La “cooling poverty” impone un cambiamento radicale nelle scelte collettive: servono rifugi climatici, depavimentazione, tetti verdi e alberi
La chiamano “cooling poverty”, “povertà da raffreddamento”, cioè l’impossibilità di mantenere temperature vivibili in casa, negli spazi aperti al pubblico durante le ondate di calore. Una condizione punitiva che colpisce chi vive in centri urbani con poco verde, abita in edifici inefficienti, lavora in luoghi che attribuiscono poche risorse economiche e dedicano scarso accesso al raffrescamento. L’OMS ha stabilito che oltre la soglia che si determina tra i 24 e i 26 gradi, rischiamo seriamente di entrare in zona pericolo per la salute. Secondo uno studio scientifico britannico, condotto su 854 città europee, il caldo ha ucciso 4.597 persone solo lo scorso anno e la stessa OMS ha indicato in 1.300 le persone morte in più in Europa nell’ultima settimana di giugno 2026. Quest’anno Legambiente ha incrociato dati demografici, edilizi e socioeconomici: l’assenza di pensiline che facciano ombra alle fermate dei mezzi pubblici, la mancanza di panchine in cui potersi riposare qualche minuto, la penuria di fontanelle per idratarsi sono tutte cause di gravi disagi, che colpiscono soprattutto le aree urbane meno curate. Ma c’è di più che la sola “cooling poverty”. L’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ISPRA, denuncia che nel 2024 l’Italia ha trasformato 83,7 chilometri quadrati di territorio naturale in superfici artificiali al ritmo di 2,7 metri quadrati al secondo. Le coperture artificiali occupano ormai il 7,17% del paese, che è semplicemente il doppio della media europea. La “cooling poverty” balza di nuovo in primo piano, proprio perché il verde segue la mappa del reddito: dove meno si guadagna ci sono meno alberi. Come fa notare Giulia Boero nel suo articolo apparso su Repubblica oltre che esempi negativi, ci sono fatti concreti che possono essere presi a esempio. Scrive Boero: “Vienna impone tetti verdi, facciate vegetali e depavimentazione, con 100 milioni stanziati per il raffrescamento urbano. Bristol ha adottato un piano integrato contro le ondate di calore”. E in Italia? “Ci sono buone pratiche a Milano, Forlì e Modena, ma restano soltanto episodi”. Servirebbero piani comunali di adattamento, regolamenti edilizi aggiornati, rifugi climatici nei quartieri e fondi per il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. A Sacrofano c’è la fortuna del Parco di Veio che garantisce tutela del verde, ma cose da fare – quando finirà la maledizione del rientro dai debiti comunali – bisognerà progettarle, non solo per contrastare la “cooling poverty”, ma soprattutto guardare oltre e adottare le misure che riguardino la gestione dell’emergenza climatica.

