La pensano come la stragrande maggioranza delle ragazze e dei ragazzi italiani: guerra? No, grazie.
Di Cristina Cotarda
Con il riaccendersi delle tensioni nell’Europa dell’Est, molti romeni si trovano a riflettere su uno scenario che fino a pochi anni fa sembrava impensabile: considerando che il servizio militare obbligatorio in Romania è stato abolito, cosa accadrebbe se la Russia puntasse lo sguardo anche sulla Romania, nonostante la protezione garantita dalla NATO?
L’ipotesi rimane improbabile, ma il timore riporta al centro del dibattito un tema che attraversa e generazioni più giovani: chi sarebbe disposto a difendere il Paese in caso di conflitto?
Per comprendere come i romeni guardino a un’eventuale mobilitazione, ho raccolto testimonianze di diversi giovani del paese. Ne emerge un quadro complesso, segnato da sfiducia nelle istituzioni, timori reali e un forte rifiuto dell’idea di un sacrificio imposto dall’alto.
Molti dei ragazzi intervistati affermano che non si sentirebbero pronti a combattere. Non per mancanza di attaccamento alla patria, ma perché non vogliono essere chiamati a pagare “le conseguenze di decisioni politiche prese senza di loro e spesso contro di loro”.
Un sentimento ricorrente è quello di un legame profondo con la Romania, ma accompagnato dalla convinzione che la guerra non sia la strada. Lo Stato, spiegano, non ha creato un rapporto di fiducia tale da convincerli a rischiare la vita per esso.
Le testimonianze raccolte indicano una prevalente resistenza a partecipare direttamente a un conflitto armato. Non si tratta, spiegano i giovani intervistati, di mancanza di attaccamento alla Romania, bensì di una valutazione realistica dei propri limiti e del contesto istituzionale.
“Non mi sentirei pronto a combattere,” afferma uno dei ragazzi. “Non perché non tenga al mio Paese, ma perché non voglio pagare le conseguenze di decisioni politiche prese senza di noi e, spesso, contro di noi.”
Un altro intervistato sottolinea la distanza tra la propria generazione e la preparazione militare:
“Non andrei in guerra perché non ho alcuna preparazione. Faccio parte della generazione che sta ore davanti al computer, e questo non aiuta in guerra. Però darei una mano in qualsiasi modo possibile solo non combattendo fisicamente o con un’arma in mano, perché non ne uscirebbe nulla di buono.”
A oltre trent’anni dalla Rivoluzione del 1989, nella coscienza collettiva permane un senso di disillusione. Molti giovani raccontano di un paese che, nonostante i progressi, non ha saputo garantire sicurezza sociale ed economica. Questo indebolisce la motivazione a “difendere lo Stato”. La prospettiva del conflitto acuisce questo malessere: l’idea di sacrificarsi appare non solo ingiusta, ma anche inutile.
“Non voglio morire per un ideale che non sento mio”, afferma uno degli intervistati. Una frase che sintetizza lo spirito di un’intera generazione: la Romania conta, ma non al prezzo della vita in una guerra percepita come assurda e anacronistica.
Il quadro che emerge è quello di un Paese in cui il senso civico non è scomparso, ma ha assunto nuove forme.
I giovani non rifiutano l’idea di proteggere ciò che amano — la propria famiglia, la propria casa, la propria comunità — ma non accettano più la retorica del sacrificio per “idee e ideali astratti”.
In un mondo segnato dall’incertezza geopolitica, la loro voce racconta una verità spesso taciuta: la guerra, per chi è cresciuto dopo il 1989, non rappresenta l’eroismo, ma il fallimento della politica.
Le interviste raccolte mostrano un sentimento diffuso: nessuno vuole andare in guerra.

