Se la plastica inquina anche l’economia circolare

21/10/2026 | _n.4-2026

Il riciclo sembra non avere più mercato, è più conveniente importarla dall’estero.

di L. B.

I rumors c’erano già da qualche mese – non a caso avevamo trattato il tema nel numero di luglio – ma ormai il problema legato al commercio della plastica riciclata ha assunto lo status di vera e propria emergenza. Diversi sindaci in varie regioni hanno lanciato l’allarme: la plastica riciclata non ha più mercato, la filiera si inceppa e si generano gravi problematiche logistiche, ambientali e, di conseguenza, economiche per le comunità. Le ragioni sono molteplici: la convenienza della plastica vergine d’importazione rispetto a quella riciclata, i costi di lavorazione molto alti (fortemente legati al caro energia) e la saturazione dei mercati nazionali e internazionali. Il paradosso è evidente: mentre aumenta la raccolta differenziata, i consorzi di riciclo non riescono a vendere il materiale trattato, con il risultato che i piazzali e le piattaforme di stoccaggio di plastica in attesa di lavorazione si riempiono. Nel Lazio, secondo le dichiarazioni di Unindustria apparse su diversi organi di stampa, la situazione sembra essere grave, poiché la crisi si aggiunge a criticità strutturali pregresse. Per i Comuni questo scenario rischia di tradursi in un micidiale effetto domino. Da una parte si spinge sulla differenziata per ridurre i costi o aumentare i ricavi gestendo in proprio i proventi della vendita dei materiali; dall’altra si resta vittime di un mercato che non assorbe i rifiuti o che presenta costi in continua crescita. Come difendersi e prevenire una crisi? L’unica vera contromisura strutturale è la riduzione del consumo di plastica: una soluzione a costo quasi zero che agisce direttamente alla radice del problema. Invece di concentrarsi solo sulla gestione del rifiuto, si sposta il focus sulla riduzione alla fonte, ovvero la prima delle “R” dell’economia circolare (Riduci). Meno volume nei sacchi significa meno viaggi verso i centri di stoccaggio o riciclo. C’è inoltre da sfatare il mito del riciclo: riciclare non è il non plus ultra. Consumare plastica non è mai un’azione neutrale, né il cittadino ha esaurito il proprio compito conferendo il rifiuto nel mastello giusto. In un mondo consumistico, interconnesso e globale, il riciclo è solo una toppa che mostra chiari limiti fisici ed economici, utile solo quando proprio non si riesce a incidere sulle prime due “R” dell’economia circolare: Ridurre e Riusare. Un elemento che in questo periodo aggrava la filiera locale è che, nel nostro comune, il PET (quello delle bottiglie di acqua e bibite) – una plastica pregiata e molto ambita dal mercato – viene raccolto insieme a plastiche “povere”, rendendo ancora più costoso il conferimento e la lavorazione successiva. Di fatto il compattatore di PET esiste ma è di proprietà di una delle catene di supermercati quindi al di fuori del circuito ‘pubblico’ benché svolga la sua essenziale funzione di separare le due plastiche ed indirizzare quella ‘nobile’ verso una filiera più redditizia. L’auspicio è che la situazione rientri o venga tamponata a livello regionale, o almeno che non impatti direttamente sul nostro Comune, da sempre all’avanguardia nella raccolta differenziata sia per la qualità del servizio sia per la grande predisposizione della cittadinanza. Tuttavia, è opportuno sottolineare che questo modello presenta interessi talvolta confliggenti tra i vari attori coinvolti: cittadini, comune, società appaltatrici, compattatori di supermercati, consorzi e mercato. Produrre (e riciclare) troppa plastica non è mai una risorsa, ma sempre un costo. Gli eventuali benefici economici sono temporanei. In conclusione, l’unica vera soluzione duratura risiede nel rivedere radicalmente le nostre abitudini di consumo.

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