Un giornale, una comunità

19/05/2025 | La riflessione

Per leggere il nostro presente e guardare insieme al futuro

di Piero Santonastaso

“Carta canta, villan dorme” è antico detto di chiaro significato: non esiste nulla di più credibile di qualcosa scritto su carta. Antico in senso relativo perché fino al XV secolo non v’era traccia della carta come la conosciamo noi: troppo costosi i materiali necessari a produrre supporti per la scrittura. Fu l’invenzione della stampa a caratteri mobili a stimolare la ricerca di alternative economiche, fino ad arrivare alla produzione industriale di carta di bassa qualità, ottimale per la stampa. A cominciare dalle gazzette, così chiamate perché i bollettini mercantili in uso a Venezia costavano una gazzetta, alla veneta “gazeta”, moneta d’argento del XVI secolo del valore di due soldi. Era il primo nucleo della comunicazione di massa.

Non che in antico la diffusione di notizie e informazioni fosse sottovalutata. Semplicemente mancavano i supporti che ne favorissero la circolazione. Erano dunque gli esseri umani a muoversi intorno all’informazione e non viceversa. Nell’antica Roma si affiggevano in punti fissi gli acta diurna, tavole di legno con su scritte le cose necessarie al funzionamento della comunità. E in mancanza di supporti toccava allora agli araldi e poi ai banditori, figure sopravvissuta nei paesi fino a mezzo secolo fa: nei vicoli si udiva il suono di una trombetta seguito da una voce stentorea che declamava l’oggetto della comunicazione, fosse l’arrivo del pesce al mercato o l’avvio di un lavoro stradale. Comunicazione ruspante, terra terra e perciò efficace, perché diretta all’intera comunità, per favorirne la crescita e l’integrazione, evitando al contempo la marginalizzazione di interi settori della popolazione, costituita peraltro da una maggioranza di analfabeti. A un livello superiore, per tutto il Novecento, si sono posti i quotidiani e le riviste. Erano le edicole e le bacheche i centri di aggregazione: punti di incontro, confronto e scambio alla luce delle notizie fresche di stampa.

Con l’imprescindibile appendice costituita da bar e circoli, ciascuno dei quali metteva a disposizione del pubblico uno o più giornali. Lì nascevano dibattiti e scontri che spaziavano dalla politica all’amministrazione, dallo sport al pettegolezzo, in questi ultimi casi declassabili a “chiacchiere da bar”. Poi, dopo l’intermezzo televisivo, è calato il silenzio imposto dagli smartphone: ciascuno si isola nel proprio piccolo schermo, nutrendo paradossalmente la convinzione di avere più voce immergendosi nel mare magno dei social.

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