Nino Celeste, concittadino e decano dei direttori della fotografia del cinema italiano ricorda Pier Paolo Pasolini a 50 anni dalla sua tragica scomparsa
di Sebastiano Nino Celeste

A cinquant’anni dalla morte violenta, le cui circostanze sono ancora da approfondire, come troppo spesso è successo nella storia nostro paese, la statura intellettuale di Pier Paolo Pasolini sovrasta ogni giudizio di parte. Risuonano ancora le parole di Alberto Moravia ai funerali che si celebrarono nel quartiere San Lorenzo il 5 novembre del 1975: “Siamo qui per piangere un poeta. I poeti non si discutono, si ascoltano”. Moravia, che di Pasolini era uno dei più stretti amici e confidenti, ne fissò per sempre lo spessore intellettuale. Pasolini poeta, scrittore, giornalista, autore e regista, documentarista militante è stato un intellettuale scomodo, ma assolutamente indispensabile per il discorso pubblico, capace di smascherare ipocrisie sociali e politiche di un paese come l’Italia, tanto ricco di capacità individuali e collettive, quanto denso di contradizioni, soprusi, ingiustizie, complotti e crimini politici, contro i quali Pasolini seppe battersi con il coraggio, l’arguzia, e la chiarezza di chi sapeva vedere, scoprire e denunciare con acutezza le contraddizioni di quei tempi. Ne parlo perché sono stato il direttore della fotografia di due lavori scritti e diretti da Pasolini. Gli fui presentato da Tonino Delli Colli, il preferito di Fellini. Mi ha prima colpito e poi mi sono rimaste per sempre impresse la sua professionalità, la sua cortesia, e soprattutto lo spirito di collaborazione che aveva sul set. Sapeva ascoltare e prendere decisioni condivise. Amava maneggiare una macchina da presa, e si faceva dirigere per le luci o le inquadrature.
La prima volta fu nel 1971, in occasione di “Le mura di Sana’a”, un breve film documentario, che oggi è ancora, giustamente, considerato un manifesto civile. Ambientato nello Yemen del Nord, il film nacque come un appello rivolto all’UNESCO e alla comunità internazionale affinché si intervenisse per salvare la città antica da un’edilizia moderna senza regole, senza controllo, senza rispetto di quello che egli considerava un miracolo architettonico e antropologico, anticipando tematiche che oggi sono all’ordine del giorno non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Per completare il montaggio del film, passammo qualche tempo ad Amelia, tra il Lazio e l’Umbria per girare quelli che in gergo si chiamano “fegatelli”. L’accuratezza del film e l’accorato appello che Pasolini pronunciò come voce narrante, ebbe una eco sorprendente, tanto che nel 1986 l’UNESCO riconobbe Sana’a come “Patrimonio dell’umanità”.
Poi fu la volta di un film politicamente impegnato, terreno che Pasolini sapeva percorrere con lucidità e coraggio. Nel 1973 mi chiamò per la fotografia di “12 dicembre”. La regia era di Giovanni Bonfanti, la produzione del Collettivo di Lotta continua, Pasolini vi partecipò in modo decisivo fin dall’inizio del progetto e poi delle riprese, imprimendo un’impostazione sia narrativa che politica. Il suo obiettivo creativo, che divenne il piano di lavorazione nel quale fui coinvolto professionalmente, era denunciare la cosiddetta strategia della tensione, raccontare un’Italia segnata da attentati, repressione, e conflitti sociali, nello stesso tempo, dare voce a operai, studenti, militanti politici, lavoratori agricoli ed emarginati. Pasolini sapeva il fatto suo. Alla questura di Milano mi chiese di togliere le luci che avrebbero dimostrato che la macchina da presa era in funzione. La tenevo come fosse una borsa e riuscii a fare delle riprese che poi montammo. Ricordo, come fosse oggi, quella volta a Reggio Calabria quando fui circondato da energumeni appartenenti ai famigerati “Boia chi molla”, che mi aggredirono perché avrebbero voluto sequestrarmi la macchina da presa: Pier Paolo accorse in mio aiuto, distribuendo precisi cazzotti agli aggressori che dovettero battere precipitosamente in ritirata.
Era un uomo colto e preparato, il poeta che scrisse “Le ceneri di Gramsci”; l’opinionista che sapeva stare sulle colonne del Corriere con i suoi famosi “Scritti corsari”; l’intellettuale che sapeva riflettere attorno alle teorie e la pratica del linguaggio filmico come in “Empirismo eretico; era lo scrittore di romanzi come “Ragazzi di vita” o “Una vita violenta”, entrati a far parte nella storia della nostra letteratura. Allo stesso modo con cui sapeva dialogare con i protagonisti dei suoi film, persone di cultura e condizione sociale diverse da lui. Era a suo agio e metteva a loro agio le star internazionali, come Maria Callas in “Medea” o Orson Welles in “La ricotta”. Ha saputo far lavorare l’uno accanto all’altro Totò e Ninetto Davoli, come in “Uccellacci e uccellini”. Sapeva valorizzare il talento e le capacità professionali delle maestranze sul set. All’inizio ero intimorito dalla sua reputazione intellettuale, ma lavorando con lui ho scoperto doti umani e professionali che mi hanno permesso di arricchire il mio bagaglio lavorativo di un’esperienza insostituibile e indimenticabile. Pier Paolo Pasolini era preparato, altruista e coraggioso. Per me, soprattutto, è stato un vero compagno di lavoro.

