I dati resi noti da una ricerca Istat contraddicono apertamente chi nega la persistenza del patriarcato nelle relazioni sociali, affettivi e famigliari tra i generi
In Italia le donne subiscono violenza in casa, tra amici e conoscenti. Succede loro fin dall’età dei sedici anni. Nel 2025, l’Istat certifica che i casi di violenza sono stati un milione e 650 mila, e hanno riguardato donne tra i sedici e i 75 anni. Le cittadine straniere colpite dalla violenza maschile sono state 244mila. Se poi consideriamo le donne che anche prima del compimento dei sedici anni hanno subito una qualche forma di violenza, secondo Istat arriviamo a una percentuale sulla popolazione femminile attorno al 15 per cento, cioè alla enorme cifra di tre milioni di vittime della violenza maschile. La legge contro il femminicidio è stata approvata proprio nel 2025, essa prevede la pena dell’ergastolo per chi uccide una donna in quanto tale e nella legge sono perseguiti anche i maltrattamenti in famiglia, anche quelli che un coniuge commette fuori dalla residenza condivisa. Nel 2025, l’anno preso in considerazione dalla citata ricerca Istat, sono state uccise 97 donne secondo il Ministero dell’Interno, 99 secondo l’osservatorio NUDM (Non Una Di Meno). Ottantacinque sono state assassinate da un maschio parente o un conoscente. Nel primo semestre del 2026 sono già 34 le donne assassinate. Mentre l’ONU registra una flessione significativa delle cariche pubbliche alle donne nel mondo, che per via delle responsabilità pubbliche sono spesso soggette a insulti, minacce se non a vere e proprie violenze, da noi c’è ancora chi propugna l’abolizione del reato di femminicidio. Essere accecati dal patriarcato rivela un’attitudine mentale indietro di circa diecimila anni. “La vera svolta nelle relazioni umane avviene circa 10.000 anni fa, con la rivoluzione agricola” – scrive Antonella Viola in “Parlami d’amore, un viaggio scientifico nel desiderio, nella passione, nei legami” (Feltrinelli, 2025) – “La transizione da società nomadi a comunità stanziali introduce concetti radicalmente nuovi: la proprietà privata e l’eredità. In questo contesto, la monogamia acquisisce un valore strategico”. In sostanza, sostiene Viola, gli uomini, desiderosi che le loro risorse economiche venissero tramandate ai loro discendenti diretti, avevano un interesse personale ed economico di limitare le attività sessuali della propria partner. Le norme religiose e le leggi civili hanno via via favorito questa attitudine, rendendo il matrimonio sociale come salvaguardia delle proprietà. Da questo presunto diritto a giudicare e punire comportamenti delle donne che non si ritengano all’altezza delle aspettative di supremazia maschile nella coppia il passo è stato breve, per diventare una sorta di severa educazione sentimentale da impartire alle generazioni che si sono susseguite: un figlio maschio è una risorsa, una figlia un problema da gestire con attenzione. La vita sociale, le amicizie, la scelta degli studi e il lavoro sono i luoghi in cui questa differenza continua a perpetrarsi, magari modificando le modalità, ma non i risultati prodotti dalle differenze tra i generi, storicamente generate dal patriarcato. 

