Perché il taglio alle accise è uno strumento sbagliato di contrasto all’inflazione

26/05/2026 | _n.2-2026

di Guglielmo Forges Davanzati, Unisalento

Trentaquattro anni fa, è stata abolita in Italia una delle principali misure di tutela del potere d’acquisto delle famiglie – l’indicizzazione dei salari, la cosiddetta “scala mobile”. Questo meccanismo, in vigore dal 1945 al 1992, garantiva l’adeguamento automatico dei salari all’aumento dei prezzi. Il suo superamento fu motivato alla luce della convinzione che rappresentasse uno dei principali fattori di propagazione della “spirale prezzi-salari” degli anni Settanta, e quindi dell’elevata inflazione di quel periodo. Il 1992 è stato un anno cruciale nella storia recente dell’economia italiana. Dopo la caduta del muro di Berlino e l’implosione dell’URSS, si scelse di far entrare la nostra economia nella nuova fase della globalizzazione con un modello di sviluppo trainato dalle esportazioni e fondato sulla sistematica riduzione della domanda interna e sulla moderazione salariale. Il tabù dell’indicizzazione salariale merita una revisione critica. È vero che, dopo l’abolizione della scala mobile, il tasso di inflazione in Italia è diminuito; tuttavia, appare discutibile – alla luce dei dati – la previsione secondo cui l’intera economia italiana e i lavoratori ne avrebbero tratto beneficio. La tesi dominante dell’epoca sosteneva che la fine dell’indicizzazione avrebbe favorito la crescita, soprattutto se trainata dalle esportazioni. L’evidenza empirica consente oggi di tracciare un bilancio meno favorevole. La prima promessa disattesa riguarda i salari reali, che si sono progressivamente ridotti proprio a partire dagli anni Novanta. Parallelamente, la quota dei salari sul PIL si è contratta di circa il 10% negli ultimi quarant’anni. Sono parallelamente aumentate le diseguaglianze distributive. Il secondo elemento critico riguarda il commercio estero: solo a partire dagli anni Dieci del Duemila l’Italia ha registrato saldi positivi della bilancia commerciale, peraltro non persistenti. Ciò suggerisce che la moderazione salariale non costituisce di per sé una condizione sufficiente per migliorare i conti con l’estero. A questo esito ha contribuito l’aumento delle esportazioni cinesi, che ha sotttratto quote di mercato alle imprese italiane collocate in settori con livello medio di intensità tecnologica (tessile, mobili e arredo, elettronica, beni strumentali). Un ulteriore limite emerge nel legame tra esportazioni e crescita economica: anche nei periodi in cui le esportazioni sono aumentate, il tasso di crescita del PIL reale è drasticamente diminuito, passando dal 3% medio del periodo 1975–1990 allo 0,5% circa attuale. L’indicizzazione dei salari – ancora presente, seppur in forme diverse, in alcuni Paesi europei come Belgio e Spagna – può invece produrre diversi effetti macroeconomici positivi:

a) accresce i consumi delle famiglie con redditi bassi, che esprimono la più alta propensione al consumo, e dunque tiene alta la domanda interna, potenziando gli effetti moltiplicativi. L’attuale inflazione è elevata soprattutto per le componenti più volatili dei consumi: energia e alimentari, cioè proprio di quelle che hanno maggiore impatto sul potere d’acquisto delle famiglie con redditi più bassi.
b) Spinge le imprese a introdurre innovazioni, generando incrementi di produttività del lavoro: un’economia con bassi salari riduce la spinta all’ammodernamento degli impianti, all’aumento della scala dimensionale, alla produzione di beni ad alto valore aggiunto, alla spesa in ricerca e sviluppo. Si consideri che il tasso di crescita della produttività del lavoro è passato da un valore medio del 2% degli anni Settanta-Ottanta a meno dello 0.5% nell’ultimo ventennio e che le dimensioni medie aziendali si sono ridotte dall’inizio degli anni novanta, segnalando la maggiore difficoltà per le nostre imprese di sfruttare economie di scala.
c) Come segnalato da un recente studio della Commissione Europea (“Indexing wages to inflation in the EU: fiscal drag and benefit erosion effects”), può anche far aumentare il gettito fiscale, per le maggiori imposte dirette e indirette pagate dai percettori di redditi più alti.
Ciò dimostra che strumenti alternativi e più efficaci della riduzione temporanea delle accise sui carburanti esistono. Questa misura è, infatti, una risposta sbagliata all’attuale inflazione, che rischia di non produrre effetti sul prezzo del carburante, che disincentiva la transizione ecologica e che ha natura regressiva, avvantaggiando soprattutto quelle famiglie (di norma, quelle con redditi elevati) che usano maggiormente i trasporti. (Apparso su “Domani”, il 7 maggio 2026) –  per gentile concessione dell’autore).

 

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