
a cura di M F
In inglese, circa 30.000 classici letterari, televisivi e cinematografici, senza contare i molti altri tutt’ora da riscoprire, pesano su di noi. Immensamente più numerose sono le opere appena meno importanti. In letteratura e nelle arti performative, i sistemi di trasmissione si sono moltiplicati, ma perlopiù le opere indagano ed esprimono l’essenza del genere umano, e parliamo soltanto del settore della narrativa. Esiste un numero perfino maggiore di classici in ambito saggistico: storiografia, letteratura scientifica e naturalistica, biografia, politica, antropologia e via dicendo, un’incommensurabile miniera di tesori. C’è poi tutta la spazzatura ad alto contenuto informativo, oltre a scambi diplomatici, giurisprudenza, accordi commerciali, pornografia, attività giudiziaria, manuali di istruzione, regolamenti industriali e, in aggiunta a tutto questo, miliardi se non trilioni di banali scambi digitali quotidiani, di mode e tendenze virali, di scandali e abusi, più il torrente delle notizie di ogni giorno. Difficile ora rimpiangere che l’intelligenza artificiale non abbia fatto in tempo a contribuire in modo sostanziale all’accumulo, prima che le catastrofi prodotte dall’uomo ne rallentassero il progresso. Il colossale passato preme forte sul presente, come gli oceani, le piogge e i venti su scogliere di tufo. (“Quello che possiamo sapere”, Ian McEwan, Einaudi.)

