Ragionando su due piedi, parte seconda

02/01/2026 | _n.9-2025

Continua il viaggio alla scoperta delle bellezze del nostro territorio

A cura degli Esploratori Veientani (*)

Riprendiamo il cammino alla volta di Sacrofano e dopo aver superato alcune colline alternate a verdeggianti prati raggiungiamo dapprima un sito archeologico legato alla figura di San Silvestro, l’eremo dove soggiornò il santo, un ipogeo dalla doppia entrata dove sono ancora visibili all’interno tracce di pigmenti delle pitture rupestri che ornavano l’ambiente. È presente in loco un cunicolo ancora funzionante e accessibile che drena le acque di una sorgente posta all’interno. Dopo una breve pausa e scivolando successivamente verso valle raggiungiamo la piana di Monte Cavallaro dove il nome stesso è originato dalla presenza di numerosi cavalli. Al nostro passaggio, che rompe l’atmosfera del luogo, alcuni di qloro loro si voltano a curiosare. Di lì a poco, camminando per circa un chilometro su quello che è chiamato Noce Cristo, raggiungiamo il paese in cerca del primo bar per consumare una veloce colazione. Riprendiamo la marcia che da ora fino alla sommità di Monte Musino assume una pendenza, per un paio di chilometri, che ci farà parecchio sudare. La sommità, quasi 400 metri, risulta la più alta dell’intero Parco di Veio. In “Viaggio in Etruria “, l’esploratore britannico George Dennis ci racconta che su quel monte si svolgevano in era arcaica riti sacrificali di tipo eleusino. Circondata dall’area boscata è presente qui una radura che i locali hanno chiamato Pratarina Tonna, uno stupendo terrazzo che si apre su tutto l’agro veientano e che ci offre uno spettacolo superlativo. L’orizzonte lontano evoca vastità, bellezza, libertà e mistero superando i confini spazio-temporali. Attraversata l’area boscata si aprono davanti ai nostri occhi nuovi prati dove pascolano armenti di bovini ed equini. Ci avviciniamo alla meta. Dopo aver superato il cunicolo di Costa Domaccia e scavallato la strada provinciale ci infiliamo nel sentiero che ci porterà alla nostra meta: le Sorgenti del Cremera con le sue concrezioni che riempiono l’enome costone tufaceo. Da una parete ornata dal capelvenere scende l’acqua zampillante che va ad alimentare il bacino del nostro fiume, quel fiume che dopo un bel tragitto e dopo aver bagnato quella che fu l’antica città di Veio si va a gettare nel Tevere all’altezza della diga di Castel Giubileo. Le Sorgenti evocano sacralità e hanno quel potere di incantare ed ispirare. Come scrisse Mario Rigoni Stern: “Basterebbe una passeggiata in mezzo alla Natura, fermarsi un momento ad ascoltare, spogliarsi del superfluo e comprendere che non occorre poi molto per vivere bene”. (2-Fine).
[*] Luigi Perini, Francesco Braghetta, Giannicolombo Gualerni, Petro Macrì.

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