Il perché sia giusto e possibile dire NO alla guerra lo sanno anche i bambini

26/05/2026 | _n.2-2026

di Marco Ferri

I bambini della scuola elementare di Castelnuovo di Porto hanno scritto una lettera che riproduciamo nella foto (per gentile concessione della maestra Paola Arbia). Ne riprendiamo un passo: “Nel mondo ci sono già 56 guerre (…), muoiono tante persone innocenti, tanti bambini, uccisi, molti vivono nei campi profughi perché non hanno più nulla, vivono male, senza cibo e acqua, altri scappano e si rifugiano in altri paesi”. È una foto del vero problema, l’immagine nitida, ancorché agghiacciante, di ciò che sta avvenendo in questi anni, mesi, settimane, ore. Se si includono anche guerre civili, scontri tra gruppi armati, violenze diffuse e crisi regionali, diverse analisi parlano di oltre 100 conflitti armati nel mondo.  L’“Atlante delle guerre” (valori.it) usa una definizione più restrittiva e conta circa 32 guerre attive nel 2025-2026.  Tra i conflitti più rilevanti o intensi attualmente ci sono: Ucraina, Gaza / Israele, Sudan, Myanmar, Yemen, Siria, Somalia, Repubblica Democratica del Congo, aree del Sahel come Mali, Burkina Faso e Niger.  Alle quali si è recentemente aggiunta la guerra scatenata da Trump e Netanyahu contro l’Iran, con le terribili conseguenze in Libano, La guerra è tutt’ora lo strumento più promettente per fare profitti a palate, le stesse con le quali si seppelliscono poi i morti ammazzati dalla logica del profitto a ogni costo. I bilanci trimestrali del 2026 delle compagnie energetiche, degli istituti finanziari, delle industrie belliche volano, e distribuiscono dividendi da nababbi. È il marketing a mano armata, il business all’ultimo sangue quello che sta avendo il sopravvento. Lo stesso linguaggio truce e minaccioso che sentiamo sbraitare quotidianamente da tutti i media, è sintomatico di un bellicismo senza quartiere, né pudore. Sentire dire dal presidente della più grande potenza militare del mondo “cancelleremo la vostra civiltà”, o da un suo fedele alleato “colpiremo i nostri nemici con una forza che non possono immaginare” è la dimostrazione di una volontà politica di morte e distruzione che non si sentiva dalla fine della Seconda guerra mondiale. Senza contare che più aumentano le intensità dei conflitti armati, più aumentano i costi di tutti i giorni, dal carburante ai generi alimentari, come succede alla popolazione degli Stati in guerra. Perché in un mondo interconnesso finché c’è una guerra nessuno vive in pace. Il problema sollevato dagli scolari di Castelnuovo di Porto ce lo abbiamo non solo e non tanto davanti agli occhi, ma letteralmente sulle spalle, come un pesante macigno storico, sociale, culturale. Sbaglia di grosso chi crede che dire no alla guerra sia il pacifismo dei deboli, dei perdenti, degli inetti allo scontro, privi di spirito combattivo, degli incapaci di difendersi, cioè degli imbelli.  Ha detto a voce alta Leone XVI agli studenti della Sapienza: “Non confondete difesa con riarmo”. Sembra che anche lui abbia letto attentamente la letterina dei piccoli studenti di Castelnuovo: “La guerra è inutile, quindi basta, ora smettetela”, scrivono gli scolari della Pitocco, con una maturità di giudizio che al confronto gli opinionisti che imperversano in tv, sui social e nella carta stampata appaiono dilettanti presuntuosi e senza argomenti validi. È nei fatti che la guerra non serve, non vuole servire a risolvere controversie fra Stati. Infatti, l’intento di chi le fomenta, le scatena, le osanna è tutt’altro. Le guerre di oggi sono quotate in Borsa, servono a far salire o scendere il valore finanziario, regolano i prezzi all’ingrosso e al dettaglio, consentono aggiotaggi ed extraprofitti. E stanno servendo agli Stati per tagliare la spesa sociale per dirottare gli investimenti pubblici nell’industria bellica. Parafrasando il titolo di un famoso film italiano, “finché c’è guerra, c’è finanza”. Dunque, “il diritto di fare la pace, il dovere di smettere la guerra” è il programma minimo per un mondo migliore. Lo sanno anche i bambini. Che rischiano di andare a scuola in un paese in cui, grazie alla guerra scatenata contro l’Iran, i il PIL non va oltre il 2%, mentre l’inflazione taglia il valore agli stipendi dei loro genitori (dati di maggio 2026).

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