Se l’intelligenza artificiale crea disuguaglianze tra i lavoratori

21/10/2026 | _n.4-2026

Il dibattito sui pericoli dell’uso dell’AI fuori dalle regole democratiche ci tocca molto da vicino.

di Guglielmo Forges Davanzati (Unisalento)

La Nuova Sacrofano n4 2026

Data l’evidenza di cui disponiamo, ci sono buone ragioni per ritenere che l’Intelligenza artificiale stia aumentando les disuguaglianze: quelle funzionali, fra redditi da capitale e redditi da lavoro; quelle salariali, fra lavoratori altamente qualificati e lavoratori poco qualificati; e quelle territoriali, fra aree geografiche. A questo si aggiunge un dato apparentemente paradossale: per ora, gli effetti dell’Intelligenza artificiale sulla produttività aggregata sono modesti. Questi meccanismi sono interconnessi.
Rivoluzioni tecnologiche
Infatti, occorre innanzitutto ricordare che gli aumenti di produttività derivanti dalle rivoluzioni tecnologiche – come è accaduto, in particolare, nelle fasi mature della prima e della seconda rivoluzione industriale – si sono tradotti in aumenti dei salari là dove la conflittualità sociale e l’organizzazione collettiva dei lavoratori hanno consentito loro di appropriarsi di una parte dei guadagni di produttività. In linea generale, l’avanzamento tecnico produce effetti favorevoli ai lavoratori solo quando si associa a condizioni organizzative e istituzionali capaci di accrescerne il potere contrattuale. Ciò si è reso storicamente possibile quando i lavoratori sono stati sufficientemente compatti da poter agire collettivamente per la tutela dei propri interessi. In casi diversi – si pensi alla rivoluzione informatica degli anni Ottanta e Novanta – l’avanzamento tecnologico ha invece funzionato prevalentemente come meccanismo di disciplina, attraverso la segmentazione della classe lavoratrice e il conseguente indebolimento della sua capacità negoziale.
Indebolire i lavoratori
L’Intelligenza artificiale appartiene a questa seconda categoria di innovazioni: polarizza le mansioni, riduce i costi di coordinamento e controllo di processi produttivi esternalizzati, accentua il controllo a distanza e la standardizzazione dei processi e, dunque, tende a comprimere gli spazi per l’organizzazione collettiva dei lavoratori e a ridimensionare la loro capacità di coalizzarsi. Uno studio del Fondo monetario internazionale (AI Adoption and Inequality del 2025) mostra che l’adozione dell’Ia può produrre forti aumenti dei rendimenti del capitale, con un incremento dell’indice di Gini – nel suo modello – nell’ordine dei 14 punti percentuali. Da questo punto di vista, bisogna evidenziare un errore diffuso, che consiste nel ritenere che l’avanzamento tecnico produca sempre incrementi di produttività e che questi si traducano automaticamente in benefici diffusi. Questi automatismi non esistono nei fatti e non sono mai esistiti. In secondo luogo, è lo stesso Fmi a mostrare che per i lavoratori meno qualificati è alto il rischio di sostituzione e che la sola possibilità di essere sostituiti può indurli ad accettare aumenti salariali contenuti. L’Ia rende, infatti, possibile e poco costosa la delega di attività cognitive standardizzabili. E ancora: vi è ampia evidenza sul fatto che l’Ia sta generando profitti molto elevati per i fornitori di infrastrutture Ia (imprese di grandi dimensioni, prevalentemente statunitensi). Il che porta a ritenere che l’avanzamento tecnologico in corso è destinato ad aumentare la concentrazione industriale e a penalizzare le imprese di più piccole dimensioni e i territori nei quali operano. Il Fondo monetario internazionale (Global Economic and Financial Implications of Artificial Intelligence del 2026) rileva che gli elevati costi fissi nei settori che operano con le nuove tecnologie generano elevate barriere all’entrata, dunque elevato potere di monopolio e, per contro, su fonte Ocse e Istat, viene stimato che nel 2025 l’Ia è utilizzata dal 16,4 per cento delle imprese italiane con almeno dieci addetti a fronte di una media Ocse pari al 20,2 per cento, e di una media europea del 20 per cento.
Aumenti di produttività
Ma la questione probabilmente più rilevante – ampiamente discussa fra gli addetti ai lavori – è che gli aumenti di produttività derivanti dall’introduzione dell’Ia, e dunque il suo contributo alla crescita economica, non sono al momento significativi. Una possibile spiegazione risiede nel fatto che il rallentamento di lungo periodo della produttività nei paesi Ocse (a partire dagli anni Ottanta) si è manifestato – e continua a manifestarsi – in un contesto segnato da aumento delle disuguaglianze: quando queste sono elevate, infatti, è stagnante la domanda di beni e servizi e, con essa, la diffusione delle nuove tecnologie. Una maggiore domanda può favorire l’adozione dell’Ia: più la si utilizza, più imprese e lavoratori imparano a utilizzarla efficacemente ed è proprio questo continuo processo di apprendimento a generare ulteriori incrementi di produttività. (Courtesy by Domani).

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