Il significato della posa del busto in onore di Giacomo Matteotti a Sacrofano è nella storia di oggi, più che nella memoria del passato
di Marco Ferri

Busto Giacomo Matteotti (Foto di Romeo Marcori)
Suggellata dalla presenza delle autorità civili e religiose, tra cui i sindaci dei comuni interessati dal tragico rapimento e assassinio politico di Giacomo Matteotti perpetrato nel 1924, la cerimonia celebrata nel 2026 nei giardini comunali di Sacrofano, a più di un secolo di distanza dai fatti, ricopre un significato che travalica i parametri della memoria, e si colloca nel significato storico, oltre che politico di quell’efferato episodio delittuoso, per diventare un parametro per valutare la realtà dei nostri giorni. La frase che egli pronunciò ai suoi compagni di partito, il Partito socialista Unitario, di cui era il segretario, subito dopo il discorso in Parlamento, di cui era membro eletto, non può essere ascritta semplicemente come constatazione profetica. “Uccidete pure me, ma l’idea che è in me non l’ucciderete mai”: la citazione che compare sul busto, collocato nei giardini comunali di Sacrofano, non è una frase ad effetto, ma la genuina consapevolezza dell’avvento di un’era politica in cui l’eliminazione fisica degli avversari è stato il metodo teorico e pratico per prendere il potere. Non è vero che stiamo tornando indietro. Siamo, piuttosto, piombati in un frangente storico in cui l’uso della forza sembra di nuovo la prassi geopolitica più efficace, magari per rispondere a un attentato. O per fermare il narcotraffico.
La vendetta, la rappresaglia, la ritorsione, le cosiddette esecuzioni extragiudiziali hanno preso il posto del diritto internazionale e penale, la scarica di morte emanata da un drone vuole essere più convincente della rivendicazione di un diritto inalienabile. Sentiamo frasi da fiction violente, non più urlate da un balcone, verso la folla, ma sceneggiate sui social verso migliaia e migliaia di follower digitali, suggestionati con l’ausilio della cosiddetta intelligenza artificiale. Torna alla mente Karl Krauss, scrittore e drammaturgo austriaco e la sua “Gli ultimi giorni dell’umanità”, tragedia teatrale del 1915, scritta proprio durante la mattanza della Prima guerra mondiale – da cui appunto scaturì il fascismo. Egli dice con una chiarezza impareggiabile che la guerra non è un evento eroico, semmai è il risultato dell’irrazionalità umana e della perdita del senso critico. Infatti, si realizza attraverso la manipolazione dell’opinione pubblica: giornali, propaganda e discorsi ufficiali trasformano la guerra in qualcosa di apparentemente necessario o glorioso, nascondendone gli orrori, cioè la distruzione dell’umanità. La guerra annienta non solo vite e città, ma anche i valori morali, la verità e la dignità delle persone. La guerra si realizza con la responsabilità della società: Krauss mostra che non sono solo i soldati a fare la guerra; anche politici, giornalisti, industriali e cittadini che accettano la propaganda e contribuiscono al suo perpetuarsi. Matteotti si ribellò alla nascente dittatura nata proprio dall’esaltazione della violenza, prima nelle sue terre, il Polesine, dove fu leader delle rivendicazioni dei mezzadri sfruttati dagli agrari, poi in Parlamento, dove denunciò le violenze politiche che tentavano di intimidire prima e sopprimere poi il dissenso. Gli fu fatale la preoccupazione politica che stesse per rivelare uno scandalo di corruzione internazionale legato alle concessioni petrolifere della compagnia americana Sinclair Oil, che coinvolgeva direttamente il capo del governo, un governo che non era ancora una dittatura, ma una coalizione, in cui sedevano liberali, cattolici, nazionalisti e anche un paio di socialisti, un governo il cui capo era stato nominato da Vittorio Emanuele III.
Matteotti cadde, il governo no. Quando il compromesso e la connivenza prendono il sopravvento sull’ etica pubblica, ecco che non ci sono più freni inibitori all’esercizio del potere, la politica diventa tossica, violenta. Ce lo ha ricordato recentemente il Capo dello Stato, durante le celebrazioni dell’ottantesimo anniversario della Costituente. Dunque, questo è il significato, tanto attuale quanto impellente, della posa del busto di Matteotti a Sacrofano. Questo l’insegnamento che hanno ricevuto le ragazze e i ragazzi dell’IC Pitocco: non la retorica, ma l’impellente necessità di una rinnovata presa di coscienza collettiva che la coercizione fisica – sia essa scontro fisico, bullismo, tifo manesco, rissa da discoteca, complicità vandalica, comportamenti razzisti, atteggiamenti sessisti – non producono altro che mediocrità morale, pochezza sociale nella quale tentare di mimetizzare le proprie debolezze, umane e sempre più spesso anche politiche. Argomenti, approfondimenti, riflessioni, solidarietà sono gli integratori della democrazia, il terreno fertile dei diritti di ciascuno, quindi di tutti. Circa 20 anni dopo l’assassinio di Matteotti l’Italia si liberò non solo di un occupante, di un regime collaborazionista e di una monarchia complice, ma anche della mancanza di un’idea di pace, uguaglianza e prosperità da tramandare a figli, nipoti e pronipoti. Quell’idea che è stata di Matteotti può e deve continuare a crescere e svilupparsi nella nostra democrazia, cioè nelle nostre vite, in tutti gli aspetti, che siano politici, culturali, economici, sociali, familiari, tanto individuali quanto collettivi.

