Editoriale

I nostri primi tre anni

di Marco Ferri

Nonostante la crisi conclamata della stampa italiana, che ha colpito non solo il numero di copie, ma la stessa credibilità dell’informazione giornalistica, – l’indice mondiale della libertà di stampa stilato nel 2025 da Reporters Without Borders colloca l’Italia alla 49esima posizione – il 2026 è l’anno in cui si sta festeggiando l’anniversario della nascita di importanti testate giornalistiche italiane: il Corriere della Sera compie 150 anni, Repubblica 50 anni, Il Foglio 30, 50 ne compie Prima pagina, la famosa rassegna stampa di Rai Tre. Fatto sta, che nel 2026 La Nuova Sacrofano spegne le sue tre prime candeline.  Non rappresentando interessi economici, né politici e di conseguenza non ricevendo finanziamenti che non siano le donazioni di lettori e piccole imprese che operano sul territorio, ci è sembrato giusto parlarne, non tanto per festeggiare, quando per sottolineare il legame che si è instaurato con i nostri lettori. Un legame nato da una promessa che via via si è andata realizzando: siamo un giornale di comunità, redatto e autoprodotto da volontari. La nostra missione è analizzare e condividere i cambiamenti, dare voce alle qualità espresse dai singoli e da realtà radicate nel territorio. Lo scopo dichiarato fin dalle origini è promuovere la cittadinanza attiva e la coesione sociale. Per cittadinanza attiva intendiamo la partecipazione consapevole e responsabile di tutti gli abitanti alla vita della comunità e alla tutela del bene comune, che è quanto richiamato dalla Costituzione della Repubblica Italiana, per incoraggiare la partecipazione alla vita democratica. Abbiamo cercato di mettere in pratica la teoria secondo cui un buon livello di informazione è capace di coinvolgere i lettori perché si sentano cittadini consapevoli delle loro potenzialità. Quanto alla coesione sociale, l’altro pilastro del nostro edificio ideale, siamo consapevoli che questo importante comportamento si misura nel grado di solidarietà, fiducia e collaborazione che unisce le persone, che si sentono parte dello stesso gruppo e agiscono insieme per il bene comune. Come tutti i comuni limitrofi alla Capitale, negli anni si sono registrati significativi spostamenti dalla metropoli al paese. Persone nate e cresciute a Sacrofano hanno imparato a convivere con persone venute ad abitarvi per i più disparati motivi. L’incontro ha prodotto cambiamenti, individuali e collettivi. Ciò ha spinto una discontinuità con il passato, sia tra gli “scrofanesi doc” che tra i “forestieri”. È qui, per esempio, che entra in ballo la coesione sociale, cioè la capacità degli abitanti di mantenere relazioni armoniose, di ridurre disuguaglianze e attriti, di attivare inclusione e di favorire un nuovo senso di appartenenza. La dicotomia tra tradizione e modernizzazione viene superata da una nuova consuetudine. I nuovi modi di interagire e comunicare possono diventare prevalenti sulla pretesa di inculcare determinati valori e norme di comportamento ripetitivi, nei quali si cela la pretesa implicita di una non meglio identificata continuità con il passato, all’insegna del “si è sempre fatto così”. Ogni comunità accumula nel tempo una riserva di atteggiamenti in apparenza antichi, per rinsaldare vincoli identitari, per connotare più marcatamente la fisionomia di modi di pensare e di agire, con lo scopo di attenuare quel senso di insicurezza che si avverte temendo un futuro senza radici. Se la tradizione stimola la memoria storica ha un valore propositivo, valore da aggiungere alla gestione dei cambiamenti; al contrario se si trasforma in tradizionalismo, che idealizza un passato non condiviso e rifiuta innovazioni e trasformazioni, diventa un ostacolo, perché mira all’immobilismo. “Le tradizioni che si pretendono antiche hanno spesso un’origine piuttosto recente e talvolta sono inventate di sana pianta” ci ricorda Eric J. Hobsbawm (1917-2012), che pone la questione di fare delle consuetudini un motore e un volano dei cambiamenti, utili e sempre più spesso necessari alla cura del bene comune. Mentre complessivamente nel mondo si stanno pericolosamente modificando equilibri fondamentali per la vita democratica e di conseguenza per la stessa coesistenza pacifica, si fa ancora più importante il significato e la cura della coesione sociale, come fattore che riduca conflitti e tensioni, migliori la qualità della vita, favorisca sicurezza  e stabilità democratica, sostenga lo sviluppo economico e culturale del nostro territorio.

Trasporto pubblico

Finché si farà prima a prendere la macchina il traffico sarà sempre il nostro vero problema

Impoverire ulteriormente la frequenza e l’efficienza dei mezzi pubblici penalizza la scelta di vivere a Sacrofano

di Lorenzo Bandinelli

A partire dall’inizio di gennaio la Regione Lazio avvia una profonda riorganizzazione del Trasporto Pubblico Locale, superando la gestione comunale con l’obiettivo di favorire l’intermodalità gomma-ferro. Gli effetti concreti sul nostro territorio si delineeranno nelle prossime settimane. È tuttavia realistico ipotizzare che una razionalizzazione del trasporto urbano ed extraurbano possa comportare, almeno nella fase iniziale, alcuni disservizi rispetto all’attuale assetto. Ma qual è, oggi, la situazione di partenza in cui ci troviamo?
Secondo il City Mobility Index, quasi il 40 per cento dei lavoratori nelle grandi città raggiunge il luogo di lavoro guidando la propria auto in solitudine. Un sondaggio rivela che il 48 per cento dei residenti della provincia di Roma che utilizza l’auto dichiara che ne farebbe volentieri a meno. Al di là dei numeri, l’esperienza quotidiana di restare bloccati nel traffico è talmente diffusa da essere diventata un cliché oltre che una condizione a cui rassegnarsi. Le motivazioni che spingono a scegliere l’auto privata sono legate, per la maggior parte delle persone, non solo alla distanza tra casa e lavoro, quanto alla scarsa affidabilità e alla scarsa attrattività del trasporto pubblico. Partendo da queste considerazioni, abbiamo analizzato la qualità dei collegamenti tra Sacrofano e alcuni luoghi di interesse collettivo situati in ambito urbano.Attraverso alcune simulazioni effettuate con una delle principali applicazioni per la mobilità, sono state verificate le tempistiche di percorrenza tra piazza Serata e diversi punti strategici della città.

Questo è il risultato:

distanza in KM minuti di auto

condizioni di traffico regolare

minuti di trasporto pubblico
valori medi
Università “La Sapienza” 29,00 40 90
Tribunale di Roma 26,00 33 86
Ospedale Sant’Andrea 18,00 25 62
Ospedale Villa San Pietro 23,00 31 86
Stadio Olimpico 23,00 30 76
Stazione Termini 28,00 50 73
Aeroporto di Fiumicino 54,00 45 113
Tribunale di Tivoli 50,00 75 141
Porta di Roma 21,00 25 105
Commissariato Flaminio Nuovo 23,00 35 105
Formello 8,50 14 80
Campagnano 8,50 13 94

 

È evidente che i tempi di percorrenza in auto sono soggetti al traffico e agli imprevisti e che implicano la ricerca di parcheggi, non sempre disponibili. Tuttavia, il quadro che emerge è talmente complesso da rendere quasi scontata, per un cittadino di Sacrofano dotato di automobile, la scelta del mezzo privato rispetto al trasporto pubblico. La tabella riassuntiva sopra riportata, inoltre, non tiene conto di alcune variabili decisive, prima fra tutte l’orario in cui si rende necessario raggiungere una determinata destinazione. Lo Stadio Olimpico, ad esempio, è teoricamente raggiungibile in 76 minuti con i mezzi pubblici: un tempo non eccessivo, se non fosse che il collegamento risulta impraticabile la domenica o in orario serale, proprio quando si svolgono la maggior parte degli eventi.
Una visita a un parente ricoverato all’ospedale Sant’Andrea, dalle 12 alle 13 di sabato, richiede una partenza intorno alle 10 e un rientro non prima delle 15.30. Un cinema alle 16.30 a Porta di Roma implica la partenza alle 14 e l’assenza di un collegamento di ritorno. Un appuntamento per il rinnovo del passaporto alle 9.30 si traduce, complessivamente, in quasi sette ore tra andata e ritorno. In tutti i casi presi in esame, l’utilizzo almeno parziale di un mezzo privato risulta di fatto inevitabile. Questa impostazione, però, esclude dalla fruizione di numerosi servizi intere categorie di cittadini: chi non guida e non ha qualcuno che possa accompagnarlo, chi desidera spostarsi senza rinunciare a bere qualche birra e soprattutto chi non può sostenere i costi di un utilizzo intensivo dell’auto.

Sicurezza

Il Lazio è sempre tra le prime regioni per numero di morti di lavoro

47 lavoratori deceduti di Roma, quattro nell’area metropolitana, nessuno nel territorio di Sacrofano

di Piero Santonastaso

Presentazione di “Operaicidio” alla biblioteca comunale. Da sinistra: Paolo Bianchini, Marco Patucchi, Gabriella Gandellini, Patrizia Nicolini, Marco Ferri, Bruno Giordano, Piero Santonastaso.

Millecentodiciannove (1.119) vite sacrificate. Tante sono state nel 2025 le persone morte in Italia sul posto di lavoro o nel tragitto da e verso casa. Equivalgono a poco più di tre vittime al giorno, una media che si ripete implacabile anno dopo anno. Significa che nonostante le ondate di sdegno e i proclami della politica non si riesce a mettere mano a provvedimenti che garantiscano in maniera effettiva la sicurezza sul lavoro. Né sembra che la situazione sia destinata a cambiare in tempi accettabili, stante la fatalistica e diffusa convinzione che sul lavoro si può anche morire. Basti dire che al 10 marzo 2026 siamo già a 182 lavoratori morti, soltanto 9 in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno passato. La triste classifica delle regioni, comandata stabilmente dalla Lombardia, vede il Lazio sempre nelle prime posizioni. L’anno scorso 92 morti e 5° posto; 88 vittime e 6° posto nel 2024; l’anno precedente 93 morti e 4^ posizione. Il 2026, poi, è iniziato malissimo: al 16 marzo il Lazio è al secondo posto con 20 vittime. A fare la parte del leone è la provincia di Roma con 47 lavoratori deceduti (nel 2026 siamo già a 16), 31 dei quali nei comuni dell’area metropolitana (4 quest’anno), nessuno nel territorio di Sacrofano. L’ultima vittima sul lavoro del nostro comune risale al 20 aprile 2024, quando Roberto Campigotto, 57enne autista soccorritore dell’Ares 118, morì durante un intervento a Monterotondo. Il fatto che siano passati quasi due anni senza eventi mortali non significa abbassare la guardia e alcuni numeri sono lì a ricordarlo. La Città metropolitana di Roma, come si chiama l’ex provincia, conta 121 comuni e 1.818.984 (dato 2023) occupati, dei quali 597.077 al di fuori della capitale. A questi ultimi bisognerebbe poi aggiungere 216.433 pendolari che ogni giorno raggiungono Roma per lavorare. Ebbene, il tasso di incidenza1 degli infortuni mortali rispetto al numero degli occupati è di 2,55 per l’intera provincia, ma raddoppia al 5,19 se si esclude l’Urbe. Per avere dei termini di paragone, il tasso nazionale è 4,62 e 3,80 quello regionale, con picchi altissimi a Frosinone (11,98, il secondo peggiore in Italia dopo il 15,65 di Matera), Rieti (9,95) e Latina (7,60). Tornando ad analizzare il dato provinciale di Roma per il 2025, i 31 morti sono divisi in 27 uomini e 4 donne; la maggioranza (16) è costituita da ultracinquantenni; 6 sono state le vittime straniere (da Bangladesh, Bulgaria, Macedonia, Romania, Ucraina e Tanzania); 7 quelle in itinere. La vittima più giovane aveva 19 anni, lavorava nell’edilizia, era di Rocca Priora ed è morta andando al lavoro una mattina alle 7 sulla Tuscolana, a Grottaferrata; la più anziana un agricoltore 77enne di Nerola schiacciato dal trattore. Il comune con più vittime, 3, è stato Fiumicino, seguito da Ardea, Cerveteri e Pomezia con 2. Guardando invece la località di residenza, è Santa Marinella a piangere il maggior numero di morti (4), seguita da Ardea (3). I settori nei quali si sono verificati più incidenti fatali sono stati l’edilizia e l’agricoltura, ognuno con 4 vittime. I mesi peggiori sono stati luglio e agosto, con 5 morti ciascuno, mentre ad aprile non si sono registrate vittime.

(1) – incidenti mortali ogni 100.000 occupati

I luoghi

Insegnare l’italiano ai lavoratori stranieri di Sacrofano, una buona idea

Conoscere la lingua è utile per comunicare, imparare, lavorare ma anche insegnare a rispettare le regole
di M F

“I corsi di lingua italiana che si tengono settimanalmente a cura dei volontari” – dice Massimo Silli, presidente dei Lions di Fornello e Sacrofano “impegnano ogni settimana circa 20 allievi, divisi in tre classi che corrispondono a tre livelli: base, intermedio e avanzato”. I corsi sono gratuiti, precisa Silli, si tengono presso la biblioteca comunale e svolgono una funzione sociale improntata al principio della convivenza civile, sotto l’egida dell’art. 3 della Costituzione, che sancisce l’uguaglianza di fronte alla Legge, senza distinzioni né sociali, né politiche, né religiose. Le norme che tutelano i diritti dei cittadini stranieri in Italia sono regolate dall’art. 10 della Costituzione. I primi due commi stabiliscono la tutela del diritto internazionale. In virtù di questa riserva rinforzata di legge, lo straniero comunque presente nel territorio dello Stato è titolare di diritti fondamentali, cioè di quei diritti e libertà che riguardano la tutela delle esigenze essenziali della condizione umana, i quali hanno una dimensione universalistica che supera il limite della territorialità e che prescinde dal legame di cittadinanza con un determinato ordinamento.

Ci si dimentica troppo spesso che tra la seconda metà dell’Ottocento e la metà del Novecento, che ha coinciso con la fine della Seconda guerra mondiale, più di 27 milioni di cittadini italiani sono emigrati, per fuggire dalla miseria e conquistare un reddito sufficiente a una vita dignitosa. Attualmente, ci sono italiani in tutti i 5 continenti e i loro discendenti quasi superano il numero dei residenti nella penisola. Ogni settimana, lavoratori di varie nazionalità si incontrano e formano le classi di italiano, a seconda del livello di conoscenza, con lo scopo di ottenere quella abilitazione che consenta loro il rinnovo del permesso di soggiorno e di lavoro nel nostro paese. Sono giovani di ambo i sessi che vengono dal Centro e Sud America, sono pakistani, cingalesi, ucraini, bielorussi, tutti spinti dalla necessità di parlare, scrivere, capire e farsi capire.

Conoscere e usare la lingua non è solo un valido strumento per trovare lavoro, capire le norme, imparare a rispettarle, ma è anche utile a farsi rispettare, cioè a trasmettere in modo comprensibile le proprie esigenze, e anche a saper tutelare i propri diritti. Secondo Massimo Silli, gli stessi imprenditori di Sacrofano favoriscono la partecipazione dei loro dipendenti stranieri ai corsi didattici di lingua italiana, perché questo permette la comprensione delle regole e delle procedure relative al loro lavoro quotidiano, oltre che facilitare l’inserimento nella comunità dei residenti. Il che dimostra che la conoscenza è uno dei pilastri della convivenza, l’istruzione dell’integrazione.

 

 

AMONATURA Erboristeria a Sacrofano

La recensione

Giulio Regeni – Tutto il male del mondo

In attesa che il Teatro Ilaria Alpi da spazio diventi un luogo anche per il cinema, segnaliamo un film che ci sarebbe piaciuto fosse proiettato a Sacrofano.

di Riccardio Tavani

Un film atteso da molto tempo, finalmente sugli schermi: e molto ben realizzato. Insieme a suo marito Claudio Regeni e all’avvocata Alessandra Ballerini, Paola Deffendi, la madre di Giulio, al Cinema Sacher, era insieme a Nanni Moretti, al regista e ai due sceneggiatori del film. Ci ha tenuto a precisare che si tratta di un documentario, intendendo che non si tratta di finzione filmica, ma di verità sulla vicenda e sulla figura reale di puro ricercatore universitario di Giulio Regeni. Allo stesso tempo ci sentiamo di dire che si tratta di un film di autentica e alta qualità cinematografica formale e non solo di contenuto. Perché è proprio nella cifra della forma squisitamente cinematografica che si sedimenta l’autenticità valoriale del suo contenuto. Fin dall’inizio gli autori ci restituiscono Il Cairo, attraverso ampie vedute e riprese con le sue luci notturne, che ci danno in senso della vastità ed enigmaticità della città, come metafora della dimensione reale e allo stesso tempo perturbante dello scenario in cui il 3 febbraio 2016 si consuma la tragedia di Giulio e ancora ne nasconde, ne nega pervicacemente la verità. Altre immagini non solo di repertorio, ma anche dal vivo di telefonini, con riprese sghembe di Giulio che rafforzano l’ineffabile senso di cronaca dell’inquietudine. Come se le ultime immagini sgranate di quel volto, rappresentassero quelle del suo fantasma insepolto che si aggira ancora tra quelle notturne strade cairote. Il regista Simone Manetti e i due sceneggiatori Emanuele Cava e Matteo Billi riassumono, sintetizzando con forza e lucidità espositiva, i punti cardinali della vicenda, collocandola sullo sfondo dei cruciali avvenimenti politici avvenuti in quegli anni in Egitto, dalla rivolta nel 2011 di Piazza Tahrjr, alla caduta del presidente Mubarak. Anche per chi ha seguito e si è appassionato alla vicenda di Giulio Regeni, il documentario offre un quadro prezioso del percorso realizzato e di quello ancora da compiere. Immancabile per tutte le persone che sentono ancora vivo sulla pelle lo strazio per questo nostro ragazzo di cielo, brutalmente torturato, assassinato e scaraventato di notte tra i calcinacci e la sporcizia della periferia del Cairo. Ma soprattutto nel baratro dei pensieri atroci e ciechi dei suoi assassini.  Distribuzione Fandango. Durata 105 minuti.

Ex Libris
a cura di M.F.

Il silenzio dice molto


Nasciamo nudi e pelati, anche dentro, e imparare a vivere è una lenta tessitura, dove intrecciamo suoni, sguardi, carezze, fame, piacere, dolore, freddo, caldo, che finiranno per vestirci, diventare il nostro habitus, abito e abitudine, la nostra modalità di stare al mondo. Qui dentro, in questa prolungata primavera che abita la nostra testa e la rende un animato pullulare di vita nascente, mentre tutto è ancora in crescita, si finisce per rintracciare il segreto della libertà. Attraverso chilometri di vie nervose, dentro a ogni scambio di sinapsi, si può provare a risalire a un guizzo, a uno snodo: quell’intuizione che nasce in tutti allo stesso modo e con gli stessi meccanismi, ma in ciascuno diventa soggettività irriproducibile. Siamo tutti uguali e tutti diversi e la durata della messa a punto del cervello umano – “che occupa almeno un quarto o un quinto dell’esistenza totale” – è la condizione vincolante della sua plasticità e dell’originalità individuali. La posta in gioco è alta. Se estendiamo al ragionamento biologico-scientifico lo sguardi sociologico e financo politico, avere troppo fretta equivale a ridurci a una massa uniforme di replicanti, che agiscono senza fantasia e senza identità, con la rapidità impulsiva delle reazioni automatiche e non con la ponderata coscienza di sé (…) Sapersi fermare e prendere le distanze sono le due chiavi di volta dell’autonomia personale, per evitare che agire sia solo un riflesso condizionato. Noi dove siamo nella rincorsa quotidiana? Il senso di urgenza intossica e depriva il sé. La vira che facciamo finisce per on appartenerci più. (Nicoletta Polla-Mattiot, “Il silenzio è rivoluzione”, Einaudi 2026, pagg. 75-76).

Un omaggio a Dario Fo a dieci anni dalla scomparsa


Dario Fo

“Io sono il giullare, quello che cammina tra la gente,
che entra nelle piazze e si ferma nelle corti.

Racconto storie che fanno ridere, sì…
ma dentro ci stanno verità che pungono.

I signori non vogliono sentirle,
perché la verità, quando ride, fa più male di una spada.

E allora io rido, e faccio ridere,
e mentre tutti ridono… capiscono.

Perché la risata è come un lampo:
illumina anche quello che si voleva tenere nascosto.

E il popolo, che pare sciocco,
in realtà ascolta, guarda, impara.

E quando smette di avere paura,
allora sì che il potere trema.”

Questo era il pensiero di Dario Fo (1926-2016) drammaturgo, attore, regista, scrittore, autore, illustratore, pittore, scenografo e comico italiano Premio Nobel per la Letteratura 1997, con la seguente motivazione: “si ispira ai giullari medievali nel dileggiare l’autorità e nel risollevare la dignità degli oppressi”.

Il verso giusto

Primo tempo per il commiato

Il verso giusto a cura di Monica Maggi


Alfredo Rienzi (1959)

Io vivo sull’altra riva del fiume
ora. Sto, non come tu stai – ai piedi
verdi della collina
il ponte di pietra antica, anche il ponte
– che ci portava i sabati
di festa, le bancarelle vanesie –
è crollato. l’amore non ha peso
– dicevi – ha il passo lieve della foglia
ma il ponte è crollato. Senza motivo
non l’alluvione o la frana, il sisma
si è dissolto così,
svaporato come fosse un covone
di fieno offerto alla tempesta, al lampo
come la luce d’un qualsiasi vespro.
Così, come un improvviso niente
un respiro, la vita.

Alfredo Rienzi (1959) vive dall’infanzia nel Torinese. È autore di diversi volumi di poesia, da Contemplando segni (in 7 poeti del Premio Montale, prefazione di Maria Luisa Spaziani, Scheiwiller, 1993 – Premio Montale 1992) a Sull’improvviso (prefazione di Maurizio Cucchi, Arcipelago itaca, 2021 – Premio InediTO-Colline di Torino). Alcuni volumi – Oltrelinee (Dell’Orso, 1994), Simmetrie (Joker, 2000) e Custodi ed invasori (Mimesis-Hebenon, 2005) – sono in parte confluiti ne La parola postuma. Antologia e inediti (puntoacapo, 2011). Nel 2015 ha pubblicato Notizie dal 72° parallelo (Joker) e nel 2019 Partenze e promesse. Presagi (puntoacapo). Gestisce il lit-blog «Di sesta e di settima grandezza – Avvistamenti di poesia».

Attrazione-Carnale-Hamburgheria-Sacrofano

Eventi

Al via l’Anno Culturale Romania-Italia 2026

Un programma di memoria e arte, tra libri e celebrazioni per rafforzare il dialogo tra i due paesi
di C C


Constantin Brâncuși (1876-1957)

L’anno 2026 si preannuncia come un anno di particolare rilievo per i rapporti culturali tra Romania e Italia, che celebreranno insieme l’Anno Culturale Romania–Italia 2026. Un’iniziativa volta a rafforzare il dialogo tra i due Paesi attraverso un ricco programma di eventi, mostre, incontri e progetti culturali diffusi sul territorio. A rendere quest’anno culturale ancora più significativo sarà il 150° anniversario della nascita di Constantin Brâncuși, figura emblematica dell’arte europea e simbolo ideale del legame culturale tra Romania e Italia. Il suo percorso artistico, fortemente influenzato anche dall’arte italiana, ha contribuito a definire una ricerca formale essenziale e universale che lo consacra come uno dei più grandi artisti del Novecento. Brâncuși è inoltre una delle figure raccontate in Fantasmi romeni di Carolina Vincenti, opera che accompagna il lettore alla scoperta dell’anima più profonda della Romania. Attraverso racconti, immagini simboliche e riflessioni personali, l’autrice esplora miti, tradizioni, memorie e suggestioni che hanno plasmato l’identità del Paese. Il libro offre uno sguardo intimo e autentico, capace di andare oltre i luoghi comuni e di restituire la complessità di una cultura ricca, stratificata e profondamente europea. In un territorio come il nostro, dove la comunità rumena è parte viva e integrante del tessuto sociale, la lettura di Fantasmi romeni assume un significato particolare. Non si tratta solo di un libro da leggere, ma di un’occasione per riconoscersi, riflettere e riscoprire radici che continuano a parlare anche lontano dalla terra d’origine. Il volume raccoglie dieci ritratti di figure romene straordinarie – artisti, pensatori, intellettuali – che hanno vissuto il viaggio, l’esilio, il confine tra lingue e culture. Sono definiti “fantasmi” non perché appartengano al passato, ma perché spesso restano invisibili, poco conosciuti, nonostante abbiano contribuito in modo profondo alla cultura europea e mondiale. Dalle pagine del libro emerge con forza un tema che molte famiglie rumene conoscono bene: il senso di appartenenza spezzato, la sensazione di vivere tra due mondi. La Romania raccontata da Vincenti non è solo un luogo geografico, ma una memoria viva che accompagna chi parte, riaffiora nei gesti quotidiani, nella lingua, nei ricordi tramandati ai figli. Il libro parla anche a chi è nato o cresciuto in Italia. Ai giovani, in particolare, offre uno sguardo nuovo sull’identità: non qualcosa di rigido o limitante, ma una ricchezza fatta di stratificazioni, di radici che non impediscono di crescere altrove. In questo senso, le storie raccontate diventano un ponte tra generazioni e tra culture. Per una comunità rumena che oggi vive, lavora e costruisce il proprio futuro qui, Fantasmi romeni è un invito a non dimenticare, ma anche a sentirsi legittimamente parte del presente. I “fantasmi” evocati nel libro non chiedono nostalgia, bensì ascolto e consapevolezza: ricordano che conoscere la propria storia è un modo per abitare con maggiore coscienza il luogo in cui si vive oggi. Nella foto: Costantin Brancusi (1876-1957).

România și Italia: cultură , memorie , libri  și artă

C.C.

Anul 2026 se anunță ca un an deosebit de important pentru relațiile culturale dintre România și Italia, care vor sărbători împreună Anul Cultural România–Italia 2026. O inițiativă menită să întărească dialogul dintre cele două țări printr-un program bogat de evenimente, expoziții, întâlniri și proiecte culturale răspândite pe tot teritoriul.
Ceea ce face ca acest an cultural sa fie mai semnificativ este aniversarea a celor150 de ani de la nașterea lui Constantin Brâncuși (1876-1957), o figură emblematică a artei europene și un simbol ideal al legăturii culturale dintre România și Italia. Parcursul său artistic, puternic influențat și de arta italiană, a contribuit la definirea unei cercetări formale esențiale și universale care îl consacră ca unul dintre cei mai mari artiști ai secolului XX. Brâncuși este, de asemenea, una dintre figurile prezentate în cartea „Fantasmi romeni” de Carolina Vincenti, o lucrare care însoțește cititorul în descoperirea profunda a României. Prin povestiri , imagini simbolice și reflecții personale, autoarea explorează mituri, tradiții, amintiri și sugestii care au modelat identitatea țării. Cartea oferă o privire intimă și autentică, capabilă să meargă dincolo de clișee și să redea complexitatea unei culturi bogate, stratificate și profund europene. Într-un teritoriu ca al nostru, unde comunitatea română este parte vie și integrantă a țesutului social, lectura cărții “Fantasmi romeni” capătă un înțeles aparte. Nu este doar o carte de citit, ci o ocazie de a te recunoaște, de a reflecta și de a redescoperi rădăcini care continuă să vorbească chiar și departe de țara de origine. Volumul reunește zece portrete ale unor figuri române extraordinare – artiști, gânditori, intelectuali – care au trăit călătoria, exilul, granița dintre limbi și culturi. Sunt numiți „fantome” nu pentru că ar aparține trecutului, ci pentru că adesea rămân invizibili, puțin cunoscuți, în ciuda faptului că au contribuit profund la cultura europeană și mondială. Din paginile cărții reiese cu putere un subiect pe care multe familii române îl cunosc bine: sentimentul de apartenență rupt, senzația de a trăi între două lumi. România povestită de Vincenti nu este doar un loc geografic, ci o memorie vie care însoțește pe cei care pleacă, reapare în gesturile cotidiene, în limbă, în amintirile transmise copiilor. Cartea se adresează și celor născuți sau crescuți în Italia. Tinerilor, în special, le oferă o privire nouă asupra identității: nu ceva rigid sau limitativ, ci o bogăție făcută din stratificări, din rădăcini care nu împiedică să crești în altă parte. În acest sens, poveștile relatate devin o punte între generații și între culturi. Pentru o comunitate română care astăzi trăiește, lucrează și își construiește viitorul aici, Fantasmi romeni este o invitație de a nu uita, dar și de a te simți în mod legitim parte a prezentului. „Fantomele” evocate în carte nu cer nostalgie, ci ascultare și conștientizare: ele amintesc că a-ți cunoaște propria istorie este un mod de a locui cu mai multă conștiență locul în care trăiești astăzi.

Radici

La Romania raccontata da una scrittrice italiana, un libro che è un ponte panoramico tra le culture

“Fantasmi romeni” di Carolina Vincenti aiuta il dialogo con la comunità romena di Sacrofano
di Cristina Cotarta

In un territorio come il nostro, dove la comunità rumena è parte viva e integrante del tessuto sociale, la lettura di “Fantasmi romeni” di Carolina Vincenti assume un significato particolare. Non si tratta solo di un libro da leggere, ma di un’occasione per riconoscersi, riflettere e riscoprire radici che continuano a parlare anche lontano dalla terra d’origine. Si cammina tra pagine che schiudono castelli di pietra e mostrano occhi. Sono volti di gente con cui la vita ha giocato a dadi. Il volume raccoglie dieci ritratti di figure romene straordinarie: artisti, pensatori, intellettuali che hanno vissuto il viaggio, l’esilio, il confine tra lingue e culture. Sono chiamati “fantasmi” non perché appartengano al passato, ma perché spesso restano invisibili, poco conosciuti, nonostante abbiano contribuito in modo profondo alla cultura europea e mondiale. Leggendo “Fantasmi romeni” emerge con forza un tema che molte famiglie romene conoscono bene: il senso di appartenenza spezzato, la sensazione di vivere tra due mondi.

La Romania raccontata da Vincenti non è solo un luogo geografico, ma una memoria che accompagna chi parte, che riaffiora nei gesti, nella lingua, nei ricordi tramandati ai figli. Il libro parla anche a chi è nato o cresciuto in Italia. Ai giovani, in particolare, offre uno sguardo diverso sull’identità: non qualcosa di rigido, ma una ricchezza fatta di stratificazioni, di radici che non impediscono di crescere altrove. In questo senso, le storie raccontate diventano un ponte tra generazioni e tra culture. Per una comunità rumena che oggi vive, lavora e costruisce il proprio futuro qui, “Fantasmi romeni” è un invito a non dimenticare, ma anche a sentirsi legittimamente parte del presente.

I “fantasmi” di cui parla il libro non chiedono nostalgia, bensì ascolto e consapevolezza: ricordano che conoscere la propria storia è un modo per abitare meglio il luogo in cui si vive ora. In un momento storico in cui l’incontro tra culture è spesso raccontato solo attraverso numeri o problemi, libri come questo restituiscono volti, voci e dignità e ci ricordano che ogni comunità porta con sé un patrimonio di storie che meritano di essere condivise. Con uno stile sobrio ma evocativo, l’autrice costruisce una storia intima e al tempo stesso universale, in cui il viaggio fisico diventa soprattutto un viaggio interiore, e i “fantasmi” rappresentano ciò che non può essere dimenticato, ma solo compreso e affrontato.

Papo's Burger Caffetteria, cocktail, tavoli all’aperto, maxischermo, chiude alle 02.

Restaura/azione

La Madonna del Suffragio

di Alessia Felici

Entrando nella Chiesa di San Biagio, in fondo alla navata destra, sopra la porta di un ambiente della chiesa che conserva varie suppellettili ed arredi liturgici, si trova un dipinto su tela, troppo alto per lo spazio in cui è stato relegato.

Il dipinto proveniva dall’Oratorio del Suffragio (anche detto “Oratorio Placidi”) a Sacrofano, oggi conosciuto come “teatro Parrocchiale”. L’edificio nasceva come cappella del palazzo Placidi-Serraggi antistante. Fu fondato da Placido Placidi, insieme al palazzo, nei primissimi anni del 1700 con la funzione di sede della Confraternita del Suffragio che aveva lo scopo di soccorrere e fare beneficenza ai poveri di Sacrofano, come denunciano la presenza di numerosi Oratori nascenti a Roma negli stessi anni.

All’interno sul soffitto era riportato in legno dorato lo stemma Chigi.

Da qui proveniva la tela dell’altare maggiore che fu poi portata a San Biagio.

La tela è di mirabile resa pittorica, eseguita con grande freschezza e facilità di mano.
Rappresenta la Vergine col Bambino invocati da un re che ai loro piedi supplica il perdono dei peccati delle anime purganti. La polvere offusca tutti i toni ingrigendoli e lo strappo presente in basso la mortifica e accade spesso che nessuno faccia più caso a quei toni tenui di primo Settecento.

Il giovane re ha posato la sua corona a terra e si rivolge alla Vergine non più come re ma come supplichevole e devoto figlio, affinché rivolga il suo sguardo alle anime supplicanti.

Il bisogno di purificazione cresce, è come una lenta e faticosa salita per raggiungere la leggerezza dell’anima, resa anche nel movimento ascensionale. Sorprende la somiglianza del nostro dipinto con quello della “Madonna del Suffragio con le anime del Purgatorio” nella medesima chiesa a Roma in Via Giulia, opera di Giuseppe Ghezzi del 1672, ma qui non c’è un re a raccomandarsi.

È probabile che il committente (Placidi?) si sia identificato nel re supplichevole, nella sua operosità verso i poveri di Sacrofano.

[…e non è detto che dietro quel dipinto possa trovarsi una dedica o una firma che dia voce alla storia…]

 

 

Istruzione pubblica

Le nostre scuole

Abbiamo incontrato Angela Marone, dirigente scolastica dell’IC Guido Pitocco

C’è un gran da fare negli uffici della segreteria dell’Istituto comprensivo Guido Pitocco, con sede a Castelnuovo di Porto, da cui dipendono le scuole di Sacrofano. Come è noto, da un paio d’anni, le scuole elementari e medie sono diventate un plesso della Pitocco; per via del calo demografico e quindi della carenza di iscrizioni di nuovi alunni il vecchio IC Padre Pio è stato assorbito dall’Istituto comprensivo che dallo scorso anno è guidato dalla professoressa Angela Marone. “Sono stata assegnata alla guida di un’organizzazione che comprende 1.164 alunne e alunni, 165 docenti e 39 lavoratrici e lavoratori del personale non docente, cioè amministrativo, tecnico e ausiliario, che compone l’acronimo ata”, dice Marone, che agisce in virtù di un incarico di reggenza. Le ricordiamo che lo scorso anno, in occasione di uno spettacolo organizzato da La Nuova Sacrofano e dedicato alle scuole, la professoressa Cantoni, vicaria, ebbe a dire “È la prima volta che incontro tutti insieme alunne e alunne dei vari plessi dell’IC. Pitocco”. Dunque, per capire quali siano le difficoltà costituite dalla distanza tra i plessi, ci sono due fattori da considerare: il primo è il sentirsi tutti facenti parte di un’unica scuola, che è reso complicato dalla distanza ma soprattutto dalla residenza in tre luoghi diversi: Castelnuovo di Porto, Sacrofano e Magliano Romano.  L’importanza dell’integrazione dell’istituzione scolastica nello stesso territorio in cui vivono gli alunni ha un fattore positivo, ci dice Marone. Lo sforzo di famigliarizzare con il territorio è uno dei compiti in più. Bisognerebbe, per esempio, che chi va a scuola a Sacrofano conoscesse almeno il centro storico di Castelnuovo e viceversa.


C’è però un dato positivo, se si volesse coglierne il significato, cioè la possibile attitudine a fare rete tra i comuni limitrofi della Città Metropolitana di Roma Capitale, ma questo, ci fa giustamente notate Marone, sarebbe stato più facile e comprensibile se la scuola avesse potuto avvicinare i comuni che tradizionalmente hanno da sempre avuto più relazioni e scambi. Parliamo di Formello e Campagnano, nel caso specifico di Sacrofano e Magliano. Anche la didattica si avvantaggerebbe di una maggiore integrazione tra i plessi, favorendo uno scambio tra i docenti, l’emulazione dei migliori risultati conseguiti dalle studentesse e dagli studenti, e un dialogo costruttivo tra e con i genitori. D’altronde, vale la pena ricordare che la condivisione della conoscenza del territorio e la circolazione dei criteri dell’istruzione sono direttamente riconducibili a Guido Pitocco, lo studioso a cui è intitolato l’Istituto comprensivo di Castelnuovo, che oggi comprende anche Sacrofano e Magliano. Guido Pitocco è, infatti, ricordato principalmente per essere stato uno storico e studioso locale, che ha dedicato gran parte della sua attività alla ricostruzione della storia e delle tradizioni dei comuni a nord di Roma, contribuendo a preservare la memoria dell’area della Valle del Tevere e dei territori di Castelnuovo di Porto, Magliano Romano e Sacrofano. Una figura, dunque, legata all’istruzione.  L’intitolazione dell’istituto riflette il suo impegno civile e culturale, volto alla crescita educativa della comunità locale, come ci ha giustamente ricordato Angela Marone, che oggi ne porta la responsabilità didattica e amministrativa (Angela Marone, foto di Romeo Marcori).

Una mostra da non perdere

Dal 20 febbraio al 19 luglio 2026, i Mercati di Traiano Museo dei Fori Imperiali di Roma ospitano la mostra “Constantin Brancusi: Le origini dell’infinito”.  L’ingresso è gratuito ai cittadini rumeni e ai cittadini della Repubblica Moldava.

I visitatori hanno accesso anche a una guida audio disponibile in inglese, italiano e rumeno, per un’esperienza completa della mostra.

“La Preghiera”, “Mademoiselle Pogany”, “Prometeo”, “Torso” e “La Sedia” (dalla serie “Il Tavolo del Silenzio”), opere che illustrano il percorso dalle radici della tradizione romena all’essenza delle forme che hanno ridefinito la scultura moderna, faranno ora parte dell’amicizia culturale romeno-italiana. Info: https://www.mercatiditraiano.it/it/mostra-evento/brancusi-le-origini-dell-infinito

Cerbottana

“La stupidità degli altri mi affascina, ma preferisco la mia”. (Ennio Flaiano)
Era uno stupido, talmente stupido da non rendersi conto della sua stupidità, della quale andava fiero, vantandosi delle cose più stupide che pensava, diceva e faceva. Credeva di essere diverso dagli altri, superiore agli altri, più furbo degli altri. La sua stupidità era autolesionismo allo stato puro.  E come un vero e proprio stupido, si era convinto che i danni permanenti alla sua credibilità fossero colpa degli altri, non sua e della sua stupidità. Per chi gli stava ancora intorno, la cosa migliore per sopportarlo era dargli sempre ragione. Tanto era troppo stupido per rendersi conto che l’unico modo per toglierselo di mezzo era, appunto, trattarlo da stupido.

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Esperienze cultura

Il teatro popolare a Sacrofano

La compagnia si chiama “Teatro in piazza”, i loro spettacoli sono diventati appuntamenti che attirano molti spettatori

Come è noto il teatro popolare italiano nasce nelle piazze medievali, raggiunge il suo apice con la Commedia dell’Arte, si trasforma con Goldoni e continua ancora oggi come forma viva e partecipata. Allo sviluppo, anche in chiave moderna, hanno partecipato autori molto importanti, basti pensare a Dario Fo (Nobel per la letteratura 1997) ma anche ai lavori della famiglia De Filippo, cioè Peppino, Titina e il grande Eduardo. In realtà, il teatro di Eduardo ha necessità del palcoscenico, ma Stefano Camerino sta lavorando a un adattamento per la compagnia del Teatro in piazza. Ed è proprio un lavoro teatrale di Eduardo, “Sogno di una notte di mezza sbornia” che la compagnia sta provando in queste settimane. Stefano Camerino, attore di lungo corso, è quello che in gergo teatrale si definisce il capocomico, cioè l’attore principale, il regista, l’ispiratore delle scelte dei testi, e l’autore degli adattamenti. “Fare teatro in piazza significa abbattere la quarta parete, cioè il lato del palcoscenico rivolto verso il pubblico, che gli attori devono ignorare, in modo da creare un’illusione di realtà “dice Camerino “Nel teatro in piazza, invece, lo spazio aperto coinvolge il pubblico, istiga una interazione diretta, sembra favorevole all’improvvisazione, tanto tutto si svolge con disinvoltura e coinvolgimento”, prosegue Camerino.

“Recentemente abbiamo tenuto una replica in un teatro, al chiuso le luci del proscenio ci impedivano di vedere i volti del pubblico, e questo non è stata una bella esperienza”, dice ancora Camerino, che dal teatro viene, con alle spalle esperienze importanti come aver calcato le scene del Teatro dell’Orologio a Roma o aver partecipato a rappresentazioni a Pieve Santo Stefano, nell’ambito del Festival del Diario, uno degli appuntamenti più stimolanti del panorama culturale italiano, nato da un’intuizione di Saverio Tutino, evento rivelatosi via via negli anni sempre più incisivo sulla narrazione del rapporto tra i singoli e la storia, tra le collettività e il territorio. Trasferitosi a Sacrofano, Camerino ha poi recitato nei teatri di tutto l’hinterland di Roma Nord, andando in scena, tra gli altri, con testi di Moliere, De Filippo, Neil Simon, per poi, scegliere il teatro in piazza, – complice il periodo del lockdown che ha allontanato il pubblico dal chiuso dei teatri- nel solco, appunto, della storia del teatro italiano.

Con la compagnia “Teatro in piazza” di Sacrofano, ha messo in scena negli anni testi di Benni, Campanile, ancora De Filippo, fino a un testo di Plauto.  E in questa avventura è stato seguito da Anna Barlassina, Cristina Pinti, Daniela Amodio, Roberto Fiochi, Alessandro D’Armini,  e Gabriella Gandellini che lo ha motivato a promuovere questa esperienza artistica. Non resta che attendere il prossimo debutto, in pazza Diaz nel centro storico di Sacrofano, quest’estate.

Teatro dialettale

C’era una volta Scrofano

Il ruolo e le attività della “Compagnia dei panni spasi”

Il teatro dialettale è una forma di teatro che utilizza i dialetti locali invece dell’italiano cosiddetto standard. È una tradizione molto radicata in Italia e può rappresenta un’espressione autentica della cultura popolare. È l’intento di Gina Cardarelli, che da qualche anno scrive testi che si rifanno alle tradizioni di Sacrofano, anzi di “Scrofano”, come si chiamava fino al 1928. Sono testi interpretati da una compagnia amatoriale che si chiama “La compagnia dei panni spasi”, termine dialettale per indicate il bucato steso ad asciugare. Come è tipico del teatro dialettale, anche questa esperienza locale si lega a festività paesane, con riferimento a tradizioni locali e mette in scena episodi di vita quotidiana delle classi popolari. C’è un legame ombelicale con la Commedia dell’Arte, fenomeno artistico nato in Italia del XVI secolo, che ha quattro pilastri: l’uso del dialetto, che a Sacrofano è una versione che risente molto del romanesco; l’evocazione tematiche legate ad azioni quotidiane, cioè problematiche famigliari, come l’amore o il lavoro; l’uso della comicità e di situazione brillanti che fanno da minimo comun denominatore, così come  l’evocazione di personaggi bizzarri e soprannomi coloriti,  come fossero maschere, che tratteggiano figure popolari e spesso riconoscibili. “Credo sia importante – dice Cardarelli, che della compagnia è autrice e regista, – conservare le tradizioni linguistiche locali, perché rafforza l’identità culturale e fa in modo che il teatro sia più vicino al pubblico”. La compagnia ha numerosi partecipanti: Isabella Felici, Emanuela Modesti, Ada Clementi, Daniela Morini, Palma Berti, Giulia Giabbani, Gaia Villo’, Niobe Troili, Enzo Scianetti, Francesco Villo’, Pietro Braghetta, Vincenzo Ceccotti, Brando Braghetta. Ai costumi collabora Angela Eremita. Alla domanda “tradizione” o “tradizionalismo”? Cardarelli non ha dubbio: la tradizione è un fatto culturale che mette a confronto esperienze, costumi, modi di dire che possiamo reinterpretare come metro di misura dell’impatto della modernità sulla vita di oggi; il tradizionalismo è un atteggiamento spesso retrivo, reazionario, un rifiuto di fare i conti con i cambiamenti. Un atteggiamento cupo, che poco a che fare con la gioia di stare insieme proposta dalla “Compagnia dei panni spasi” di Sacrofano. “Quando recito, mi diverto un sacco”, dice, irrompendo alla fine di questa conversazione, Isabella Felici.

Salvaguardia del territorio

Quanta pioggia sul dissesto idrogeologico

Frane e smottamenti hanno ostacolato la viabilità. C’è qualcosa da cambiare

Sono state settimane di vero disagio, con strade chiuse per frane, allagamenti e manto stradale pieno di buche. “Abbiamo dovuto affrontare l’emergenza di Isola Farnese – dice Danilo Casciani, direttore generale del Parco di Veio – “gli abitanti del vecchio borgo erano rimasti completamente isolati”. I duecento abitanti, alcuni dei quali con difficoltà di deambulazione, dovuta all’età avanzata, erano rimasti bloccati, e nessun mezzo di trasporto era in grado di raggiungere il paese. I soccorsi li hanno raggiunti a piedi, mentre, contemporaneamente, si è reso necessario lo scavo di un sentiero di emergenza. Guardaparco e vigili del fuoco sono riusciti a riportare la situazione alla normalità, in quella che potrebbe essere considerata la capitale del Parco, vista la sua vicinanza all’antico insediamento della città di Veio. E per i disagi negli altri comuni i cui territori sono compresi nel perimetro del Parco? “Abbiamo monitorato costantemente la situazione – dice Casciani – agevolando l’intervento dei Vigili del Fuoco e delle squadre di intervento inviate dalla Città Metropolitana di Roma Capitale”. Quando piove molto in poco tempo, la terra non riesce ad assorbire tutte le precipitazioni, il naturale drenaggio si blocca, e le sedi stradali si inondano dell’acqua piovana in eccesso. D’altra parte, come è successo in un paio di situazioni, l’acqua rimuove consistenti porzioni di terra, provocando frane e rendendo pericolanti, e spesso molto pericolosi, gli alberi, alle cui radici viene a mancare la terra su cui fare presa. Che fare, visto che è una situazione che tende a ripetersi e dunque aggravarsi? Innanzitutto, non vanno banalizzati i dati sul dissesto idrogeologico, e di conseguenza la tendenza a ignorare politiche di green deal va smentita. È sbagliato e pericoloso sottovalutare il fenomeno dei cosiddetti cambiamenti climatici. Le piogge copiose, insistenti e battenti ne sono la prova. Non possono essere solo le autorità locali a farsi carico della gestione del problema, prima che diventi emergenza, con le conseguenze che abbiamo vissuto nelle scorse settimane,

A questo punto del ragionamento, ci sono due domande che abbiamo posto a Casciani. La prima: dal momento che ci sono ampie porzioni di territorio che sono di diretta gestione dei privati, cosa devono fare i legittimi proprietari per prevenire che i loro terreni provochino frane e smottamenti sulle vie di comunicazione che confinano con le loro proprietà? Conveniamo con Casciani che censire lo stato di salute degli alberi è importante, soprattutto in prossimità dei confini di proprietà. E poi, riuscire a controllare la capacità di drenaggio della terra, e intervenire con canalizzazioni dell’acqua piovana in eccesso significa prevenire frane. Forse, suggeriamo, istituire un tavolo permanente con il Parco, le due Università e il Comune potrebbe essere utile non solo per monitorare l’esatto stato delle condizioni attuali, ma anche per fornire concrete indicazioni operative, con lo scopo di formare una mentalità nuova tra i proprietari e i cittadini che abitano nel territorio comunale. Un punto di incontro che renda chiaro e possa concretizzare l’idea che al nostro territorio non basta più che sia abitabile, è necessario che i residenti lo vivano come parte fondamentale della loro vita quotidiana. Il Parco di Veio è disponibile, aspettiamo un cenno positivo dall’Università Agraria, dagli Allevatori e ovviamente dal Comune.

La ricetta

La cicoria ripassata

di A.I.

Anticamente si chiamava cicoria “strascinata”, aggettivo che, secondo un gustoso aneddoto narrato da Ada Boni, divulgatrice di ricette regionali, – prima della nascita reboante degli chef e dei masterchef, diede vita a un divertente equivoco. Racconta, infatti, Boni che una giovane sposa, alla quale il marito aveva ordinato per pranzo la cicoria “strascinata”, non sapendo cosa fosse né come si preparasse, mise insieme un mazzetto delle foglie della verdura, le legò come fosse il famoso mazzolin di fiori, e lo “strascinò” su e giù per i pavimenti della casa, prima di servirlo a tavola. Boni non dice come finì la storia, c’è da augurarsi con una risata di entrambi i giovani sposi, e non con l’esercizio del potere patriarcale di cui conosciamo le nefaste conseguenze. Torniamo alla cicoria “ripassata”. Dopo aver fatto bollire e fatta scolare la cicoria, si versa in una padella un filo d’olio d’oliva (meglio se è di Sacrofano) e due spicchi di aglio. Chi ama il peperoncino, ce lo metta. Quando gli spicchi sono rosolati, a fuoco lento, si tolgono, e si aggiunge la cicoria lessata, con l’aggiunta del sale e chi vuole, di un poco di pepe. Alzate il fuoco, mescolate (cioè “strascinate”) con un mestolo di legno, in modo che la cicoria “ripassi” per bene in padella. E poi servitela come contorno gustoso e profumato, che può accompagnare arrosti, bolliti, salsicce e chi più ne ha più ne faccia contorno.

 

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Corsivo corrosivo

La pubblicità italiana torna a far parlare (male) di sé

Mentre, visti i tempi, la crisi dei consumi sembra essere la vera protagonista del marketing contemporaneo, alcuni svarioni rivelano poca attenzione delle aziende nei confronti dei loro clienti

di M F

“C’era una volta…. — Un re! — diranno subito i miei piccoli lettori. — No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno”. Ecco l’incipit con cui Carlo Collodi comincia le “Le avventura di Pinocchio”, celeberrima favola sulle bugie. Citiamo Pinocchio perché un famoso pubblicitario italiano, Emanuele Pirella (1940-2010) sosteneva che “la pubblicità deve dire la verità, tutta la verità, tutt’altro che la verità”. Nel caso che stiamo citando, invece parrebbe che c’era una volta un pezzo di ferro. Quello che fa dire a una rinomata compagnia pubblica di trasporto ferroviario che gli italiani sono, appunto, “un popolo di ferro”.

Ecco una bugia, di quelle che dovrebbe fare crescere il naso “ad alta velocità”, che non potrebbe neanche trovare posto in quella reboante incisione scolpita a caratteri cubitali che a Roma compare sulla facciata del cosiddetto Colosseo quadrato, come i romani chiamano il Palazzo della Civiltà Italiana. Una triste citazione di una frase pronunciata dal capo del governo dell’epoca, siamo nel 1935, quando l’Italia aggredì l’Etiopia. La cosa diventa grottesca quando lo speaker dello spot in questione ci informa che poi il “paese di ferro” si scioglie in occasione delle Olimpiadi Milano-Cortina. Immagine retorica di rara infelicità: sia che si sciolgano i binari di ferro su cui viaggia il treno, verso le Dolomiti sia – forse peggio – che si sciolgano le nevi durante le gare delle Olimpiadi invernali.

Un altro esempio ce lo offre uno spot radiofonico in cui la vocina di una bambina ci chiede di ascoltare la musica non con le orecchie, ma col cuore. Firmato: una nota carta igienica. Un esempio di infelice scatologia che sarebbe stato meglio, almeno, non avesse coinvolto una minore, ancorché in voce.

Alla vandea dell’infelicità comunicativa non sfugge il web. Una nota azienda multinazionale di telecomunicazioni, in una App che promette la migliore connessione possibile, con tanto di integrazione tra fisso e mobile, leggiamo: “Copertura del router: è tutto apposto. Non “a posto”, ma “apposto”. L’azienda che ha apposto questa dicitura dovrebbe farsi un esame, non tanto di lingua e grammatica italiana, ma di coscienza: quando si scrivono queste infelici castronerie si provoca un danno ai ragazzi che usano gli smartphone e che sono portati a credere che se lo hanno letto sull’App vuol dire che si dice così.

Poi c’è una campagna pubblicitaria che lancia un nuovo sito di scommesse sportive, nella quale compaiono come testimonial tre celebri calciatori italiani. C’è del cattivo gusto. Famosi calciatori che hanno avuto e hanno ancora un certo seguito tra i tifosi, invece che farsi portatori di valori legati all’attività fisica e allo spirito sportivo si siano prestati all’illusione del facile guadagno ricavato dalla vincita di scommesse sportive non è esattamente quello che ci aspetterebbe dalla loro reputazione. Soprattutto in uno sport spesso attraversato da inchieste sul cosiddetto calcioscommesse, con tanto di indagini sul “totonero”, e di processi per “scommessopoli”, in cui sovente sono stati coinvolti calciatori, dirigenti e squadre, dalla serie A fin dentro i campionati dilettantistici. Insomma, se uno è maggiorenne e vaccinato può fare tutto quello che la Legge gli permette di fare. Al di là di un facile moralismo, sarebbe stato meglio, tuttavia, essere più cauti quando si ha a che fare con le leggi del marketing. Come avrebbe detto Totò: “ogni limite ha una pazienza”. Come nel caso di una nota marca che si definisce “la famiglia italiana”, del cibo per animali? Macché, del pet food.

 

Hair Beauty

Terapia per una cute in salute

di Emanuele Bruschi

La filosofia della “therapy cutanea” si fonda sull’idea che il cuoio capelluto sia l’estensione della pelle del viso e che, pertanto, necessiti di un approccio dermatologico simile alla skincare.

La Cute come Terreno Fertile
La vera bellezza e forza dei capelli derivano esclusivamente da un ecosistema cutaneo equilibrato. Se la cute è sana e nutrita, il capello cresce con una struttura integra, se è squilibrata (eccesso di sebo, forfora o sensibilità), la qualità della fibra ne risente immediatamente.

Trattamento Personalizzato 
Ogni persona ha un profilo lipidico unico. La “therapy” non è universale, ma codificata sulle esigenze specifiche del singolo individuo (scalp, fiber, texture).

Ispirazione Skincare e Rigenerazione
Ripristino della Barriera: Utilizzo di lipidi bio-identici per ricostruire lo strato protettivo esterno.
Equilibrio del pH: Prodotti formulati a pH neutro per non aggredire la flora batterica naturale della cute.
Ingredienti Cosmeceutici: Integrazione di attivi come AHA, Omega-9, Allantoina e Vitamina B5 per calmare e idratare in profondità.

Approccio Preventivo
L’obiettivo non è solo risolvere un problema visibile (come la forfora), ma prevenire lo stress ossidativo e l’invecchiamento precoce del follicolo attraverso una detersione profonda ma non abrasiva e l’uso di sieri leave-in che rimangono a contatto con la cute per massimizzare i benefici.
Vuoi sapere quale prodotto specifico o quale codice trattamento sarebbe più indicato per la tua tipologia di cute?
Passa dal tuo parrucchiere di fiducia, dopo un’attenta consulenza saprà consigliarti per il meglio.
Trattate la vostra cute con la stessa cura che riservate al viso.
Il segreto di un capello perfetto è tutto lì, nel cuore della fibra.
Buon rituale di bellezza a tutti.

TANO EVOLUZIONE Elettrauto a Sacrofano

Le persone

Eugenia, professione sbroglia-matasse

Eugenia Guarino è la consulente che lavora in smart-bar, quello di Monia, a Borgo Pineto. E riceve tutti coloro che hanno bisogno di un consiglio, un suggerimento, che le affidano una pratica per liberarsi dai tentacoli della burocrazia. Lei si prende a cuore i problemi e sforna soluzioni come fossero cornetti caldi da servire per colazione al bar.

Le persone

Riccardo, il barbiere aperto di lunedì

La barberia Iacobucci, aperta dal 2019, in media riceve, per appuntamento, fino a 16 clienti al giorno. Recentemente ha preso una decisione coraggiosa: chiude sabato, ma apre lunedì. Un barbiere che apre di lunedì? Sì, Riccardo è padre di 4 bambini, e vuole aiutare la madre dei suoi figli, almeno durante il week end. Meditate gente, meditate.

Le persone

Patrizia, la dottoressa infaticabile

Patrizia Fusco è a Sacrofano dal 1976. In 50 anni di professione ne ha viste di tutti i colori: è stata medico della mutua, poi mendico condotto, infine medico di base, della Usl e poi della Asl. C’è stato un tempo che ha avuto fino a 1800 pazienti. Anche in pensione è facile vederla in giro per sostituire colleghi più giovani. Ippocrate ne sarebbe fiero. (Foto di Romeo Mancori)

Stato sociale

Come sta la sanità a Sacrofano?

Ha gli stessi problemi di tutti i comuni italiani, ma non è il caso di consolarsi con la panacea del “mal comune mezzo gaudio”. Lina Cardarelli, delegata alla Sanità del Comune ci fa un quadro della situazione

Non si può non partire da una valutazione oggettiva: se l’affidamento da parte dello Stato alle regioni della gestione della Sanità pubblica voleva creare condizioni di maggiore flessibilità e un migliore adattamento alle esigenze dei territori, il bilancio non è positivo. Il potere di organizzazione sanitaria, la gestione delle Asl e il controllo della spesa delegato alle regioni ha creato forti disuguaglianze, frammentazione, difficoltà di coordinamento e vistosi squilibri economici e di qualità delle prestazioni. Recentemente, si è constatato che la spesa pubblica dedicata nella recente legge di bilancio alla Sanità da parte del governo è sproporzionata alla previsione della spesa media che le famiglie italiane sostengono per le cure. “In un anno spendiamo di tasca nostra 6,9 miliardi di euro per le visite specialistiche e 3,7 miliardi per gli esami specialistici”, ha recentemente rilevato dataroom@corriere.it .

Il Lazio soffre di liste d’attesa molto lunghe, è la criticità più sentita dai cittadini. Infatti, circa il 70% delle persone indica i tempi lunghi come problema principale, tanto per molti – troppi! – risulta difficile” ottenere visite in tempi adeguati. Le conseguenze sono presto evidenti: molti – che se lo possono permettere – si rivolgono al privato creando inaccettabili disuguaglianze. L’elevato ricorso alla Sanità privata è testimoniato dal fatto che circa l’80% delle persone dichiara di essere andata nel privato almeno una volta, per abbattere i tempi d’attesa. Il Lazio è considerato carente sul piano della prevenzione e dell’assistenza locale, registrando un peggioramento negli indicatori di prevenzione e assistenza distrettuale, in altre parole questo significa pochi servizi sul territorio, troppo peso sugli ospedali, difficoltà per anziani e malati cronici. A fronte di questa generale situazione non è pensabile che il territorio di Sacrofano non ne risenta. Sacrofano è di competenza della Asl Roma 4, con sede a Campagnano.
Nel territorio comunale, è attivo un servizio di pronto intervento, con personale medico e paramedico, dotato di un’autoambulanza presente 24 ore. Le emergenze sono coperte da due ospedali limitrofi: il Sant’Andrea, in località Grottarossa, e il San Pietro sulla Cassia, nel quadrante nord di Roma.
“Recentemente la Asl Roma 4 ha aperto un laboratorio di prossimità e PUA (punto unico di accesso) dedicato ai cittadini con fragilità e disabilità. – dice Lina Cardarelli, consigliera comunale con delega alla Sanità – È aperto al pubblico quattro giorni al mese”, dice Lina Cardarelli, consigliera comunale con delega alla Sanità, alla quale non è difficile far notare che, se pur importante questo nuovo presidio pubblico, è difficile

immaginare possa essere competitivo con i laboratori privati presenti nel territorio.
Lo studio medico condiviso dai medici di base di Sacrofano ha avuto un turn-over dovuto al pensionamento ai pensionamenti, ma attualmente si è stabilizzato, e oggi offre anche un servizio di pediatria, mentre somministra ogni anno ai pazienti che ne fanno richiesta la vaccinazione antiinfluenzale e quella anti-pneumococco.
“Ogni anno – dice Cardarelli- organizziamo analisi precoci per i tumori al seno, favoriamo la prevenzione per il tumore al colon, e promoviamo i controlli per la prevenzione dei disturbi all’udito, oltre che la donazione del sangue. Recentemente è stata attivata “La Banca delle visite”, grazie a all’omonima organizzazione non profit cerchiamo di sostenere il diritto alla salute per chi non se lo può permettere”, dice Cardarelli “, riuscendo a fornire visite specialistiche ed esami clinici gratuitamente, grazie alle donazioni dei privati”.
Non c’è dubbio sia un’iniziativa che contribuisca al welfare, ma al tempo stesso – e paradossalmente- conferma chiaramente le inadempienze e le carenze del sistema della Sanità pubblica che abbiamo illustrato fin qui. Non sempre la beneficenza può essere sussidiaria del diritto alla salute. Si tratta di uno dei diritti fondamentali, ai quali dovemmo tutti prestare molta più attenzione. Quell’attenzione che metta nelle condizioni politiche l’Amministrazione comunale non solo di chiedere molto di più alla Asl competente e più in generale alla Regione, ma di immaginare in quali concrete forme sia possibile dare vita a esperienze orizzontali che mettano in rete le risorse umane e strutturali distribuite nel territorio, allo scopo di ottimizzare l’assistenza medica diffusa nell’area dei comuni limitrofi.

80 anni di diritto al voto alle donne italiane

Ottanta anni fa, nel 1946, le donne italiane conquistarono il diritto al voto, il primo passo verso la liberazione dalla subalternità famigliare, sociale, politica. Un diritto conquistato durante la Resistenza, poi riconosciuto con la partecipazione alla Costituente.
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali”, recita l’art.3.
Con questo fondamento ha eliminato  qualsiasi discriminazione tra uomini e donne, anche in ambito politico. Infatti, l’art.48 stabilisce “Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.” Qui viene esplicitamente riconosciuto il diritto di voto anche alle donne.
Con l’art. 51, poi, si fa diretto riferimento all’accesso alle cariche pubbliche: “Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza…”.
A 80 anni dal diritto al voto, le donne hanno saputo conquistare molti altri diritti fondamentali. Ma il cammino non è affatto terminato, anzi è fortemente ostacolato dalla disparità salariale, dai continui tagli allo stato sociale che, tra l’altro, incidono sull’accesso agli asili-nido. Senza contare, il numero ancora troppo alto di violenze sessuali e di femminicidi.

Enoteca Peccato di Vino a Sacrofano