E con chi, poi? Con il risponditore automatico? Il modo per non perdersi d’animo c’è: la Cartoleria di Sacrofano.
Buone notizie
Alla Biblioteca di Sacrofano un finanziamento per ampliare l’offerta ai lettori
Un decreto del Ministero della Cultura assegna al Comune oltre 15 mila euro per l’acquisto libri
Una vera è propria boccata di ossigeno che premia la perseveranza di un Comune che resiste al predissesto. Senza contare che il decreto del Mic suona come riconoscimento del valore sociale e civico della Biblioteca di Sacrofano. È l’occasione per ricordare che la lettura non è solo un sano passatempo, ma anche il vero strumento di apprendimento e aggiornamento culturale, utile all’esercizio della cittadinanza attiva. I libri forniscono consapevolezza dei problemi e delle opportunità per affrontarli, sono le vitamine della democrazia, sono l’unico antidoto al sentito dire, forniscono strumenti di critica alle scorciatoie, alla propaganda, al conformismo. Una biblioteca pubblica trova la sua utilità sociale nel fornire libri gratuitamente o con abbonamenti annuali assolutamente vantaggiosi. Per chi studia, una biblioteca pubblica è un vero e proprio fattore di welfare, che abbatte il costo alto dei libri di testo per chi deve fare un esame, un concorso. Per chi lavora, i manuali sono strumenti di aggiornamento e autoformazione, attività vitali di fronte ai rapidi cambiamenti nel modo del lavoro, delle professioni. Più in generale, la biblioteca pubblica contribuisce alla diffusione di idee, analisi, teorie, esperienze con le quali partecipare al discorso pubblico, arricchendone il dibattito e il confronto. Viviamo in un’epoca di tali cambiamenti che è sempre più forte la necessità di capire che sta succedendo e agire di conseguenza. Sono proprio questi i motivi per cui torniamo con insistenza sulla necessità vitale di compilare un catalogo e metterlo a disposizione di tutti. D’altro canto, non può essere ulteriormente rimandata la decisione di collegarsi alle piattaforme offerte dalla Città Metropolitana e dalla Regione Lazio, per fornire un servizio di prestito all’altezza delle richieste dei lettori.
La petizione
Non chiudete quella biblioteca
Alle porte di Sacrofano, c’è fermento nella biblioteca di via Sulpiate: i lettori lanciano un appello e raccolgono firme. Abbiamo aderito
Come è noto, ce ne siamo occupati anche noi, La Biblioteca Galline Bianche si è temporaneamente trasferita in via Sulbiate, una traversa di via Valle Muricana, sulla strada che porta a Eurospin. La Biblioteca ha successo tra i cittadini, oltre al prestito, è specializzata in libri per bambini, e fornisce un servizio di doposcuola. La preoccupazione dei frequentatori è che una volta terminati i lavori di ristrutturazione della sede principale, che è a Labaro, questa sede venga chiusa. Ecco alloro la loro petizione che contiene una proposta che è utile anche a chi abita nel comune di Sacrofano. Scrivono: “Nel cuore del XV Municipio, la biblioteca di via Sulbiate (Via di Valle Muricana) è diventata in poco tempo un luogo vivo, accogliente e fondamentale per il nostro quartiere. Ogni giorno ospita bambini, ragazzi, famiglie e anziani, offrendo laboratori, letture animate e attività educative che hanno dato nuova linfa alla comunità. In una zona dove mancano spazi di incontro e strutture dedicate all’infanzia, la biblioteca ha saputo colmare un vuoto importante, diventando un vero punto di riferimento culturale e sociale. Noi residenti chiediamo con forza che la biblioteca di via Sulbiate resti aperta, affiancando e non sostituendo quella di Via delle Galline Bianche. Mantenere entrambe le sedi significa garantire un servizio culturale capillare, accessibile a tutti e davvero rappresentativo della ricchezza del nostro territorio. La biblioteca non è solo un luogo di studio, ma un presidio di inclusione, crescita e cittadinanza attiva. Difenderla significa investire nel futuro delle nostre nuove generazioni e nella coesione del quartiere. Chiediamo quindi al Servizio Biblioteche di Roma, alla Direttrice Simona Cives, al Presidente del XV Municipio Daniele Torquati, all’Assessora alla Cultura Tatiana Marchisio e all’Assessore alla Cultura Massimiliano Smeriglio di garantire la continuità della sede di via Sulbiate e di riconoscere il valore insostituibile di questa realtà”.
Con la pubblicazione della loro petizione, La Nuova Sacrofano si associa e sottoscrive la richiesta: la vicinanza con il comune di Sacrofano fa della Biblioteca di via Sulpiate un valore che si aggiunge alle Biblioteca comunale di Sacrofano. Sembra incredibile, ma avere ben due biblioteche su cui contare è una ricchezza sociale da non perdere.

La ricetta
Né panettone né pandoro: quest’anno pangiallo
di A I
Basta con prodotti industriali, fate i buoni, cioè fate il più buono di tutti, il pangiallo. Versate sul piano di lavoro 200 grammi di farina e una ventina di grammi di lievito. Impastate con acqua tiepida, e se volete una pasta più morbida del pane, aggiungete sciroppo di zucchero, non troppo denso. All’impasto aggiungere trecentocinquanta grammi di scorzetta di cedro o arancia candita tagliata in pezzetti, poi duecento grammi di pinoli, duecento grammi di pasta di mandorle sciolta sciolta con un paio di uova fresche e un cucchiaio di miele, cinque cucchiai di olio d’oliva, di quello buono cioè di Sacrofano, e un chilo di uvetta sultanina, e un cucchiaio di curcuma, per dargli quel giallo che invoca il sole caldo dopo la fine dell’inverno, da cui prende il nome di pangiallo. Impastate e lasciate levitare la pagnottina, che avete ricavato col lavoro delle vostre mani, per una notte. Al mattino, prima di infornare, spennellate sulla pagnotta una miscela di farina, olio un poco di zucchero. Poi in forno ad allegra temperatura, la stessa che usereste per fare il pane fatto in casa (il che vale anche per le macchine domestiche per fare il pane in casa). Con i più caldi auguri di buone feste.

Hair Beauty
A Natale, la risata e l’autoironia sono più preziose della perfezione estetica
di Emanuele Bruschi
Per molte donne, le settimane che precedono il Natale sono sinonimo di appuntamento fisso e inderogabile dal parrucchiere. La storia si svolge nel salone “Boccoli Divini” di Tina, l’unica parrucchiera del paese, che a Natale diventa un luogo di frenesia collettiva. La regola non scritta è che ogni donna del paese deve avere capelli perfetti per la Vigilia. Il 23 dicembre, il salone è nel caos. Sei donne sono contemporaneamente sotto caschi rumorosi.
L’aria è densa di odori di prodotti per capelli e la tensione è palpabile, con ogni cliente che esige volume e tenuta impeccabile. Ada inizia il suo trattamento, mentre la signora Pina si lamenta del colore e la nipote del Sindaco chiede trecce elaborate. Il culmine del caos si ha quando il casco di Ada si guasta, emettendo aria gelida che rovina la sua permanente, facendola sembrare reduce da una tempesta. Tina scoppia a ridere e il suo buon umore è contagioso.
La tensione si scioglie in risate generali. Le donne si rendono conto dell’assurdità della loro ricerca della perfezione. Decidono di fare un brindisi improvvisato. Tina sistema i capelli di Ada con un look più sbarazzino, Pina accetta il suo colore e la nipote del Sindaco si accontenta di una coda. La morale della storia è che a Natale, la risata e l’autoironia sono più preziose della perfezione estetica.
BUON NATALE
Trasporti
La qualità della vita viaggia sui mezzi pubblici
Come i disagi per lavori per il raddoppio della linea ferroviaria influiscono sulla qualità del servizio
di L B
Come era prevedibile supporre la vita di studenti e lavoratori pendolari sacrofanesi che gravitano su Roma, nel secondo semestre del 2025, è ulteriormente peggiorata in concomitanza con i lavori di ampliamento e manutenzione sulla ferrovia Roma Nord. La prima notizia è che, a dispetto dell’inaugurazione del cantiere, avvenuta a giugno 2025, presenti l’assessore ai Trasporti e Mobilità della Regione Lazio, i vertici di Astral e Cotral e i sindaci delle aree interessate, i lavori la cui durata è stimata in 18 mesi, che sarebbero dovuti terminare a dicembre 2026. cominceranno solo il prossimo anno. La stazione di Sacrofano è esclusa dalla circolazione dei treni dal periodo dell’inaugurazione cantiere; sono stati introdotti autobus sostitutivi Cotral che collegano i paesi sulla Flaminia a Montebello, in una situazione di sosta, discesa, salita e attraversamento tutt’altro che sicura. Le ripercussioni per il nostro comune potevano essere non troppo impattanti in quanto la maggioranza degli utenti gravitava già su Montebello se non fosse che in corrispondenza a questo periodo di disagio si è riscontrato un ulteriore impoverimento del servizio. La connessione dal centro abitato alla stazione di Montebello è garantita dal servizio pubblico di trasporto urbano e da Cotral con logiche di ottimizzazione e integrazione migliorabili, ma questo è un altro argomento ed è, abbastanza affidabile per il trasporto urbano, ma non troppo per quanto riguarda Cotral. Tuttavia, la situazione peggiore è relativa alla tratta ferroviaria Montebello – Piazzale Flaminio: le statistiche dicono che da gennaio a ottobre 2024 vi erano state circa 5.000 cancellazioni corse – fonte Ansa – , nel periodo analogo del 2025 le corse soppresse sulla tratta urbana superano le 8.000 con circa 1.000 nel solo mese di ottobre, pari a oltre il 20 % delle corse previste – fonte Roma Today. Una delle categorie più penalizzate sono gli studenti. È successo più di una volta che l’autobus Cotral delle 6:45 (partenza piazza Serata, arrivo a Montebello alle 7:05), calibrato sui treni in partenza delle 7:05 e 7:15 abbia ritardato di oltre 10 minuti o abbia saltato direttamente la corsa. Conseguentemente un gran numero di studenti è dovuto ricorrere a mezzi privati, passaggi di fortuna o al pulmino, a posti limitati, del trasporto urbano delle 7:10, già in partenza quindi con nessuna possibilità di arrivare per l’inizio delle lezioni. Talvolta, pur arrivando in orario a Montebello, succede che si trovino davanti un muro di persone in quanto il treno precedente è stato soppresso. Da lì, ha inizio un’altra odissea, con vagoni strapieni, treni a passo d’uomo, fermate presso le altre stazioni in cui provano a salire altre decine di persone, porte che non si chiudono, soste che si prolungano, quindi ritardi. Situazioni analoghe con conseguenze più gravi e onerose si verificano anche per i lavoratori sia in andata che al ritorno. I lavori di ampliamento e manutenzione di fatto sono sulla tratta extraurbana, ma le ripercussioni, incluso la scarsa affidabilità di COTRAL, sono su tutta la rete di connessione del territorio alla città; in questo modo, oltre a disagi, ore di lavoro e di scuola bruciate si instilla nel cittadino una cronica rassegnazione e sfiducia nel trasporto pubblico che sfocia in un cambio di abitudine. A tal proposito nel 2024 il comitato di Pendolari della Ferrovia Roma Nord calcolava in circa 35.000 i fruitori giornalieri della linea ferroviaria con, si stima, una riduzione del 50% rispetto a qualche anno prima. Questo comporta più auto sulle strade, più inquinamento, più traffico urbano ovvero costi ambientali, tempo perso nel traffico, maggiori costi in consumi. Un rapido calcolo che dà la misura dell’impatto sulla società di un servizio pubblico così poco affidabile: un ritardo medio giornaliero di 5 minuti su tutte le tratte (se salta 1 corsa su 5 è arrotondato per difetto) esteso su una media giornaliera di 25000 persone genera un cumulo potenziale di 125.000 minuti ovvero 2.000 ore di ritardo al giorno complessive. Moltiplichiamo le ore bruciate in ritardi per un valore forfettario di 12 euro / ora (paga oraria medio bassa o 1 ora di ripetizione) ed escono 24.000 euro al giorno ovvero più di 8 milioni all’anno potenzialmente buttati che vanno a sommarsi ai costi sostenuti da privati che scelgono di non usare i trasporti pubblici, ai costi ambientali invisibili sopra descritti oltre ai rischi e all’impatto sulla salute. Questo esercizio serve ad attribuire un valore tangibile al danno collettivo derivante da un sistema di trasporto pubblico non efficiente. Ovviamente siamo in un periodo di sofferenza che dovrebbe presupporre un sostanziale miglioramento delle condizioni di mobilità; tuttavia, la sensazione che se ne ricava è che l’equilibrio del sistema sia talmente compromesso che sia sufficiente un evento straordinario, seppur non direttamente impattante sul paese, per peggiorare drammaticamente il quadro complessivo degli spostamenti di un intero territorio.
INAIL
Con i mezzi pubblici è meglio
I dati recentemente forniti dall’INAIL dimostrano un costante incremento degli incidenti sul lavoro cosiddetti in itinere, cioè nel tragitto tra casa e luogo di lavoro e viceversa. Esclusi gli studenti, entro il mese di ottobre 2025 gli incidenti sono stati 82.101, in aumento del 2,8% rispetto ai 79.842 del2024, dell’8,1% rispetto al 2023, del 14,2% sul 2022, del 33,8% sul 2021, del 60,5% sul 2020 (anno del Covid). L’analisi territoriale evidenzia un aumento delle denunce al Sud (+5,4%), nel Nord-Est (+4,5%), nelle Isole (+3,0%), nel Nord-Ovest (+1,8%) e al Centro (+1,0%).
Cerbottana
Quando gli hanno detto che lo aspettavano con ansia, egli li tranquillizzò: “No, no, vengo da solo”.
Le persone
Simona Ferranti

Simona
Simona Ferranti, lavora a Sacrofano dal 2019, è specializzata in onicotecnica, pluripremiata dall’ Associazione Internazionale dei Giudici di Unghie (INJA) si è formata alla scuola di Lysa Comfort, presidente e fondatrice di Charisma Nail Innovations. “La differenza tra una onicotecnica e un’estetista?” chiediamo a Simona “L’estetista si occupa anche di unghie, l’onicotecnica solo di unghie”.
Le persone
Antonella Staffoli

Antonella
Antonella Staffoli, donna gentile con un sorriso solare, è nata a Sacrofano, a Borgo Pineto, per la precisione. “Oggi i bambini di Sacrofano nascono a Roma, per via del fatto che le mamme partoriscono nei reparti di ostetricia della Capitale”. Antonella ha fatto parte della prima Giunta Nicolini, occupandosi di scuola e sociale nel periodo del Covid. Recentemente è in pensione, per la gioia di due nipotini.
Le persone
Giulia Constantin

Giulia
Giulia Constantin è venuta in Italia dalla Romania 21 anni or sono. Per sedici anni ha lavorato in un bar della centralissima via del Babbuino a Roma, prima come cassiera poi come apprendista e nfine come banconista. È lì che ha ricevuto una solida formazione professionale, di cui da due anni si avvale il Duemme Bar di Monia, presso cui lavora da due anni.
Testimonianze
“Sono stato compagno di lavoro di Pier Paolo Pasolini”
Nino Celeste, concittadino e decano dei direttori della fotografia del cinema italiano ricorda Pier Paolo Pasolini a 50 anni dalla sua tragica scomparsa
di Sebastiano Nino Celeste

A cinquant’anni dalla morte violenta, le cui circostanze sono ancora da approfondire, come troppo spesso è successo nella storia nostro paese, la statura intellettuale di Pier Paolo Pasolini sovrasta ogni giudizio di parte. Risuonano ancora le parole di Alberto Moravia ai funerali che si celebrarono nel quartiere San Lorenzo il 5 novembre del 1975: “Siamo qui per piangere un poeta. I poeti non si discutono, si ascoltano”. Moravia, che di Pasolini era uno dei più stretti amici e confidenti, ne fissò per sempre lo spessore intellettuale. Pasolini poeta, scrittore, giornalista, autore e regista, documentarista militante è stato un intellettuale scomodo, ma assolutamente indispensabile per il discorso pubblico, capace di smascherare ipocrisie sociali e politiche di un paese come l’Italia, tanto ricco di capacità individuali e collettive, quanto denso di contradizioni, soprusi, ingiustizie, complotti e crimini politici, contro i quali Pasolini seppe battersi con il coraggio, l’arguzia, e la chiarezza di chi sapeva vedere, scoprire e denunciare con acutezza le contraddizioni di quei tempi. Ne parlo perché sono stato il direttore della fotografia di due lavori scritti e diretti da Pasolini. Gli fui presentato da Tonino Delli Colli, il preferito di Fellini. Mi ha prima colpito e poi mi sono rimaste per sempre impresse la sua professionalità, la sua cortesia, e soprattutto lo spirito di collaborazione che aveva sul set. Sapeva ascoltare e prendere decisioni condivise. Amava maneggiare una macchina da presa, e si faceva dirigere per le luci o le inquadrature.
La prima volta fu nel 1971, in occasione di “Le mura di Sana’a”, un breve film documentario, che oggi è ancora, giustamente, considerato un manifesto civile. Ambientato nello Yemen del Nord, il film nacque come un appello rivolto all’UNESCO e alla comunità internazionale affinché si intervenisse per salvare la città antica da un’edilizia moderna senza regole, senza controllo, senza rispetto di quello che egli considerava un miracolo architettonico e antropologico, anticipando tematiche che oggi sono all’ordine del giorno non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Per completare il montaggio del film, passammo qualche tempo ad Amelia, tra il Lazio e l’Umbria per girare quelli che in gergo si chiamano “fegatelli”. L’accuratezza del film e l’accorato appello che Pasolini pronunciò come voce narrante, ebbe una eco sorprendente, tanto che nel 1986 l’UNESCO riconobbe Sana’a come “Patrimonio dell’umanità”.
Poi fu la volta di un film politicamente impegnato, terreno che Pasolini sapeva percorrere con lucidità e coraggio. Nel 1973 mi chiamò per la fotografia di “12 dicembre”. La regia era di Giovanni Bonfanti, la produzione del Collettivo di Lotta continua, Pasolini vi partecipò in modo decisivo fin dall’inizio del progetto e poi delle riprese, imprimendo un’impostazione sia narrativa che politica. Il suo obiettivo creativo, che divenne il piano di lavorazione nel quale fui coinvolto professionalmente, era denunciare la cosiddetta strategia della tensione, raccontare un’Italia segnata da attentati, repressione, e conflitti sociali, nello stesso tempo, dare voce a operai, studenti, militanti politici, lavoratori agricoli ed emarginati. Pasolini sapeva il fatto suo. Alla questura di Milano mi chiese di togliere le luci che avrebbero dimostrato che la macchina da presa era in funzione. La tenevo come fosse una borsa e riuscii a fare delle riprese che poi montammo. Ricordo, come fosse oggi, quella volta a Reggio Calabria quando fui circondato da energumeni appartenenti ai famigerati “Boia chi molla”, che mi aggredirono perché avrebbero voluto sequestrarmi la macchina da presa: Pier Paolo accorse in mio aiuto, distribuendo precisi cazzotti agli aggressori che dovettero battere precipitosamente in ritirata.
Era un uomo colto e preparato, il poeta che scrisse “Le ceneri di Gramsci”; l’opinionista che sapeva stare sulle colonne del Corriere con i suoi famosi “Scritti corsari”; l’intellettuale che sapeva riflettere attorno alle teorie e la pratica del linguaggio filmico come in “Empirismo eretico; era lo scrittore di romanzi come “Ragazzi di vita” o “Una vita violenta”, entrati a far parte nella storia della nostra letteratura. Allo stesso modo con cui sapeva dialogare con i protagonisti dei suoi film, persone di cultura e condizione sociale diverse da lui. Era a suo agio e metteva a loro agio le star internazionali, come Maria Callas in “Medea” o Orson Welles in “La ricotta”. Ha saputo far lavorare l’uno accanto all’altro Totò e Ninetto Davoli, come in “Uccellacci e uccellini”. Sapeva valorizzare il talento e le capacità professionali delle maestranze sul set. All’inizio ero intimorito dalla sua reputazione intellettuale, ma lavorando con lui ho scoperto doti umani e professionali che mi hanno permesso di arricchire il mio bagaglio lavorativo di un’esperienza insostituibile e indimenticabile. Pier Paolo Pasolini era preparato, altruista e coraggioso. Per me, soprattutto, è stato un vero compagno di lavoro.

