La Soprintendenza ha deciso: l’amigdala ritrovata quest’estate da Gualerni verrà esposta in Biblioteca
di Piero Santonastaso
Sacrofano entra nella preistoria. Lo dimostra ritrovamento fatto il 18 agosto 2024 da Giannicolombo Gualerni, attento osservatore del nostro territorio, che da una passeggiata lungo la strada comunale della Mola, in località Rocchette, tornò con un “sasso” dalle bizzarre caratteristiche: scheggiato, appuntito, tagliente, con una forma che ricorda vagamente una mandorla. Pensò bene di portarlo alla Soprintendenza per Viterbo e l’Etruria meridionale, dalla quale fu dirottato negli uffici romani. Dopo un anno di indagini e un sopralluogo di un geologo e un archeologo, è arrivato il responso: “reperto litico identificabile come un residuo di un nucleo di schegge e inquadrabile tra una fase avanzata del paleolitico e l’età dei metalli”. Traduzione: l’oggetto risale a un periodo compreso tra i 40.000 e i 3.000 anni a.C. All’interno di questo arco temporale la successione delle epoche è: Paleolitico superiore (40.000-10.000 a.C.); Mesolitico (10.000-7.000 a.C.); Neolitico (7.000-3.500 a.C.); Età del Rame (o Eneolitico, 3.500-2.200 a.C.). Un ampio periodo nel cui estremo superiore si estinguono i Neanderthal e si affermano i Sapiens, organizzati in bande di cacciatori-raccoglitori. Piccoli gruppi di 10-20 individui che sfruttavano al massimo le risorse naturali di un territorio e poi passavano oltre. Non c’era da scialare: l’ambiente ricordava più quello della steppa e solo intorno al 10.000 a.C. cominciò a prendere le sembianze odierne, più o meno nel periodo in cui in Oriente iniziarono le pratiche agricole (in Italia un paio di millenni più tardi). In compenso c’era abbondanza di animali (elefanti, cinghiali, cavalli, buoi, cervi, lupi etc) e si raccoglievano molluschi lungo coste molto più avanzate rispetto alle attuali (il livello del mare era di un centinaio di metri inferiore, per effetto dell’ultima grande glaciazione). L’oggetto trovato da Gualerni, comunemente etichettato come “amigdala” per la forma a mandorla ma scientificamente noto come “bifacciale”, potrebbe appartenere alla fase finale del Paleolitico superiore, quello della cosiddetta cultura Magdaleniana, ma su questo è meglio lasciare la parola agli studiosi. In compenso, da cittadini, possiamo rallegrarci per l’ennesima dimostrazione di quanto antica sia la vitalità del territorio scrofanese, formatosi centinaia di migliaia di anni fa tra la parte orientale del Vulcano Sabatino (la caldera di Sacrofano) e la valle del Paleotevere che avrebbe prodotto la civiltà latina. È un’occasione preziosa per far uscire Sacrofano dall’ombra dei centri confinanti. Lo chiede lo stesso Giannicolombo Gualerni, che ha proposto il ritorno in paese del reperto, da collocare in biblioteca in una teca dedicata che sarà realizzare usando il premio in denaro destinato allo scopritore. La sindaca Nicolini si è spesa per ottenere il permesso di esporla nella Biblioteca comunale e alla fine la Soprintendenza ha detto sì: “Se è un bene prezioso che i miei concittadini conoscano la storia del paese, scoprire che il territorio di Sacrofano era già frequentato più di 10.000 anni fa è un fatto tanto sorprendente quanto promettente. Sono felice per la decisione della Soprintendenza”. “Il territorio lo ama chi lo vive”, ama ripetere Gualerni. Amiamolo tutti insieme.

