I sindaci si uniscono per chiedere alla Regione Lazio di intervenire per depopolare i cinghiali, mentre il Parco di Veio è mobilitato per monitorare gli sviluppi dell’epidemia.
Siamo in zona rossa, la Regione Lazio ha decretato lo stato di allarme sanitario. Il pericolo non è che il contagio provochi la peste fra gli esseri umani, ma può essere una catastrofe economica per gli allevatori di suini, e quindi creare danni gravi al comparto della macellazione di carne suina, alla filiera della commercializzazione della carne di maiale e degli insaccati di suino: salsicce, prosciutto, lardo, pancetta e guanciale, con la conseguente ripercussione nel comparto della ristorazione. Ecco perché bisogna attenersi scrupolosamente alle prescrizioni: niente picnic nel verde, né passeggiate o trekking, vietato abbandonare rifiuti alimentari nelle aree pubbliche, stop alla caccia al cinghiale e divieto assoluto di dare loro da mangiare. Senza che ce ne rendiamo conto, potremmo essere il tramite tra suini sani e animali infetti o loro fluidi corporei (sangue, saliva, feci). Gisella Monterosso, referente del Servizio Tecnico Forestale del Parco di Veio ci dice che l’uomo, i vestiti, le scarpe, i mezzi di trasporto o i cani possono trasportare il virus meccanicamente, cioè tramite fango o escrementi contaminati nei boschi e portarlo negli allevamenti, anche se gli animali selvatici malati restano il motore principale della diffusione territoriale. “Il virus della Peste Suina Africana è totalmente innocuo per l’essere umano, ma è devastante per l’economia e la filiera suinicola”, ci conferma Monterosso. Le restrizioni sono in vigore nella nuova zona infetta istituita a nord di Roma, che comprende parte dei Municipi III e XV e venti comuni, oltre Sacrofano, da Monterotondo a Campagnano, passando per Rignano Flaminio, Fiano Romano, Capena e altri centri dell’area attorno a Riano. Ovviamente, i cinghiali sono i principali portatori del virus. Questo vuol dire che la soluzione sarebbe una più intensa politica di contenimento. Ecco perché il Comune di Sacrofano è stato promotore di una esplicita richiesta alla Regione Lazio e a tutte le istituzioni coinvolte. “Le restrizioni introdotte nella zona infetta” – scrivono i sindaci dei Comuni coinvolti – “comportano il venir meno dell’ordinario prelievo venatorio del cinghiale. In assenza di un contestuale e significativo incremento delle attività autorizzate di controllo e depopolamento, viene quindi meno uno degli strumenti che ordinariamente contribuiscono al contenimento numerico della specie”. In sostanza, dice Patrizia Nicolini “è necessario che alla sospensione del prelievo venatorio ordinario corrisponda un immediato e significativo rafforzamento delle attività di contenimento, cattura, controllo e depopolamento”. Si tratta, dunque, di rafforzare le attività già in atto, sia da parte del Parco di Veio che ha già provveduto alla cattura di 580 cinghiali, sia da parte dei cittadini che hanno da tempo aderito a una più attenta gestione del conferimento dei rifiuti urbani, in particolare l’umido, con ganci, gabbie e altri metodi per impedire il contatto tra i rifiuti urbani solidi e gli animali selvatici. La durata delle misure restrittive imposte dall’epidemia dipende tanto dai comportamenti delle istituzioni quanto da quelli dei singoli cittadini.


