Il problema non sta nel fatto che è artificiale, ma nella confusione tra intelligenza e intelligence

21/10/2026 | _n.4-2026

di Marco Ferri

Quando parliamo di intelligenza umana, facciamo riferimento a una precisa attitudine: la capacità degli esseri umani di comprendere la realtà, elaborare informazioni, risolvere problemi nuovi adattandosi al contesto dei rapporti fra persone e l’ambiente in cui sono inserite. Nella lingua italiana, ci ricorda il vocabolario Treccani, intelligenza è quel “complesso di facoltà psichiche e mentali che consentono all’uomo di pensare, comprendere o spiegare i fatti o le azioni, elaborare modelli astratti della realtà, intendere e farsi intendere dagli altri, giudicare, e lo rendono insieme capace di adattarsi a situazioni nuove e di modificare la situazione stessa quando questa presenta ostacoli all’adattamento”. Dunque, l’intelligenza “è propria dell’uomo, in cui si sviluppa gradualmente a partire dall’infanzia e in cui è accompagnata dalla consapevolezza e dall’autoconsapevolezza”. Gli inglesi la chiamerebbero “human intelligence”. Perché in realtà “artificial intelligence” (AI) vuol dire una cosa significativamente diversa: intelligence è quell’attività di raccolta, analisi e gestione di informazioni strategiche utili a supportare le decisioni di enti pubblici o privati. L’intelligence si addice al marketing che ipotizza un pubblico interessato all’acquisto di un prodotto e per questo incamera dati, li elabora e definisce il profilo del consumatore ideale. Si addice allo spionaggio, ai servizi segreti, alle tecniche preventive per la tutela della sicurezza, allo studio del nemico. Rendere rapidi i passaggi di elaborazione dei dati raccolti sveltisce le procedure, ma non prende le decisioni, a meno che un gruppo di uomini non abbia deciso a priori che a quei dati debbano corrispondere reazioni preordinate. Ecco la differenza: per un essere umano, una reazione preordinata non è un gesto intelligente in sé, quanto piuttosto un riflesso condizionato, cioè una risposta automatica, inconsulta, presa prima di capire esattamente che cosa sia effettivamente successo. La rapidità della reazione prende il posto della effettiva consapevolezza di ciò che sta succedendo. Ecco perché è artificiale, perché si muove all’interno di un perimetro di azioni previste, codificate. Con il costante pericolo di dare vita ad azioni irreversibili, per esempio come quelle che racconta NAZA, il film israeliano premiato al Festival di Venezia, in cui appare chiaro il rovesciamento drammatico del concetto di “danni collaterali”, se è vero che tra i 71 mila morti a Gaza solo 8 mila erano miliziani di Hamas. Il che dimostra che l’AI è uno strumento, non un comportamento autonomo dalla volontà di chi ne adotta le informazioni e ne imposta le reazioni. D’altronde, anche nel suo piccolo, l’AI fa esattamente solo quello per cui è impostato. Ve accorgete quando dovete passare per “l’intelligenza artificiale generativa” del servizio clienti del vostro fornitore di energie o telefonia. O quando avete a che fare con l’App della vostra banca. Succede sempre e solo quello che vogliono loro, voi e le vostre richieste non contate nulla, se non siano già state previste e le risposte predisposte. I vostri diritti non sono contemplati da quelle procedure, a cominciare da quello di essere ascoltati e presi in considerazione, per contribuire non solo a risolvere il vostro problema ma a provocare il cambiamento delle procedure del servizio clienti. Ecco che anche nella vita di tutti i giorni, IA significa troppo spesso Imposição Artificiale. Tanto rapide appaiono le informazioni che vengono somministrate agli utenti dei servizi, quanto tardive e burocratiche saranno le modifiche delle regole che non funzionano. Per dirla in modo semplice, è sempre più evidente che l’intelligence mal tollera l’intelligenza umana: la prima vuole imporre lo status quo per cui è stata creata, la seconda è alla continua ricerca di soluzioni creative, non ancora scoperte e codificate, per dare vita a nuovi scenari umani, economici, sociali, storici. Scrive Giorgio Parisi, Premio Nobel per la Fisica nel 2021: “Karl Marx, in un discorso del 1856 per l’anniversario del ‘People’s Paper’, pronunciava parole che sembrano dette oggi: ‘Macchine dotate del meraviglioso potere di ridurre e potenziare il lavoro umano, fanno morire l’uomo di fame e lo ammazzano di lavoro. Un misterioso e fatale incantesimo trasforma le nuove sorgenti della ricchezza in fonti di miseria’. Centosettanta anni dopo, siamo punto e a capo. Solo che le macchine, adesso, non sostituiscono più le braccia, ma pezzi crescenti dell’attività intellettuale”. (Giorgio Parisi, “Il nostro futuro su un piccolo pianeta bisognoso di cura”, Castelvecchi 2026). A questo punto, a fronte delle recenti polemiche sull’AI, è chiaro che di fronte abbiamo due strade. L’intelligenza artificiale può diventare uno strumento che renda possibile la liberazione dal lavoro ripetitivo e malpagato per promuovere una grande crescita economica a beneficio di tutti. Oppure può diventare lo strumento apocalittico di una concentrazione di potere e ricchezza come mai avvenuto nella storia umana. Continueremo a far scegliere agli oligarchi del digitale, o finalmente troviamo la via per decidere noi in che mondo vogliamo vivere e far crescere i nostri figli?

La Nuova Sacrofano n4 2026

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