a cura di M.F.

“Si dice ministra come si è sempre detto maestra, e poi deputata, avvocata e soldata come si è sempre detto impiegata; sindaca, medica e arbitra come si è sempre detto monaca o cuoca; notaia come operaia; senatrice e direttrice (parola peraltro usata da decenni in ambito scolastico) come attrice; ingegnera come infermiera; prefetta e architetta come cadetta (comune al femminile come aggettivo); assessora come pastora; la giudice e la vigile come la custode, un’astronauta come un’atleta, la presidente e la dirigente come un’insegnante. Possono esserci varie ragioni per rifiutare questi femminili, ma nessuna ha a che fare con la grammatica. A questo punto, vale la pena affrontare i pochi casi in cui questi femminili diventano, appunto, un problema grammaticale. Qual è il femminile di capo? Capo non è esattamente un nome di professione: in senso proprio è, come membro, un nome comune di cosa (capo significa «testa», «estremità», così come membro significa «arto»); poi il suo significato si è esteso a indicare una persona che ha un ruolo direttivo. Proprio in qualità di nome comune di cosa, il suo genere è puramente grammaticale, non «naturale», e potrebbe essere considerato fisso: diciamo «Paolo è una colonna della squadra di basket della scuola» o «Carola è un pilastro dell’associazione» o «Antonia è il braccio destro della direttrice», e mai *colonno, *pilastra o *braccia destra. Di fatto, però, è comunissimo, in un contesto lavorativo, dire la mia capa, forma presente anche nei dizionari (senza restrizioni nello Zingarelli, scherz., quindi usabile solo in contesti scherzosi, nel Devoto-Oli). Ma come comportarsi se, per esempio, una donna diventa presidente della Repubblica? Chiamarla il capo dello Stato, al maschile (perché appunto capo è un nome di cosa, e si dice il braccio destro), non sarebbe una legittimazione dell’idea (classista ancor più che sessista, e senza giustificazioni grammaticali) che le cariche e in generale le professioni di un certo status debbano restare maschili? Dovremmo chiamarla invece la capa dello Stato? Di certo no per il Devoto-Oli, perché il contesto è istituzionale e tutt’altro che scherzoso. Qui conviene ricorrere al testo fondamentale su questo argomento, la base dei criteri per i femminili professionali elencati poco sopra: le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, pubblicate nel 1986 dalla linguista Alma Sabatini per conto della presidenza del Consiglio dei ministri e della Commissione nazionale per la realizzazione della parità tra uomo e donna, e poi confluite nel volume Il sessismo nella lingua italiana, pubblicato nel 1987 sempre dalla presidenza del Consiglio dei ministri. In una tabella sui femminili dei gradi militari, a proposito di Capo di Stato maggiore, Alma Sabatini propone la Capo di Stato maggiore, e una nota spiega: «La parola Capo si suggerisce di lasciarla immutata, sia per il suo significato: il capo = la testa, sia perché il femminile popolare la capa ha connotazioni decisamente peggiorative o scherzose. Si consiglia di mettere l’articolo al femminile, intendendo: la donna a capo (come per il maschile: l’uomo a capo…)». Del resto, questa scelta è in linea con i femminili delle parole composte con capo: la capostazione, la caposquadra ecc. Ma dire la capo dello Stato non è come dire *la sindaco e *la medico, cioè un abominio grammaticale? No, perché sindaco e medico sono nomi professionali di genere mobile, che formano naturalmente il femminile in-a dal maschile in-o (proprio come maestro/maestra)”.

