di Piero Santonastaso
Tutti a stracciarsi le vesti per l’infimo livello raggiunto dal calcio italiano. Dopo tre consecutive mancate qualificazioni ai campionati mondiali è ripartito l’annoso dibattito sul perché e sul percome ci sia scarsità di buoni calciatori italiani e su quali possano essere i correttivi per invertire la tendenza. Il 29 luglio scorso sir Claudio Ranieri l’ha messa giù piatta: “I bambini per andare alle Scuole calcio spendono troppi soldi. Ci sono famiglie che non si possono permettere questo. Io voglio capire bene come funziona il Settore giovanile scolastico. In questo momento storico in cui i bambini sono presi da altri giochi, TV, videogiochi e altri sport dobbiamo cercare di riportarli al calcio. Come? Cercando di abbassare i prezzi”. Sante parole. Ma non è solo questione di prezzi: all’esborso di centinaia di euro, in un range che varia tra i 350 e i 900 euro, le famiglie devono aggiungere la disponibilità di tempo per accompagnare i figli agli allenamenti e alle partite, e per fornire supporto logistico e organizzativo alla vita delle società, soprattutto quelle più piccole. E sappiamo bene che il tempo è denaro. Ma non è solo questione di tempo e denaro. Però servono anche le strutture e l’organizzazione, con i costi annessi. Una scuola calcio con le entrate delle iscrizioni deve provvedere alle spese amministrative, ai rimborsi per i tecnici, alle utenze, al mantenimento o all’affitto degli impianti, alle spese vive. Una vita difficile: ecco perché da tempo la Lega Nazionale Dilettanti, dalla quale dipende il settore giovanile e scolastico, preme affinché almeno l’1% dei diritti televisivi venga dirottato sulla formazione e la crescita dei baby tesserati. Naturalmente il calcio professionistico fa orecchie da mercante: in un quadro internazionale totalmente liberalizzato, alle società di A e B interessa poco o nulla il discorso della formazione. Comprano giocatori già pronti e pazienza se non sono italiani e tantomeno giovani. Si entra dunque in una scuola calcio sognando orizzonti di gloria ma poi ci si trova davanti a un vero e proprio muro: nelle serie maggiori non c’è spazio per i talenti fatti in casa. Come risponde il territorio? I Comuni fanno quel che possono: è già tanto quando riescono a mettere a disposizione un impianto pubblico, ed è per esempio il caso di Sacrofano, dove il campo di Monte Sarapollo è stato dato in gestione alla Polisportiva Sacrofano. La Regione Lazio dal canto suo ha varato il Voucher per lo Sport, 500 euro a disposizione delle famiglie con figli tra i 6 e i 18 anni ed Isee fino a 50.000 euro. Quest’anno e fino al 31 maggio 2027 ne beneficeranno 38.552 ragazzi, scegliendo tra oltre 6.240 corsi offerti dalle 1.961 associazioni, società sportive ed enti del terzo settore che aderiscono. A Sacrofano, nel caso del calcio giovanile, il voucher regionale coprirebbe quasi per intero l’importo richiesto dalla Polisportiva per l’iscrizione alla scuola calcio, che è di 550 euro senza kit e 650 con kit. Una distinzione puramente formale: avete mai visto un ragazzino o una ragazzina andare ad allenarsi con un abbigliamento diverso da quello sociale? Diciamo quindi che il voucher lascerebbe scoperta una quota di 150 euro, alla quale però andrebbero aggiunte altre spese obbligatorie: le scarpe da gioco, mai incluse nei kit; la visita medica; gli spostamenti per le partite. Tenendoci bassi, possiamo aggiungere per i più piccoli altri 150 euro, che però possono facilmente raddoppiare se entrano in gioco variabili come gli scarpini per il sintetico e quelli per i campi in erba naturale. E se parliamo di ragazzini in età da esordienti o da allievi, non c’è limite all’immaginazione. Sì, il calcio costa troppo, non offre garanzie ed è un sistema economico che ha bisogno di essere ripensato dal profondo.

