Cronaca di una polemica annunciata, come un film tratto da una storia vera
di Adriano Blake Faggioni
Il riverbero azzurro della piscina era l’unica cosa che provasse a sfidare la prepotenza del cielo estivo di Sacrofano. Il Custode se ne stava a bordo vasca, gli occhi socchiusi per proteggersi dal sole, cercando di ritrovare quell’antico senso di isolamento che lo aveva fatto innamorare della campagna. Un isolamento felice, scelto, scandito dal fruscio degli alberi del Parco di Veio e dal silenzio interrotto solo, di tanto in tanto, dal ronzio di una vespa.
Poi, bastava sollevare lo sguardo oltre la siepe.
Lassù, imponente e nudo, svettava il gigante. Trentasette metri di acciaio zincato che tagliavano in due l’orizzonte. Uno scheletro industriale piantato nel cuore del giardino del Grande Albergo. La struttura se ne restava lì, silenziosa, una sfinge di cemento che aveva barattato la linea dell’orizzonte dei suoi vicini con un generoso canone d’affitto annuale siglato con i colossi della telefonia. Nessuna dichiarazione, nessun commento: l’ombra del profitto non ha bisogno di parlare, le basta esistere sotto forma di licenze protocollate in Comune. Il Custode guardò il telefono. Lo schermo segnava lo Speedtest che aveva eseguito poco prima: 432 Mbps. La fibra ottica passava invisibile sotto i loro piedi, silenziosa e potente. Eppure, là sopra, gli operai stavano per montare i tre radianti per la triangolazione e le antenne 5G. Un paradosso moderno, una cazzata monumentale di proporzioni ingegneristiche che gli stringeva lo stomaco. Prese il telefono e, quasi per istinto di difesa, cercò la piazza. Quella virtuale.
Il gruppo Facebook “…di Sacrofano se…” si infiammò nel giro di pochi minuti, non appena l’immagine di quel traliccio nudo apparve sulle bacheche dei residenti. Fu come lanciare un fiammifero in una polveriera di provincialismo e frustrazione digitale.
«Scempio per la zona di Monte Caminetto. Incredibile averlo anche solo ipotizzato e permesso», scrisse Il Custode, dando inizio alla cronaca di una battaglia epica.
La risposta della sponda opposta non si fece attendere. Madama Sbriga arrivò a gamba tesa, con la freddezza di chi ha una missione da compiere:
«Finalmente direi».
Il Custode sentì le dita muoversi veloci sulla tastiera: «Se ti mettessero un pilone di fronte l’ingresso di casa di 40 metri diresti lo stesso?».
«Sì, direi lo stesso visto che è una zona dimenticata da Dio», replicò lei, irremovibile. «Tra l’altro è davvero davanti casa mia».
Il dialogo si trasformò rapidamente in un duello surreale.
Il Custode provò a brandire la logica come uno scudo: spiegò l’impatto paesaggistico, il declassamento degli immobili, il valore del decoro urbano. Parlò del Wi-Fi Calling, della differenza fondamentale tra la linea dati fissa e la rete mobile. Ma nella piazza virtuale la logica è una lingua morta.
Dalle retrovie, la fazione degli egoisti digitali iniziò a lanciare i suoi dardi. C’era la signora Bla-Bla, che con tono di sufficienza liquidava ogni discussione estetica, convinta che il progresso dovesse per forza avere la forma di un missile di ferro piantato tra le querce. Poco contava che non vi fosse uno straccio di documento a testimoniare una reale utilità per la vallata; per lei la democrazia si misurava a percezioni astratte.
Poi arrivò il signor Sconnesso, con la sentenza definitiva del passante distratto: «Poi però quando non funziona internet, post di lamentele… decidete». Era il trionfo dell’incomunicabilità. Una fazione che esigeva le sue cinque tacche di segnale sullo schermo per guardare i video sul divano, totalmente indifferente al fatto che quella colata di cemento e metallo era una toppa clamorosa, un’assurdità logica in un’area già interamente cablata dal sottosuolo.
Mentre il dibattito infuriava, la realtà locale sfogliò le sue pagine più bizzarre. Un’alleata preziosa, la dottoressa Ragione, provò a scendere in campo al fianco del Custode, ridendo apertamente di chi confondeva un’antenna cellulare con la rete internet domestica: «Attribuire la responsabilità di questo scempio a chi ha segnalato i guasti della linea fissa mi fa veramente sorridere!».
Ma il fronte dei contrari era ormai un fiume in piena che deviava in mille rivoli. Ci fu l’incursione della fazione nostalgica. Il signor Amarcord, guardando quel mostro del futuro, si perse nei ricordi d’infanzia: «Buttiamo via tutti sti smartphone… e torniamo al gettone… Pensate che pace». Un frammento di poesia analogica gettato nel tritacarne del 5G. Subito dopo, il panico dell’invisibile prese il sopravvento. Madama Ansia evocò lo spettro dell’elettrosmog: «Altro che estetica, qui ci friggono il cervello a tutti…».
L’incoerenza divenne totale quando qualcuno accusò Il Custode di essere un ipocrita: se ti piace tanto l’isolamento della campagna, venditi lo smartphone e non scrivere sui social! Spiegare che si poteva amare la tecnologia senza desiderare un ecomostro nel proprio giardino era ormai un’impresa disperata. La folla voleva il suo colpevole e le sue cinque tacche di segnale. (1-continua).

