A proposito della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne
Partecipando a “Un patto di libertà: le comunità che dicono no alla violenza di genere”, appuntamento nel quale si sono confrontate sul tema alcune presidenti dei Municipi della Capitale, sindache della Città Metropolitana, rappresentati della Regione Lazio e di associazioni, Patrizia Nicolini ha detto: “Parto da una riflessione personale, che è anche profondamente politica. Nella mia esperienza istituzionale, l’autorevolezza femminile viene spesso riconosciuta solo quando assume i tratti della durezza, della voce alta, della conflittualità. Questo rivela un problema culturale ancora enorme: continuiamo ad associare la forza a un modello che richiama la violenza”. Secondo la sindaca di Sacrofano è un problema culturale. Non c’è dubbio sia così. La domanda è: da cosa dipende questo comportamento? La domanda è lecita, in considerazione dalle conseguenze della differenza di genere. A cominciare una ricerca condotta nel 2024 dall’Inps che conferma che le donne guadagnano meno dei loro colleghi maschi: il 29% è la differenza.
Notizia che appare come semplice trafiletto sui quotidiani italiani, nonostante l’enormità del gap salariale: a uno stipendio di 29.967 euro di un dipendente può corrispondere una remunerazione di 19.833 euro di una sua collega, a parità di ruoli e di ore lavoro svolte. Stesso lavoro, differente remunerazione. In una società ogni giorno di più refrattaria ai principi dell’uguaglianza, in cui il valore delle persone è calcolato in base alla ricchezza posseduta, chi guadagna di meno, vale di meno. Va da sé, che chi vale di meno sia soggetto alla subalternità. In un bel libro di Antonella Viola, scienziata di Patologia generale, leggiamo: “La vera svolta nelle relazioni umane avviene però circa 10.000 anni fa, con la rivoluzione agricola. La transizione da società nomadi a comunità stanziali, basate sull’agricoltura, introduce concetti radicalmente nuovi: la proprietà privata e l’eredità. In questo senso la monogamia acquisisce un valore strategico. Gli uomini, desiderosi di garantire che le loro risorse venissero tramandate ai discendenti diretti, avevano un interesse personale nel limitare le attività sessuali delle proprie partner. È possibile che il matrimonio, inteso come istituzione sociale, sia nato proprio in questo periodo, per rafforzare la stabilità dei legami e tutelare le linee ereditarie. Le religioni e le leggi hanno contribuito a consolidare la monogamia come strategia riproduttiva e relazionale prevalente, fino ai nostri giorni”. (“Parliamo d’amore”, Feltrinelli 2025, pag. 95). Ecco, in sintesi, spiegato come è nato, si è affermato e tutt’ora s’impone, anche con la forza, il patriarcato, la causa della violenza di genere: secondo Wired Italia, una donna su tre, tra i sedici e i 75 anni, dichiara di aver subito almeno una forma di violenza fisica o sessuale. Dunque, è vero, come ha sostenuto la sindaca Nicolini al convegno di cui è stata invitata, che il problema è culturale. Ed è vero anche che gli strumenti culturali a disposizione degli Enti Locali subiscono la penuria di disponibilità finanziarie, fenomeno relativo al continuo decremento delle risorse destinate al welfare.
Il fatto è che i cambiamenti necessari alla “eliminazione della violenza contro le donne”, scopo della giornata internazionale del 25 novembre, sono profondamente strutturali, riguardano le basi politiche, sociali ed economiche su cui poggia la nostra società.

