Gli spin doctor, i social media manager, gli influencer hanno solo replicato un fenomeno che viene da molto lontano
Non parliamo del processo farsa a Sacco e Vanzetti, della “Storia della colonna infame” di manzoniana memoria, né del 1984 di Orwel, men che meno del rogo cui fu condannato di Giordano Bruno. Andiamo ancora più indietro, agli albori della tanto decantata supremazia della civiltà occidentale. Eccoci giunti a Omero e alla sua epica. Che fu concepita per cancellare dalla storia il vero protagonista della guerra di Troia: Palamede. “Era uno dei generali più importanti di Agamennone, la tradizione gli attribuiva l’invenzione della scrittura, dei numeri, dei pesi e delle misure, della divisione del tempo”, si legge su https://www.mitonomica.com/?s=Palamede Che gli attribuisce anche l’organizzazione dei turni di guardia, i segnali di fuoco, gli scacchi e i dadi per le notti d’attesa. Sembra che tutto quello che rendeva il campo greco un esercito ordinato veniva da lui. Tuttavia, Omero lo nomina una sola volta nell’Iliade, ma non gli dedica mai una scena né un episodio. Nell’Odissea poi non compare affatto. Perché? Ulisse e Palamede si odiavano, il motivo lo potete leggere sul sito appena citato. Qui ci riferiamo alla montatura che lo vide condannare per omicidio, con le prove false costruite appunto da Ulisse. Vediamo meglio. Palamede è la vittima perfetta dell’astuzia organizzata, e la sua storia ci consegna tre verità che riguardano anche le nostre vite di oggi, il nostro rapporto con l’informazione, la propaganda, il sentito dire, il consenso, il like. La prima riguarda la natura delle prove.
Le prove non devono essere vere, devono essere credibili, la lettera contraffatta di Priamo, l’oro nella tenda, la storia coerente raccontata al momento giusto: tre elementi che non hanno nulla di vero ma che funzionano alla perfezione anche perché chi ascolta vuole una spiegazione veloce. Oggi questa dinamica si ripete ogni giorno, in forme diverse. I processi mediatici costruiti nei salotti televisivi, le condanne pronunciate nei tribunali dell’opinione pubblica, le ricostruzioni che circolano sui social molto prima che i fatti siano stati accertati. Chi sa costruire una narrazione credibile ha spesso un vantaggio su chi possiede semplicemente la verità, perché la verità è lenta: ha bisogno di indagini, verifiche, contraddittorio, tempo. La menzogna ben costruita è veloce, offre subito una storia completa, un colpevole, un movente, e quando la verità arriva, spesso trova una sentenza già pronunciata. La seconda verità riguarda chi vince questo tipo di scontro. Vince sempre Odisseo e non per superiorità morale, ovviamente, ma per superiorità di mezzi. Palamede gioca con regole che si è imposto da solo: dire il vero, chiedere verifica, sottoporsi al giudizio collettivo. Odisseo gioca senza regole e quando due persone si affrontano e una sola delle due rispetta le regole, l’altra ha già vinto prima di cominciare. Questa è la ragione strutturale per cui gli uomini onesti perdono quasi sempre contro gli uomini astuti, e perché ogni società che vuole proteggere l’onestà deve costruire intorno ad essa strumenti che la difendano. Senza tribunali, senza prove documentali, senza diritto alla replica, l’uomo onesto è disarmato. La terza verità è quella che il mito ci consegna attraverso il silenzio di Omero. Di solito chi vince scrive la storia. Non solo conquista il presente, conquista anche la memoria. Palamede è stato ucciso una prima volta dalle pietre dei suoi compagni, poi è stato ucciso una seconda volta dal silenzio del poema che avrebbe potuto raccontare la sua storia. La cancellazione totale è la forma più radicale di vittoria, perché toglie alla vittima persino il diritto di essere ricordata come vittima. Forse, a questo punto, potremmo aggiungere un’ultima verità: chi costruisce montature, chi le rende note, chi le usa, chi ci specula per avvantaggiarsene conta sul fatto che noi potremmo essere sempre disposti a crederli e quindi a lasciarlo fare impunemente.

(Omero)

