a cura di M F

La bambina non riuscì a contenere lo stupore.
“Mi scusi, signore”, chiese deglutendo “posso sapere perché vuole così tanto piangere?”
Il vecchio si tolse il cappello bianco e lo tenne in mano. Lo sguardo basso, fissò in silenzio la scatola delle lacrime, e poi con fatica cominciò a parlare:“… quando è morto mio padre, non ho versato neppure una lacrima. Tutti mi hanno giudicato un figlio senza cuore. Avevo una moglie che amavo ma mi ha lasciato perché diceva che le faceva paura un uomo incapace di piangere. Quando si è fatta le valigie, sono rimasto a guardare. Capisci? Se in quel momento le avessi mostrato almeno una lacrima, non se ne sarebbe andata. Anche quando mi sprofonda il cuore e vedo tutto nero dalla disperazione, o la tristezza mi toglie la forza di andare avanti, nemmeno in quei casi riesco a piangere. Mi hanno sempre detto che sono insensibile, che non so cosa sia la tristezza. Che se mi pungessi con un ago, non uscirebbe neppure una goccia di sangue. Ma non è vero, se mi pungo un dito, di sangue caldo ne esce eccome. Ho convissuto tutta la vita con un dolore che ti fa stringere i denti, venire voglia di sbattere la testa contro il muro e urlare come un pazzo nel buio. Ma a furia di sentirmelo ripetere, alla fine anch’io ho cominciato a chiedermi se non avessi davvero un cuore di pietra. È veramente così? Non c’è modo di saperlo finché non riesco a piangere, finché non capisco in che modo le lacrime modificano gli stati d’animo”. (Han Kang, “La scatola delle lacrime”, Adeplhi 2026).

