L’editoriale

A Sacrofano succede mai niente?

È stato sfatato uno dei più radicati luoghi comuni che gravavano sul paese
di Marco Ferri

Tre episodi recenti hanno smentito il luogo comune di un paese che non avrebbe niente da offrire. 3500 spettatori hanno assistiti al 30° Palio della Stella; le presenze medie alla Fattoria della Zucca sono sempre alte: le organizzatrici non danno il numero ufficiale dei visitatori, ma a giudicare dall’andirivieni  di famiglie con bambini che si verifica a Borgo Pineto nei week end interessati dall’iniziativa si direbbe una costante e numerosa partecipazione; l’ultima Sagra della Pappardella al cinghiale ha visto interminabili file di persone ansiose di sedersi a tavola di fronte a un gustoso piatto di pasta. Quelli che non hanno trovato posto, hanno poi riempito i ristoranti e i bar del paese. Sono fatti e cifre che ci dicono una semplice cosa: se non fai niente non succede niente. Al contrario, come volevasi dimostrare, chi costruisce iniziative, raccoglie consensi, attira curiosità, presenze, visite. A tutto vantaggio non solo dell’economia locale, ma anche della buona reputazione del paese e della comunità che ci vive.  Che è il punto del ragionamento. Ci sono stati periodi in cui sul paese gravava una nuvola nera, alimentata da episodi giudiziari, sia penali che di giustizia civile e amministrativa. Più che il trascorre del tempo, che tutto sopisce, è stata la voglia di fare meglio che ha cambiato la percezione del paese. Questa aria positiva si è manifestata in vari campi, non solo negli avvenimenti speciali, come quelli che abbiamo qui citato, ma anche nello sport che si pratica e si organizza tutti i giorni a Sacrofano, dal pugilato al nuoto, dall’equitazione al calcio, il nome del paese è stato sempre più spesso associato a prestigiosi titoli sportivi. Anche l’accoglienza ha dimostrato vitalità e proposto cambiamenti che hanno migliorato l’offerta e reso piacevole, in qualche caso sorprendente, anche la più classica delle “gite fuori porta” presso Sacrofano. Anche alcuni eventi culturali hanno contribuito. L’elenco delle cose che non vanno ancora come potrebbero e, in qualche caso dovrebbero, sarebbe facile da stilare. Un importante intellettuale italiano dello scorso secolo metteva a confronto l’ottimismo e il pessimismo, attribuendo al primo il concorso della volontà e al secondo l’attitudine della ragione. Secondo questa acuta osservazione della realtà, la dialettica tra i due atteggiamenti è tale per cui l’uno – la volontà – debba fungere da stimolo per l’altro – la ragione-, in un continuo confronto con il quale l’ottimismo e il pessimismo sappiano incidere, e di conseguenza spingere verso i cambiamenti auspicati. È un fatto che i cambiamenti che sono avvenuti hanno cambiato soprattutto il modo di vedere le cose, sono intervenuti nella mentalità collettiva, che è in genere il terreno più accidentato da percorrere.

La recensione

Familia: il braccio violento della legge paterna

Una storia vera nella quale tutto discende, senza alcuna possibilità di scampo, in maniera inesorabilmente drammatica, ma proprio per questo autenticamente coinvolgente.
di Riccardo Tavani, critico cinematografico

Luigi e Alessandro, due ragazzini, con un padre violento verso di loro e soprattutto della madre, che ogni tanto sparisce, magari per essere finito in galera, ma che poi regolarmente riappare sempre per tornare a imporre la sua legge. Il film è tratto dal libro autobiografico del 2017 di Luigi Celeste, Gigi, “Non sarà sempre così” ì: Il titolo del film deriva proprio dal tatuaggio dietro la sua spalla, Familia, che si rivela totalmente appropriato alla riduzione cinematografica. Gigi, crescendo, aderisce a un gruppo di picchiatori neofascisti, e per questo comincia a seguire le orme – almeno carcerarie – del padre Franco. Padre interpretato da Francesco Di Leva, l’attore napoletano, interprete ormai di molti ruoli. Nel nostro cinema. Quello che gli ha cucito addosso, scritto magistralmente il regista Francesco Costabile risulta forse uno tra i meglio riusciti. Barbara Ronchi, nel ruolo della madre, per contrasto, riesce a farci sensibilmente sentire sulla pelle cos’è davvero la violenza domestica patrircale. Gigi è interpretato dal ventenne ma già convincente attore Francesco Gheghi. L’apice dell’intensità drammatica e partecipativa si raggiunge in una delle scene finali del film, in un faccia a faccia tra padre e figlio sull’orlo tragico del baratro di tutta una vita. Un vertiginoso flash back ci fa rivedere Luigi bambino, e il destino già segnato per lui dal braccio violento della legge paterna. Candidato per l’Italia al Premio Oscar 2025 quale Migliore Film Internazionale. Ricordiamo che gli Oscar sono assegnati da tutte le categorie professionali del cinema americano solo per film prodotti negli States e in lingua inglese. Per questo è stato istituito un premio internazionale riguardante un unico film scelto tra tutti gli altri paesi del mondo. Distribuzione Medusa. Durata 120 minuti.

Il cinema

Con Familia torna a Sacrofano il buon cinema

L’appuntamento è sabato 22 novembre, ore 17 al Teatro Ilaria Alpi, ingresso libero

La Nuova Sacrofano, in collaborazione con l’associazione Methexis, ha partecipato anche quest’anno al bando regionale “Lazio terra di cinema”. Lo scorso anno fu proiettato al Teatro Alpi il film “No Other Land”, che poi ha vinto l’Oscar come miglior film documentario. Il 22 novembre alle 17 al Teatro Alpi è prevista la presentazione di “Familia”, film di Francesco Costabile, candidato italiano agli Oscar 2026. Il Comune ha deliberato il patrocinio all’evento. Il film è presentato da Riccardo Tavani, critico cinematografico, del quale a seguire pubblichiamo la recensione. L’associazione Methexis organizza da 31 anni il MedFilm Festival, una ricchissima rassegna dei film creati da artisti che vivono la realtà sociale e culturale nei paesi rivieraschi del Mediterraneo, tra cui appunto l’Italia e, oltre ai paesi del sud Europa che si affacciano nel Mediterraneo, partecipano anche i paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, un’occasione straordinaria per mettere a confronto culture, creatività, realtà sociali diverse ma dialoganti. “Familia” è presente nella rassegna di quest’anno.
Dopo il buon risultato dello scorso anno con No Other Land” – dice Ginella Vocca, direttore artistico del MedFilm Festival – “abbiamo deciso con La Nuova Sacrofano di partecipare di nuovo al bando regionale. E nonostante che la graduatoria dei vincitori non sia ancora stata resa nota, abbiamo deciso di organizzare comunque la proiezione, assumendoci l’eventuale l’onere delle spese, grazie alla partnership con il vostro giornale, con il quale abbiamo una precisa affinità: la nostra proposta culturale predilige il ragionamento, piuttosto che l’intrattenimento”.
Vogliamo ricordare ai lettori che nel corso del 2025, La Nuova Sacrofano ha promosso la proiezione del già citato “No Other Land”, di “Maradona, San Gennaro e lo sciopero dei miracoli”, docufilm di Giulio Gargia, e ora di “Familia”, oltre alla commedia “Dannazione donna”, della compagnia “Signori, chi è di scena!” e alla commedia dell’arte “Pulcinella nella Luna”, di Federico Morsetti, che ha coinvolto gli alunni dei plessi del IC Pitocco.
Tutte iniziative che fanno parte dell’idea promossa da La Nuova Sacrofano affinché il Teatro Ilaria Alpi da spazio si trasformi in luogo, che sappia essere proposta culturale, dare vita a un vero e proprio cartellone ed essere un punto di riferimento per cinema, teatro e musica di qualità.

La proposta

Perché è una buona idea una soglia di esenzione per l’addizionale comunale

Una proposta a beneficio del principio della proporzionalità alla capacità contributiva

I lavoratori dipendenti e i pensionati ogni mese in busta paga trovano una trattenuta, denominata addizionale Irpef. Sono due voci, che si sommano e sono collegate all’Irpef principale, cioè alle tasse proporzionali sul reddito. Una delle addizionali è destinata alla Regione, infatti è definita addizionale regionale, l’altra al Comune, ed è appunto l’addizionale comunale. È un contributo che serve a dare autonomia finanziaria agli enti locali e dovrebbe permettere a Regioni e Comuni di finanziare i servizi, cioè la sanità, i trasporti, la scuola, la manutenzione delle infrastrutture.

Per quanto riguarda la Regione Lazio esiste un meccanismo di proporzionalità: si paga l’1,73 % per redditi fino a 15.000 euro; il 3,33 % per redditi superiori a 15.000 euro.  È poi prevista una detrazione di 60 euro per chi ha reddito fino a 35.000 euro.

Il Comune di Sacrofano applica lo 0,80%, come tutti i comuni della Città Metropolitana di Roma. Il fatto è che non tiene conto delle fasce di reddito e quindi risulta un’imposta senza proporzionalità. Sarebbe utile, invece, che per i redditi più bassi si prevedesse almeno una soglia di esenzione. Per esempio, sul modello del Comune di Roma, dove il tributo non è dovuto per i redditi imponibili fino a 14.000 euro.

È vero che il Comune di Sacrofano è ancora in predissesto per via dei noti avvenimenti che sottopongono le finanze comunali al vaglio semestrale della Corte dei conti. Tuttavia, bisogna tenere conto che nel 2024 il tasso di occupazione in Italia tra i 15 e i 64 anni è stato pari al 62,2 per cento: siamo ultimi in Europa e oltre 8 punti percentuali sotto la media. Quello delle donne si è fermato al 53,3 per cento: dodici punti sotto la media e sempre ultimi. E tra le ragazze con età compresa tra 15 e 29 anni si scende addirittura al 29,1: quasi la metà della media e ancora ultimi. A queste cifre, va aggiunta la considerazione che gli stipendi in Italia sono comunque i più bassi dell’Ocse, il che li ha esposti senza difese dall’aumento della vita provocato dall’inflazione.

Anche le pensioni, su cui gravano mensilmente le addizionali comunali, soffrono di inferiorità rispetto alla media europea. È facile, anche in assenza di dati precisi, immaginare che questo quadro riguardi anche una parte dei cittadini-contribuenti di Sacrofano.

Che cosa succede

La guerra ci riguarda

Non è possibile pensare, anche solo sperare di non esserne coinvolti. Immagini e notizie viaggiano veloci, ci raggiungono via satellite, entrano in  paese, nelle nostre case, nelle nostre vite via etere, via web, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto sono sotto i nostri occhi. La guerra non sono solo morti, feriti, distruzione e disperazione. La guerra è anche privazione, impoverimento. La guerra odia il diritto internazionale, usa minacce e linguaggio truce. La guerra vuole tanti soldi, e li sottrae alla spesa pubblica, cioè alla sanità, alla scuola, alla previdenza.

E allora parliamone, per capire, per reagire. Per non subire.

Incidentalmente.

Chissà che cosa vorranno dire questi strani disegnetti che ogni tanto si incontrano lungo le strade di Sacrofano, soprattutto prima delle curve.

Le conseguenze

Tra debito e inflazione, il riarmo non ci riporterà la crescita economica

La guerra non è solo sbagliata, ma anche un pessimo affare: distrugge risorse, accresce l’incertezza, limita gli scambi internazionali e sottrae risorse a sanità e istruzione
di Guglielmo Forges Davanzati, economista presso UNISALENTO

Recentemente il ministro Guido Crosetto ha dichiarato che compito della difesa è generare crescita economica. Si tratta di una tesi diffusa a destra, motivata con la convinzione che le innovazioni nel settore militare si trasmettano al resto dell’economia, con effetti propulsivi. Nel caso europeo, l’aumento delle spese militari al 5 per cento del Pil trova anche questa motivazione. Analisi marxiste condividono l’idea che il keynesismo militare sia il principale strumento di cui il capitalismo si avvale per fuoriuscire dalla stagnazione. Si fa riferimento, per accreditare questa tesi, alla Seconda guerra mondiale – e alle ingenti produzioni di armi finanziate con spesa pubblica in quel periodo – come soluzione cruenta alla crisi del 1929 (ma si dovrebbe tener conto che la ripresa si ebbe solo a partire dal ventennio successivo).

Una questione di debito e Pil
Che l’aumento della spesa militare sia la risposta sbagliata a un problema esistente lo dimostra il fatto che questa strategia sta producendo un aumento del debito pubblico/Pil su scala mondiale. La caduta del Pil è imputabile al fatto che il quadro macroeconomico globale è caratterizzato da stagnazione della produttività e del tasso di crescita. Stando a Rober J. Gordon (How America’s high standard of living came to be and why future growth is under threat , 2016), sarebbe, questa, una stagione di stagnazione tecnologica, se confrontata con gli anni Cinquanta/Settanta e, dunque, con la fase della diffusione di innovazioni di maggiore impatto su produzione e consumo (automobili, televisori, etc). Come evidenziato da alcuni analisti, è in atto un paradosso per il quale l’avanzamento tecnico non produce rilevanti incrementi di prodotto per addetto. Si tratta di quanto l’economista Robert Solow ebbe a definire una condizione per la quale vediamo computer dovunque tranne nelle statistiche sulla produttività. L’economista statunitense Larry Summers ha fatto riferimento alla stagnazione secolare per dar conto del declino globale del tasso di crescita, riprendendo una tesi avanzata da Alvin Hansen nel 1938 per sostenere che alla Grande Depressione degli anni Trenta avrebbe fatto seguito una fase di permanente stagnazione. Lo stesso Summers si è interrogato sulla necessità di espandere la spesa, rilevando che «è certamente possibile che alcuni eventi esogeni possano intervenire a aumentare la spesa e incentivare gli investimenti. Ma, guerra a parte, non appare chiaro quali potrebbero essere tali eventi». Su fonte Fondo monetario internazionale, si stima che il debito globale si aggira intorno al 230 per cento del Pil e che negli anni Cinquanta questo stesso rapporto era del 100 per cento. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il Tesoro rileva che a fine aprile 2024 il debito pubblico totale, chiamato Total Treasury Security Outstanding, cioè la somma delle varie obbligazioni e dei titoli di debito pubblico, era pari a 34.617 miliardi di dollari. Dodici mesi prima tale somma era di 31.458 miliardi. L’Ocse stima un rallentamento della crescita globale dal 3,3 per cento del 2024 al 2,9 per cento quest’anno e un aumento del tasso di inflazione che potrebbe raggiungere il 4,2 per cento nel 2025, in aumento rispetto al 3,7 per cento delle proiezioni di dicembre, e il 3,2 per cento nel 2026, rispetto a una precedente stima del 2,9 per cento.

L’inflazione legata alle guerre
Il problema che ne deriva fa riferimento alla sostenibilità del debito globale. Gli economisti insegnano che il debito pubblico è sostenibile se il tasso di crescita è superiore al tasso di interesse reale. Si tratta di una condizione che, per la gran parte dei paesi, oggi non si verifica e che risulta ulteriormente aggravata dall’esplosione dei conflitti in corso. Ciò a ragione del fatto che l’aumento del tasso di inflazione continua a spingere le banche centrali a tenere elevato il tasso di interesse e l’inflazione è imputabile ai conflitti: si pensi all’inflazione importata – nel caso europeo – dipendente dalla restrizione dell’offerta di gas da parte della Russia, come contromisura rispetto alle sanzioni imposte dopo l’invasione dell’Ucraina. Questa evidenza suggerisce che, sul piano macroeconomico, i costi macroeconomici della guerra eccedono i benefici: è vero che la spesa per la difesa comporta iniezioni di spesa pubblica che potenzialmente accrescono il tasso di crescita, ma è anche vero che distrugge risorse, accresce l’incertezza, limita gli scambi internazionali e sottrae risorse per usi più produttivi (tipicamente quelli del welfare: sanità e istruzione).

Dulcinea della guerra

Riccardo Tavani✍️

Parto per la guerra
Mi chiama la patria
Lascio una figlia
Nella città matria
Vado ad ammazzarne
Un’altra non importa dove

Mi chiamo Du
La Dulcinea degli amici
La Dulcinea dei nemici

Tanti eroi salvo
Tanti ne ammazzo
Per scelta, per sbaglio
Scateno sciami di droni
Accecanti fasci laser collimo
Colpisco, vaporizzo il bersaglio

Eroina d’ogni mondo
Santa della mitraglia
Sacerdotessa atomica
Nella città senza marito
Lascio ogni figlia
Destinata al martirio

Mi chiamo Du
La Dulcinea degli amici
La Dulcinea dei nemici
Chi massacro massacro
E più della precisione
M’è tanto dolce l’abbaglio

Mi chiamo Du
La Dulcinea degli amici
La Dulcinea dei nemici
A te figlia mia dispersa
Non più una città matria resta
Ma fondare una Terra diversa.

Nel prossimo numero
Continua il cammino degli Esploratori Veientani nella seconda puntata del loro reportage alla scoperta della ricchezza naturale del territorio.

IL MONDO A COLORI FERRAMENTA COLORIFICIO ARTICOLI DA GIARDINO a SACROFANO

La recensione

Una battaglia dopo l’altra

di Riccardo Tavani

Un agguerrito gruppo di rivoluzionari americani è stroncato dai reparti speciali di repressione, ma la storia non finisce lì, anzi… Dal romanzo Vineland, 1990, di Thomas Pynchon, il regista Paul Thomas Anderson tra una storia d’attualità, dinamica tanto nei contenuti, quanto nella forma cinematografica, sia negli aspetti drammatici, che in quelli ironici, a tratti comici. La vera grande prova d’attore è quella di Sean Penn, nei panni dello spietato colonnello a capo dei reparti speciali di sicurezza. Non da meno Benicio Del Toro, che all’improvviso rovescia completamente la faccia e il carattere del suo personaggio, dando luogo a un vero spettacolo pirotecnico di azioni e situazioni mirabolanti. Leonardo DiCaprio ha il compito di imprimere una piegatura particolare al suo di personaggio. Esperto d’esplosivi che non si fermava davanti a niente, era uno dei leader del suo gruppo rivoluzionario.

Gira, però, tutte le scene della seconda parte in una sdrucita vestaglia da camera, estremamente simbolica del suo attuale stato di ritiro a vita privata in pantofole, divano, cannabis e vecchi gloriosi film. Ma anche una citazione del mitico Drugo nel film del 1998nIl Grande Lebowski. Ritmo caoticamente serrato, suspense continua, con al vertice la scena magistrale di un lungo inseguimento al cardiopalma di tre auto su una lingua d’asfalto che attraversa il deserto. Azione cinematografica e contenuti politici non si separano mai. Il succo politico del film? “Ragazze/i l’America ha ancora bisogno del vostro slancio ideale, ma nelle forme democratiche”. Certo, ok, peccato che nel frattempo politica e democrazia, non solo in America, siano andare a farsi benedire. Da non perdere. Distribuzione: Warner Bros. Durata: 161 minuti.

Il racconto

La distrazione

Si narra: Rabbi Elimelech stava cenando con i suoi discepoli. Il servo gli portò un piatto di minestra. Il Rabbi lo rovesciò e la minestra si sparse sulla tavola. Il giovane Mendel, futuro Rabbi di Rymanow, esclamò: «Rabbi, cosa hai fatto? Ci manderanno tutti in prigione». Gli altri discepoli sorrisero e avrebbero anche riso apertamente se la presenza del maestro non li avesse trattenuti. Questi però non sorrise. Fece un cenno affermativo col capo e disse a Mendel: «Non temere, figlio mio». Tempo dopo si venne a sapere che proprio in quel giorno un editto contro gli ebrei dell’intero paese era stato presentato all’imperatore, perché lo firmasse. Più volte l’imperatore aveva preso la penna, ma ogni volta qualcosa lo aveva interrotto. Finalmente firmò. Allungò la mano verso il polverino ma prese per sbaglio il calamaio e lo rovesciò sul foglio. Allora lo strappò e proibì che glielo portassero una seconda volta.
Martin Buber

Ex Libris
a cura di M.F.

Non sarà sempre così

Da questo romanzo di Luigi Celeste e Sara Loffredi è stata ricavata la sceneggiatura di Familia, film di Francesco Costabile che presenteremo al Teatro Alpi il 22 novembre alle 17,00.
PROLOGO. Mia madre grida. La sua voce invade il corridoio, sfonda le pareti e l’armadio a sei ante, puntando dritta al mio stomaco. Siedo da solo sul tappeto accanto al mio letto e ho in mano due pupazzi, i loro occhi vuoti mi osservano. Vai da lei, dicono. Ho cinque anni. Mi alzo e esco dalla stanza. Il cuore lo sento dappertutto, persino nei piedi mentre cammino; cerco di controllare il respiro ma ansimo come uno di quei cani piccoli che incontriamo al parco e mio fratello dice che non sono cani veri. Le urla salgono in alto e poi precipitano in basso mentre fisso la porta della camera dei miei, la mano si muove da sola sulla maniglia e il frastuono mi investe, come acqua da un rubinetto aperto all’improvviso. Di fronte a me, la schiena di mio padre. È a cavalcioni sul letto e le sue braccia si muovono al ritmo di colpi secchi che sento crepitare sotto le grida. Vedo il braccio di mia madre di fronte al viso, il suo corpo immobilizzato, il rosso, il rosso sulla maglia, il rosso dappertutto, quella non è una faccia, quella non è mia madre. Grido. Grido! Più forte che posso, più forte di lei. Lui si ferma. Io no. Scappo nella mia camera, mi butto nel letto tirando sopra la testa le coperte. In casa ora c’è un silenzio assoluto, che dura per un tempo lunghissimo. Mi accorgo di tremare. Poi sento attutita una porta che sbatte, passi verso il bagno, acqua nel lavandino, ancora passi e la porta blindata, il giro di chiavi. Se n’è andato. Rimango fermo ancora un po’, il fiato nei palmi, le dita a chiudere gli occhi. Poi mia madre esce dalla camera e la sento muoversi con passo trascinato verso la sala. È viva. Dopo un po’ prendo coraggio, sguscio fuori dal letto e vado da lei. Se ne sta accoccolata su una sedia accanto al tavolo, con una borsa del ghiaccio premuta sul volto e la maglia intrisa di sangue. Non sembra più così rosso, penso. Lei sente i miei passi, tenta di voltarsi ma le riesce a metà, così mi tende una mano. Io non dico niente e non chiedo niente, solo mi avvicino e vorrei salirle in braccio ma non so come fare, così mi accuccio poggiandole la testa sulle gambe. Lei mi accarezza i capelli con la mano, lentamente. Le aveva rotto il setto nasale. Per una settimana si rifiutò di portarla all’ospedale. Quando lo fece, i medici dissero che il naso si era ricalcificato con una deviazione. Per tutti fu l’ennesima caduta dalle scale.
(Luigi Celeste e Sara Loffredi, “Non Sarà Sempre Così: La mia storia di rinascita e riscatto dietro le sbarre “, Piemme, pp. 5-6)”.

il tema in classe
a cura di Gabriella Gandellini (con delega alla scuola)

Mi presento: sono Ugo Serata

di Francesco Antonio Bancone
[…] Arrivati a Cefalonia ci trovammo, così, in piena guerra. I soldati tedeschi che fino a pochi mesi prima erano come nostri fratelli, ora erano i nostri potenziali assassini. Durissimi furono i momenti successivi. La nostra guarnigione lottò disperatamente per giorni e le perdite di vite umane e di amici furono immense. Cercammo l’alleanza con l’esercito greco ma i tedeschi ebbero il sopravvento su di noi. Venimmo divisi tra soldati semplici ed ufficiali e capimmo che il nostro destino sarebbe stato vicino alla fine. Nei giorni successivi venimmo a sapere di ufficiali di un altro presidio della Acqui che erano stati fucilati. Non avremmo atteso a lungo anche noi! E così fu! […] (Alunno della III media, sez. A dell’IC Pitocco plesso di Sacrofano. Francesco è nipote di Ugo Serata).

Il verso giusto
a cura di Monica Maggi

Poesia

“Tra ciò che vedo e dico,
tra ciò che dico e taccio,
tra ciò che taccio e sogno,
tra ciò che sogno e scordo,
la poesia”.
(Octavio Paz)

Poeta, saggista e diplomatico messicano, premio Nobel per la letteratura nel 1990.È considerato come uno fra i poeti di lingua spagnola più importanti della seconda metà del Novecento, assieme a Juan Ramón Jiménez, Vicente Huidobro, César Vallejo e Pablo Neruda. È vissuto in Spagna per lungo tempo, sostenendo la lotta dei repubblicani contro il franchismo. In seguito, prenderà le distanze dal comunismo. Poi visse in Francia, dove si avvicinò al surrealismo. Durante il soggiorno in Francia lavorò con André Breton e Benjamin Péret. Nel 1945 Paz entra nel servizio diplomatico messicano. Sono questi gli anni in cui scrive “Il labirinto della solitudine“, un saggio sull’identità e sulla cultura messicane. Si lega ad Elena Garro, che sposa e dalla quale ha una figlia. Viene nominato ambasciatore in India nel 1962. Lascia l’incarico nel 1968, in seguito al cosiddetto “Massacro di Tlatelolco”. Nel 1956 vince il Premio Xavier Villaurrutia e nel 1981  il Premio Cervantes lo consacra definitivamente come uno degli autori più importanti della seconda metà del Novecento

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La comunità

La doppia identità culturale per i giovani di origine romena

Sacrofano può essere un esempio virtuoso di come la diversità culturale, se accolta e accompagnata con strumenti adeguati, possa diventare un’opportunità per tutti
di Cristina Cotarta

A Sacrofano, comune della Città Metropolitana di Roma, negli ultimi decenni si è consolidata una vivace comunità di cittadini romeni. Molti di loro, per motivi di lavoro o per cercare migliori opportunità di vita, hanno scelto di restare, costruire nuove famiglie e contribuire attivamente alla vita del paese. I figli di queste famiglie, nati o cresciuti qui, rappresentano oggi una nuova generazione che vive quotidianamente immersa nel contesto culturale italiano. Frequentano le scuole del territorio, parlano fluentemente l’italiano e partecipano alla vita sociale del paese. Tuttavia, spesso la conoscenza della lingua romena e delle tradizioni familiari d’origine risulta limitata o marginale. Le ricerche dimostrano però che mantenere un forte legame con il Paese d’origine non comporta effetti negativi, a patto che questo legame sia affiancato da una solida identificazione con la società italiana. La condizione ideale, infatti, è rappresentata dallo sviluppo di una doppia identità culturale: da un lato il mantenimento delle proprie radici, dall’altro un autentico senso di appartenenza alla realtà italiana. 

Ecco la testimonianza di Giulia M., 18 anni, nata a Roma da genitori romeni.
Sapevi che la nascita della lingua romena è simile a quella italiana? Entrambe nascono dal volgare latino ed entrambe hanno avuto contaminazioni di lingue straniere.
Sì.
Quale sono le difficoltà che hai riscontrato nel dover imparare a parlare e leggere l’italiano?
Le difficoltà dell’apprendimento della lingua italiana sono le doppie consonanti, le proposizioni e gli accenti.
Come hai superato la difficoltà nei programmi d’insegnamento?
È stato importante per integrare la lingua nella vita quotidiana vedere film, ascoltare la musica e fare le conversazioni quando è possibile.
Hai ancora dimestichezza con la cultura romena?
La lingua che si impara da piccoli è difficile che poi si dimentichi.”
Quale pensatore, scrittore, poeta, intellettuale romeno ti ha in qualche modo aiutato ad affrontare la cultura italiana?
Mihai Eminescu (*).
Cosa leggi in lingua italiana?
Un po’ di tutto, specialmente romanzi.”
Cosa leggi in lingua romena?
Testi di attualità e saggi vari.

Delia I. 25 anni, nata in Romania da genitori romeni.
Sapevi che la nascita della lingua romena è simile a quella italiana?
Sì, lo so. Entrambe derivano dal latino volgare e nel tempo si sono arricchite con parole di altre lingue.
Quali difficoltà hai riscontrato nel dover imparare a parlare e leggere l’italiano?
In realtà non ho avuto grandi difficoltà, perché sono cresciuta qui fin da piccola e si sa che da bambini si impara tutto molto più in fretta.
Come hai superato le difficoltà o quali programmi d’insegnamento ti hanno aiutato?
Non ho avuto bisogno di programmi particolari, semplicemente vivendo e andando a scuola in Italia ho imparato in modo naturale.
Hai ancora dimestichezza con la cultura romena?
Un po’ sì, ma non come prima. Mi sento molto più legata alla cultura italiana, anche se le mie origini restano importanti.
Quale pensatore, scrittore, poeta o intellettuale romeno ti ha aiutato ad affrontare la cultura italiana?
Non c’è una persona in particolare, ma penso che le radici e la mentalità romena mi abbiano comunque dato una base che mi ha aiutato a capire e apprezzare anche la cultura italiana.
Cosa leggi in lingua italiana?
Di solito leggo libri leggeri, romanzi o articoli online, cose che mi interessano nella vita di tutti i giorni.
Cosa leggi in lingua romena?
Non molto spesso, ma a volte mi piace leggere qualcosa in romeno per non dimenticare del tutto la lingua.

Thomas C., 24 anni, nato a Roma da genitori romeni.
Sapevi che la nascita della lingua romena è simile a quella italiana?...
Sì.
Quali difficoltà hai riscontrato nel dover imparare a parlare e leggere l’italiano?
Nessuna.
Come hai superato le difficoltà programmi d’insegnamento?
Impegnandomi sempre.
Hai ancora dimestichezza con la cultura romena?
No.
Quale pensatore, scrittore, poeta, intellettuale romeno ti ha in qualche modo ad affrontare la cultura italiana?
(Risponde con un’alzata di spalle).
Cosa leggi in lingua italiana?
Libri.
Cosa leggi in lingua romena?
Non ho mai letto cose in rumeno se non messaggi o qualche pezzetto di libro qua e là. 

Rebecca P., 22 anni, nata a Roma da genitori romeni.
Sapevi che la nascita della lingua romena è simile a quella italiana?
Sì.
Quali difficoltà hai riscontrato nel dover imparare a parlare e leggere l’italiano? 
Nessuna in particolare, sono nata in Italia e l’italiano è sempre stata la mia prima lingua.
Come hai superato le difficoltà programmi d’insegnamento?
Non ho avuto particolari difficoltà.
Hai ancora dimestichezza con la cultura romena?
Sì, ho mantenuto negli anni i rapporti con la mia famiglia di origine e questo mi ha permesso di rimanere in contatto con la cultura romena.
Quale pensatore, scrittore, poeta, intellettuale romeno ti ha in qualche modo ad affrontare la cultura italiana?
Non mi viene in mente nessuno.
Cosa leggi in lingua italiana?
Oltre alle letture legate all’ambiente scolastico, ogni tanto mi piace leggere libri fantasy.
Cosa leggi in lingua romena?
Non leggo in lingua romena.

In conclusione, questa doppia appartenenza non è segno di conflitto, bensì di arricchimento. I giovani che crescono con una doppia identità mostrano spesso una maggiore apertura mentale, una più solida autostima e competenze interculturali preziose in un mondo sempre più globale.
(*) Mihai Eminescu (1850-1889) è stato poeta, filologo, scrittore, giornalista e politico romeno. È il più noto poeta romeno.          

 

 

Lettori

Perché attivare il servizio di prestito presso la biblioteca comunale

Le biblioteche a Roma, pubbliche, private, universitarie e specializzate sono più di 700. Quelle gestite dal Comune sono 42, sono dislocate su tutto il territorio cittadino, e presenti in quelle zone che un tempo si chiamavano periferie Nella Città Metropolitana, complessivamente si contano tra le 470 e le 480 librerie, sempre secondo i dati Istat. Secondo network.aie.it, con una ipotesi ragionevole, a Sacrofano si comprano tra i 3 e 5 mila libri l’anno attraverso Amazon. Il numero non è esatto perché la quota online non è resa pubblica da Amazon. Tuttavia è chiaro che a Sacrofano la domanda c’è, l’offerta no, perché non c’è una libreria. Ecco un buon motivo per dotare la biblioteca comunale del servizio di prestito.

Cerbottana

“La base per la manipolazione della realtà è la manipolazione delle parole. Se si riesce a controllare il significato delle parole, è possibile controllare le persone che le devono usare”. Lo ha scritto Philip K. Dick, l’autore da cui è stato tratto “Blade runner”, di Ridley Scott. Siamo sicuri si tratti solo di fantascienza?

Papo's Burger Caffetteria, cocktail, tavoli all’aperto, maxischermo, chiude alle 02.

Restaura/azione

Nel marmo, la storia

Il fonte battesimale della Chiesa di San Biagio è di pregevole manifattura tardo quattrocentesca
di Alessia Felici

Quando si entra nella chiesa di San Biagio lo sguardo è attratto dalla serie di arcate che dividono le navate laterali da quella centrale con un ritmo regolare ed elegante e a seguire, dal soffitto ligneo a cassettoni, dorato e dipinto, ancora meraviglioso nella sua decadenza. Quasi nessuno si sofferma nelle prime cappelle d’entrata. Proprio nella prima cappella di sinistra, disposto al centro della piccola conca absidale e tale da confondersi con il suo stesso colore, si trova una delle più prestigiose ed eleganti opere d’arte conservate nel nostro paese, il fonte battesimale. Completamente realizzato in marmo (il coperchio in bronzo è opera moderna, dono di un devoto a San Biagio) è costituito da una conca ovale che ricorda un bacile, sostenuta da una tozza colonna il cui basamento è di raffinata e pregevole manifattura tardo quattrocentesca.

A sorreggere e sostenere anche simbolicamente il fonte battesimale sono proprio gli “Orsini”, qui chiaramente scolpiti nell’aspetto di orsi che fanno da guardiani ai quattro punti cardinali, “Urbi et Orbis”. Il cartiglio sul fronte recita, in un latino abbreviato, “Fos battismatis et vite eterne”. Ma se si osserva il profilo della conca si notano tre piccoli stemmi, chiaramente identificabili e potentissimi nel loro significato: una scrofa, chiaramente femmina, dalle numerose mammelle bene in vista, simbolo del paese di Scrofano e della sua origine; un albero di quercia bene identificato per i frutti, le ghiande e le radici ben radicate a terra, emblema della “famiglia della Rovere” e lo stemma Orsini, riconoscibile dalla rosa a cinque petali sul campo superiore e le fasce diagonali in quello inferiore, con al centro, nella banda, l’anguilla, che rimanda agli “Anguillara”. Simboli efficaci nella loro semplicità e proprio per questo chiari e potenti, riconoscibili per chiunque li osservasse. Simboli che gli “scrofanesi” del XVI e XVII secolo conoscevano bene perché associati al comando e alle origini. Questo mirabile oggetto, intenso e sacro nel suo significato intrinseco, lasciapassare per la redenzione e la salvezza delle anime, fu dono di due potenti famiglie alla comunità di Scrofano. Si tratta degli Orsini e dei Della Rovere, nello specifico, trattasi di Giovan Giordano Orsini, Duca di Bracciano, sposo in seconde nozze con Felice della Rovere, figlia di Papa Giulio Secondo Della Rovere. Il fonte battesimale fu realizzato per la chiesa di San Giovanni Battista e ne consacra nel suo aspetto tutta la devota potenza e raffinatezza. Solo, in seguito, fu portato a San Biagio.

 

Scoperte

Ragionando su due piedi

Camminare significa vivere il territorio, significa immergersi ed esplorare ogni angolo scoprendone i segreti
A cura degli Esploratori Veientani *

Camminare è un’attività incredibilmente benefica per la salute fisica e mentale. Farlo all’aperto aiuta a connettersi con la natura godendo del sole e dell’aria fresca. Farlo insieme aiuta a rafforzare le relazioni e a creare nuovi legami. Farlo in un ambiente incontaminato è un’esperienza straordinariamente rigenerante e liberatoria che permette di apprezzare la bellezza di ciò che ci circonda. In realtà, significa vivere il territorio, cioè immergersi ed esplorare ogni angolo per scoprirne i segreti. Passeggiare sulle antiche strade, imboccare i sentieri di una volta permette, dunque, di riscoprire la Storia e la cultura di un luogo in maniera più approfondita, in un’atmosfera unica e suggestiva. Così, in onore di San Francesco, figura legata per molti aspetti all’esplorazione e alle scoperte, la mattina del 4 ottobre, messi in cammino nonostante la giornata minacciasse pioggia, ha permesso di coprire l’intero percorso che da Pian Braccone in Castelnuovo di Porto conduce alle Sorgenti del Cremera, estremità dei territori di Sacrofano, Formello e Campagnano, coprendo la distanza di 15 km. Salendo dapprima sul costone di Belmonte, ricco di vegetazione e soprattutto di grotte dove nella parte più meridionale spunta una torre medievale da avvistamento, procedendo diretti verso i pratoni denominati Quarti dalle comunità locali che caratterizzano, ecco apparire un ambito così omogeneo e ricco di verde ricompreso nei comuni di Riano, Castelnuovo, Sacrofano e Morlupo. Questo da secoli ha una destinazione agricola o meglio adibito a pascolo di ovini, bovini ed equini. Per tale motivo si potrebbe definire “la nostra Irlanda”. Ettari di prati e di boschi dove esiste la possibilità concreta di incrociare un cinghiale o incontrare un lupo. Dove l’unico mezzo di trasporto, il più antico, sono le gambe ed è facile imbattersi in testimonianze di epoche passate che nonostante tutto resistono all’usura del tempo e allo stesso all’abbandono dell’uomo. Ripercorrendo questi sentieri, viene alla luce l’antico uso di queste terre, grazie al ritrovamento di particolari manufatti, “le pestarole”, destinate a diversi scopi, come la spremitura dell’uva o il lavaggio della canapa. Per non dire dei vigneti e di quali altre immaginabili attività potevano essere esercitate . Nelle vicinanze e anche all’interno del fosso di Costa Frigida tra pestarole e canalizzazioni, l’attività dell’uomo deve essere stata assai vivace e florida. Lo dicono chiaro al giorno d’oggi, gli scavi prodotti nei blocchi di tufo di cui tutta l’area abbonda. (1. Continua).
[*] Luigi Perini, Francesco Braghetta, Giannicolombo Gualerni e Pietro Macrì.

 

 

Cultura e territorio

Il museo alle porte di Sacrofano

A Malborghetto apre un museo che può attirare visitatori verso il paese
di Piero Santonastaso

A guardarlo oggi, lindo e pinto nelle sue sembianze da Mulino Bianco, non dimostra i quasi duemila anni di storia che porta sulle spalle. E invece l’Arco di Malborghetto, che giace 200 metri prima della stazione di Sacrofano, sulla destra della via Flaminia venendo da Roma, ne ha vissute di ogni colore ed è stato per giunta testimone di uno degli snodi fondamentali della storia occidentale: la vigilia della battaglia di Ponte Milvio del 28 ottobre 312 tra Costantino e Massenzio, prodromica alla cristianizzazione del mondo allora conosciuto. A Malborghetto si accampò l’esercito di Costantino e lì si manifestò in sogno, ma solo all’imperatore, il simbolo da far dipingere sullo scudo dei soldati, il chi-rho (il monogramma con le iniziali di Cristo) con la famosa scritta In hoc signo vinces, che però era in greco (ἐν τούτῳ νίκα, sotto questo segno la vittoria). Una delle tante leggende commissionate da Costantino ai suoi agiografi: l’unico a scriverne, il vescovo Eusebio di Cesarea, nella prima versione del racconto dei fatti di Ponte Milvio nemmeno ne parlava.  Sia quel che sia, la vicenda dette lustro a Malborghetto e così al 17° miglio della Flaminia sorse, forse per decisione del Senato nel 315, l’arco quadrifronte di cui oggi intuiamo le fattezze nell’edificio nei secoli rimaneggiato, incendiato (nella contesa tra Orsini e Colonna), ricostruito, cambiando ogni volta funzione: tempio, fortezza, casale, ospizio per i pellegrini, magazzino, stazione di posta. Ridotto a un rudere, è stato acquisito dal Demanio nel 1982, restaurato nel secondo millennio e reso accessibile dalla Soprintendenza speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma. Dall’11 ottobre e fino al 1° marzo 2026 è sede di due distinte esposizioni: “Malborghetto: memorie archeologiche di pellegrini e giubilei”, dedicata ai pellegrini e ai giubilei del passato; e il percorso ludico-didattico “Giocando la Storia”, realizzato in collaborazione con Explora – Il Museo dei Bambini di Roma.  Nelle vetrinette sono esposti i ritrovamenti degli ultimi scavi: armi, speroni, monete, oggetti dei pellegrini a partire dalla conchiglia simbolo del pellegrinaggio medievale, la capasanta, ceramiche e lucerne. Il progetto dedicato ai bambini presenta pannelli in braille e video in Lis, unendo storia, gioco e tecnologia. Una caccia al tesoro interattiva che offre un viaggio nel tempo, dal IV secolo a oggi, attraverso quiz digitali e contenuti multimediali fruibili via QR code. Presenti tre pannelli sagomati per con la possibilità di ritrarsi in guisa di cavaliere, di locandiera e di pellegrino, oltre a un gioco a tasselli ispirato alla battaglia di Ponte Milvio. Previsti laboratori dedicati ai bambini dai 6 anni in su, per sperimentare le tecniche manuali costruttive dell’antichità. I prossimi sono in programma sabato 8 e sabato 22 novembre. E per chi non riuscisse a visitare fisicamente l’Arco, niente paura: dal 28 ottobre su Prime Video è in programmazione la docuserie “Uncovered Rome”, diretta da Giulio Randazzo su un’idea di Alessio De Cristofaro: l’ultima puntata della prima stagione è dedicata proprio all’Arco di Malborghetto.

Quando – Dall’11 ottobre 2025 al 1° marzo 2026
Dove – Casale di MalborghettoVia Barlassina 1
Sito web: https://soprintendenzaspecialeroma.it/eventi/arco-di-malborghetto-memorie-di-pellegrini-e-giubilei-in-mostra_521/
Telefono: 06 33625595
Orari: vedi calendario di aperture del sito, generalmente giovedì-domenica 9,30-18,30.
Visite guidate: il 15 novembre l’associazione Mirabilia Urbis ha previsto tre visite guidate con inizio alle 9.15, 11.30 e 14.30.

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Terra e gente di cavalli

Sacrofano in sella al mondo

Giuseppe Felici tra i dieci migliori cavalieri nel concorso internazionale di Lanaken
di M F

È successo in settembre. È stato il piazzamento tra i migliori dieci delle finali per i 5 e per i 7 anni, nell’edizione 2025 dei FEI WBFSH Jumping World Breeding Championship for Young Horses di Lanaken per i colori azzurri. Tra i 51 finalisti, la performance migliore è stata quella di Ollallà (DSP/Brandeburg – Orplid x Lesotho) che agli ordini di Giuseppe Felici ha concluso la finale dei 5 anni con un doppio percorso netto conquistando un bel sesto posto. Ollallà, che è di proprietà della MAG Horses, era in assoluto alla sua prima competizione internazionale, mentre Felici, trentaseienne cavaliere di Sacrofano, era al suo secondo Mondiale giovani cavalli dopo quello dello scorso anno. Secondo la FISE, Federazione internazionale sport equestri, a Lanaken, in Belgio, i FEI WBFSH Jumping World Breeding Championship for Young Horses 2025 sono l’edizione numero 30 di un importante appuntamento riservato ai cavalli giovani di salto ostacoli di 5, 6 e 7 anni che negli anni è diventato uno dei più attesi del calendario internazionale della disciplina equestre. Il che dà la misura dell’importante affermazione di Giuseppe Felici. Giuseppe è un giovane uomo dall’aria mite, alto e sorridente, ha a che fare con i cavalli fin dall’età di otto anni, complice una famiglia dedita a uno dei più rinomati maneggi di Sacrofano. Giuseppe non è solo uno sportivo, ma anche un maestro che insegna a giovani cavalieri e amazzoni ad amare i cavalli, e a saperli condurre al successo negli sport equestri. Come è noto Sacrofano è un territorio d’elezione per l’equitazione sportiva, sia da competizione che ricreativa: si calcola che siano in attività ben 14 maneggi, senza contare l’annuale palio della Stella. La trentesima edizione che si è svolta quest’anno ha visto proprio Giuseppe Felici vincitore per i colori della Contrada Monte del Casale. Felici si occupa direttamente dell’addestramento di 25 cavalli. “Montare a cavallo è uno degli sport più o meno difficili a seconda degli obiettivi che il cavaliere si propone” – scrive Luciano De Maria (in “Il grande libro del cavallo”, De Agostini 1987, pag. 194) – “Se per imparare l’equitazione elementare occorre montare un minimo di due o tre volte la settimana per sei mesi, meglio, un anno, per perfezionarsi bisognerebbe montare tutti i giorni, possibilmente più cavalli in un giorno”. Ecco che si spiega come si articola l’attività sportiva e imprenditoriale di Giuseppe Felici. Che ha giustamente ricevuto, a nome della Giunta, gli omaggi della sindaca Nicolini per aver portato nel mondo dell’equitazione il buon nome di Sacrofano. (Nella foto: Giuseppe Felici accolto in Comune da Patrizia Nicolini dopo il successo di Lanaken).

La ricetta del mese

Sani e forti mangiando pasta e fagioli

di A I

“Hai voglia a mangiare pasta e fagioli”, dice una delle versioni del detto popolare, a significare l’importanza della pietanza come fattore non solo di gusto, ma anche di salute ed esperienza. In tempi di esasperato salutismo, poi, ai fagioli, come ai legumi in genere, viene attribuito un importante valore nutritivo, tanto più garantito dalla presenza delle proteine, che al giorno d’oggi sembrerebbero, più che una componente nutrizionale, una vera e propria panacea contro l’aumento del peso. Comunque, vediamo come preparare una pasta e fagioli ricca di sapori, più che di promesse. In un tegame con un poco di buon olio di oliva di Sacrofano aggiungiamo un battuto, ricavato dall’aver tritato sul tagliere con un bel coltello da cucina una fetta di guanciale, aglio un bel gambo di sedano. Ottenuto il battuto, lo aggiungiamo al tegame che scaldava l’olio. Dopo aver rosolato il tritato, aggiungiamo pomodori tagliati a pezzi e, alla bisogna, un cucchiaio di passata di pomodoro. Mescolate e poi aggiungete un poco d’acqua. Quando l’acqua è calda è aromatizzata dal tritato, calate i fagioli, che avrete tenuto a mollo tutta la notte, e aggiungete rosmarino e alloro.  Se volete che la minestra risulti più densa, prelevate dal tegame una piccola quantità fagioli e frullateli. Poi versate nel tegame la crema che avete ottenuto. Qualche minuto e aggiungete ancora acqua. Mescolate, salate moderatamente e portate a ebollizione. Poi calate la pasta: a vostra scelta tubetti, cannolicchi o spaghetti spezzati. Servite con una spruzzata di prezzemolo fresco. Ed ecco crescita, salute e saggezza in una scodella profumata e gustosa.

Donne dei cavalli

Più dame che cavalieri

Anche a Sacrofano le amazzoni sono la stragrande maggioranza dei praticanti l’equitazione

Per secoli l’equitazione, l’allevamento e la cura dei cavalli sono stati ritenuti una “cosa da uomini”. Cavaliere è stato un titolo nobiliare monarchico e oggi è una onorificenza repubblicana. Fino alla Prima guerra mondiale, poco più di un secolo fa, la cavalleria era una delle forze armate. Montare era considerata un’arte marziale, l’allevamento era appannaggio esclusivo di chi possedeva grandi ricchezze, la doma dei puledri veniva generalmente condotta con la forza, per sottomettere l’animale. Le cose sono radicalmente cambiate. Il cavallo s’è affrancato dal suo retaggio militare e ha perso il suo ruolo simbolico di rappresentazione del potere, per trasformarsi in compagno nell’attività sportiva e nel tempo libero, tanto che le statistiche dicono che le donne rappresentano l’80% dei praticanti l’equitazione. Sembra una rivoluzione, ma forse si tratta solo della naturale evoluzione di un rapporto tra specie diverse, in cui le donne hanno finalmente potuto dimostrare la loro peculiare attitudine. D’altronde, anche se più rare di oggi e meno note, perché oscurate da una cultura patriarcale che le voleva in ombra, donne di cavalli sono sempre esistite. La conferma è facilmente riscontrabile a Sacrofano, basta vedere che il numero delle amazzoni ai maneggi supera quello dei cavalieri. (Nella foto: Ginevra Marinelli, 18 anni, si allena al maneggio Le Piane di Sacrofano, il suo istruttore è Giuseppe Felici).

Hair Beauty

Routine invernale per proteggere pelle e capelli

di Emanuele Bruschi

Il freddo esterno, il vento e il calore secco degli ambienti interni (termosifoni) disidratano e indeboliscono la barriera naturale della pelle e dei capelli. La parola d’ordine è idratazione intensiva e protezione. Per contrastare questi stress stagionali, è fondamentale selezionare ingredienti che agiscano in profondità, nutrendo, riparando e sigillando le fibre e la barriera cutanea. Ecco un piccolo elenco di problemi e soluzioni.
Cura della pelle: riparazione e sigillatura. L’obiettivo è ricostruire e sostenere il film idrolipidico, rendendo la pelle meno reattiva e più resistente alla perdita d’acqua.
Riparatori della barriera:
Ceramidi: sono lipidi naturali, essenziali per “cementare” le cellule della pelle. Aiutano a ridurre la perdita d’acqua e la sensibilità. Ideali in caso di irritazioni o eczema.
Emollienti e protettivi (per lo strato esterno): Burro di Karité e Olio di Jojoba: creano un film protettivo sulla superficie della pelle. Questa azione occlusiva impedisce all’umidità interna di evaporare e protegge fisicamente dal vento e dal freddo, riducendo la ruvidità.
Idratanti
Acido ialuronico e glicerina: umettanti che attraggono e legano l’acqua, mantenendo la pelle elastica e compatta.
Cura dei capelli: nutrimento e anti-crespo
I capelli hanno bisogno di sostanze che riempiano, diano nutrimento e sigillino la cuticola per contrastare secchezza, fragilità e l’effetto “elettrico” tipico dell’inverno.
Riparazione della fibra (forza interna):
Cheratina idrolizzata e proteine del grano: penetrano nella fibra capillare per riparare i danni e rafforzare la struttura, rendono il capello meno fragile e più resistente alla rottura.
Idratazione e lucentezza (elasticità esterna):
Pantenolo e acido ialuronico: mantengono l’idratazione all’interno della fibra, contrastano l’effetto crespo e migliorano l’elasticità e la lucentezza. Questi attivi agiscono in sinergia per garantire che la pelle e i capelli non solo sopravvivano all’inverno, ma ne escano più sani e luminosi.

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Suoni e rumori

Non urlare, per favore

Quell’insistente rumore di fondo che è diventata la voce altrui nei luoghi pubblici

È la voce roboante dei clienti, dei passeggeri, dei pendolari, dei pazienti in sala d’attesa, del cassiere del supermercato, di chiunque abbia un telefono in mano e sempre meno pudore nel distinguere tra pubblico e privato. C’è sempre qualcuno che deve raccontare tutto. A tutti. Ovunque, sempre, a voce alta. Si parla al telefono come su un palcoscenico, convinti, o piuttosto compiaciuti, che il bar o il ristorante stia prendendo appunti o formandosi un pensiero su di noi. Siamo messi in ascolto dei loro dialoghi in viva voce, come fosse una performance ossessiva, la spasmodica necessità di essere visti e ascoltati senza via di scampo, Pare che per il Censis la quasi totalità degli italiani è connessa quotidianamente e quasi il 90% usa lo smartphone come principale strumento d’accesso al mondo. Un’indagine condotta da Doxa-Telefono Azzurro dice che gran parte dei ragazzi tra 12 e 18 anni prova molta o moltissima ansia quando è lontano dallo smartphone. Poi l’abitudine prende il sopravvento, e si parla ad alta voce nei locali pubblici anche tra cliente e cameriere, tra cliente e cliente, tra cameriere e barman. E noi, che davanti a una pietanza o a un caffè volevamo ascoltare i nostri stessi pensieri, o leggere un libro, o scambiare un’opinione con un amico,  o semplicemente rispondere alla chiamata di una persona cara o di un collega, per impedire che quelle voci irrompano nel microfono sovrastino la nostra al telefono, siamo costretti al tasto “scusa, richiamo il prima possibile”, che altrimenti gli si riversano contro litigi familiari, diagnosi mediche, strategie aziendali, tradimenti, maldicenze, barzellette sconce, tagli di capelli, progetti per le vacanze, pettegolezzi, vanterie, e via dicendo, dicendo, dicendo…
Alzando il volume della voce si pensa di alzare lo spessore delle proprie affermazioni verbali, della propria affermazione in pubblico. Eppure, le cose più piacevoli della vita sono sempre dette a bassa voce, quasi sussurrando qualcuno vi ha detto “ti amo”, un figlio ti ha chiamato “mamma” o “papà”, hai scoperto di avere una nuova amicizia perché quasi all’orecchio lui o lei ti ha confidato in segreto, un suo difetto o un tuo pregio. La pacata gentilezza si riconosce dalla premura di una voce che tramette parole con le quali comporre un concetto, una informazione, una cortesia. Non è il volume del suono, è il contenuto che trasmette. Un tempo era frequente sentire gli anziani alzare la voce al telefono se riconoscevano un parente che chiamava da lontano, come dovessero farsi sentire senza la mediazione tecnica dell’apparecchio telefonico. A quei tempi, il telefono era una roba di bachelite, spesso appesa a una parete. Oggi che ormai il telefono quasi lo indossiamo, urlano tutti, anche quando non sono al cellulare, basta si trovino in un locale pubblico.

I prezzi

È aumentato anche il caffè al bar

Ci avreste mai creduto che un giorno un caffè al bar sarebbe arrivato a costare 2.300 lire? È successo in queste settimane: la tazzina che tutti prendono la mattina per tirarsi su è andata più su lei, ha raggiunto quota 1,20 euro, che corrispondono, appunto, a 2.300 vecchie lire. Se ne parlate con il gestore del vostro bar preferito, vi dirà che non è colpa sua, ma del fornitore. Se rintraccerete il fornitore, darà la colpa al distributore, che darà la colpa all’importatore, che darà la colpa al produttore, che darà la colpa all’aumento del carburante, dei dazi, delle tasse, delle dogane e via incolpando. Insomma, nella catena dei costi e benefici, ogni anello può rifarsi sull’anello successivo. Tutti, tranne l’ultimo, cioè il consumatore, che non può scaricare i costi su nessun altro che sul proprio stipendio. Della serie: “ e io pago!”, come diceva Totò.

Vocabolario

È nata una nuova parola: broligarchia

Stavolta non si tratta di slang nato tra i ragazzi della generazione Z. Secondo la Treccani questo neologismo è un adattamento della voce inglese broligarchy, composta dai sostantivi bro(ther) (‘fratello’) e (o)ligarchy (‘oligarchia’). Broligarchy è una creazione della giornalista Carole Cadwalladr, autrice dell’articolo intitolato How to survive the broligarchy: 20 lessons for the post-truth world (‘Come sopravvivere alla broligarchia: 20 lezioni per il mondo della post-verità’), apparso sul quotidiano inglese The Guardian. Un modo molto efficace – dice la Treccani – per descrivere la ristretta cerchia di uomini ricchissimi e potenti, rappresentanti delle grandi aziende nell’àmbito delle tecnologie più avanzate, competitive e innovative, che condizionano o mirano a condizionare gli orientamenti politici e le scelte dei governi.

Non solo. La broligarchia, puntualizza ancora la Treccani, riscrive le regole dei giochi globali. È un fenomeno mondiale, non solo americano, accomunato dal desiderio di sfuggire a ogni controllo democratico. Il bro Thiel, cioè Peter Thiel, imprenditore e politico statunitense, che conosciamo anche in Italia per via della sua azienda, la Palantir che fornisce analisi dei big data ad aziende pubbliche e private, ha detto: “La libertà è incompatibile con la democrazia.” I nababbi al potere non si accontentano di accumulare miliardi con razzi, e-vehicle, e-commerce, social media o criptovaluta, ma puntano a ridisegnare le fondamenta della società, svuotando la democrazia dall’interno, secondo Carlo Pizzati, di stampa.it,  in un articolo apparso il 24 novembre 2024.

Cut e Color - KURA la rinascita dei capelli

I protagonisti

La donna che sussurra ai cavalli

Per Ginevra Bandino, titolare del Circolo ippico Fontana Nuova, i cavalli sono esseri viventi prima di essere un tramite per prestazioni sportive

di Marco Ferri

Suo nonno, Ettore Scianetti è stato uno dei protagonisti dell’era d’oro dell’equitazione a Sacrofano. “Il Circolo ippico nacque nel 1973” – dice Ginevra Bandino, che, presa in mano la gestione, lo ha trasformato in azienda agricola -,” a quei tempi l’equitazione era uno sport d’élite, praticato da alti gradi dell’esercito, da aristocratici, divi del cinema e di quella che un tempo si chiamava l’alta società”. L’educazione dei cavalieri e l’addestramento dei cavalli era improntata alla disciplina militare. “Una volta diede una severa punizione al figlio dello scià di Persia che si credeva in diritto di scegliere lui il cavallo da montare”, dice ridendo Ginevra. “Mio nonno aveva una trentina di cavalli, che vivevano in branco”, ricorda Ginevra. “La mattina montava il suo cavallo, andava dal branco, che poi in fila indiana lo seguivano fino alla scuderia. A ognuno era stata assegnata la mangiatoia, se uno di loro si infilava in quella sbagliata, con un lungo pungiglione veniva punto per punizione, così era punito e costretto ad andare a mangiare al posto a lui assegnato”. È il nonno ad averle insegnato a montare. Ma da lui, dice Ginevra, ha anche imparato quello che non crede più sia giusto fare con i cavalli. L’equitazione non è più da tempo uno sport d’élite. Solo a Sacrofano si contano oggi 14 maneggi, chi dedicato alle competizioni, come il salto a ostacoli, il dressage o la monta americana, altri dediti allo sport ricreativo, fatto di allenamento in maneggio e poi di passeggiate nei sentieri che attraversano la florida vegetazione, i boschi, le verdi pianure che fanno di Sacrofano un luogo ideale per questo genere di attività equestre. Il che sta a significare che il numero degli appassionati è cresciuto, essendo diventato più alla portata del ceto medio. “È aumentata l’attività di maneggio, ma non l’educazione sentimentale delle amazzoni e dei cavalieri. Spesso si monta in sella per vincere un titolo, non per conquistare una nuova esperienza ricca vita, di umanità, di sana relazione con l’animale”.  Il Circolo Ippico Fontana Nuova è oggi il maneggio che a Sacrofano si prende cura di cavalli anziani e infortunati, reduci da anni di attività agonistica o malati cronici, alle vie respiratorie, per via delle polveri rilasciate dal fieno secco o più generalmente alle ossa, per via dell’attività agonistica. A sentirla, vengono in mente alcune scene di “L’uomo che sussurava ai cavalli”, film del 1988 scritto e diretto da Robert Redford, scomparso lo scorso settembre. “Il maneggio ospita venti cavalli che hanno bisogno di cure” – dice Ginevraa cominciare da un diverso modo di relazionarsi con gli umani, più comprensiva, meno stressante”. Tra terapie veterinarie ortopediche e osteopatiche e fieno biologico e una diversa relazione tra esseri umani e animali, i cavalli riescono a guarire da patologie, ma anche dallo stress della competizione. Allo stesso tempo, amazzoni e cavalieri si liberano di una concezione puramente utilitaristica, riuscendo a riscoprire un sano rapporto con un animale molto sensibile, che non può essere semplicisticamente considerato un mezzo del proprio tempo libero, quanto piuttosto il vero e proprio soggetto da conoscere, capire, col quale condividere un’esperienza di vita all’aperto. A parlare dello scopo che si prefigge e che la anima, Ginevra si infervora, escono dalle sue labbra parole appassionate, affettuose, premurose verso i cavalli in genere e i suoi in particolare. “Più altruismo animale, meno ossessione per la competitività” sembrerebbe il motto di Ginevra Bandino. Che oltre alla cura dei cavalli, alleva una decina di asinelli che coadiuvano terapie per bambini autistici, e si prende cura di 25 fattrici e di un toro da monta.


“Lui è Magic Bad Boy, era affetto da atassia e allergia alla polvere, il proprietario pensava fosse spacciato. Oggi ha vent’anni, e da 15 anni vive con noi a Fontana Nuova”.

Il successo

Il Palio lo ha vinto il palio

Con Daniele Iacomussi abbiamo fatto il bilancio del 30 Palio della Stella
di Marco Ferri

Siamo davvero soddisfatti” – dice Daniele Iacomussi, presidente del comitato organizzatore del Palio della Stella -, “ho anche ricevuto una telefonata di congratulazioni da parte di Patrizi Nicolini, la nostra  sindaca, ma anche i complimenti degli incaricati dal Prefetto che hanno supervisionato l’andamento dell’evento”. Il 30° Palio della Stella ha visto la partecipazione di 4500 visitatori tra sabato 6 e domenica 7 settembre, in gran parte provenienti dai paesi vicini e da Roma. Contemporaneamente, è aumentato significativamente anche il numero dei sacrofanesi che hanno partecipato a tutte le giornate del Palio, che quest’anno, per la prima volta, sono cominciate mercoledì precedente il week end tradizionalmente dedicato alla giostra competitiva. “È stata una bella e articolata festa della nostra comunità” – dice Iacomussi – “che ha prodotto tanta curiosità anche nei paesi vicini e a Roma. Mi ha particolarmente colpito la presenza di giovani che la mattina di domenica sono venuti a fare il picnic con i loro plaid sui prati adiacenti alla pista”. In effetti, l’organizzazione del Palio è stata predisposta per l’accoglienza di diversi pubblici, dai bambini per i quali era stato predisposto un piccolo parco giochi, agli adulti che si sono ritrovati sulla pista da ballo. Anche la ristorazione in loco è stata apprezzata, non ha sottratto clienti all’accoglienza del paese, anzi molti si sono riversati in paese, affollando i ristoranti e i bar, che hanno beneficiato del successo di pubblico del Palio. La competizione ha visto un ricambio generazionale, giovani cavalieri per la prima volta si sono cimentati con gli anelli e la stella da infilare con la lancia, accanto a professionisti degli sport equestri, uno dei quali è risultato tra i vincitori che correvano con i colori della contrada di Monte del Casale. Il successo della trentesima edizione del Palio della Stella ha anche messo la parola fine alle polemiche, per la verità pretestuose, sullo spostamento fuori al paese. Non solo perché in questo modo l’afflusso del pubblico è stato più agevole, favorendo l’aumento delle presenze, ma la scelta è andata a tutto vantaggio della sicurezza dei cavalli e dei cavalieri. “La sicurezza dei cavalli è sempre in cima alle nostre preoccupazioni”, dice Iacomussi. Tra i motivi delle congratulazioni ricevute dagli organizzatori c’è il fatto, non secondario, che non si sono verificati inconvenienti organizzativi, neppure sulla viabilità. “Con questa edizione abbiamo messo a punto tutti gli aspetti organizzativi che hanno riportato il Palio della Stella alla ribalta, a tutto vantaggio della buona reputazione del paese” – dice Daniele -, “da oggi siamo all’altezza della promessa scritta sulla segnaletica turistica alle porte del paese: Sacrofano, città del Palio della Stella”. Non è poco, in effetti. Soprattutto perché si è andati oltre l’evento tradizionale, si è delineata una prospettiva molto concreta, quella della qualità dell’accoglienza, accompagnata alla cura di un evento cresciuto nel segno della coesione tra le diverse generazioni del paese. Sono buone notizie per il futuro di Sacrofano.

Le idee

Se parlare di politica diventa scabroso

Il trucco di certe polemiche sta nel confondere il discorso politico con l’appartenenza a una parte politica

L’Istat ha indagato sul disinteresse per il discorso politico definendolo una malattia della democrazia, una degenerazione che porterebbe le istituzioni liberali a morire lentamente nel disinteresse o nella diffidenza.

In un rapporto intitolato “Partecipazione politica in Italia” si afferma che la partecipazione al discorso politico è la misura della vitalità democratica di un paese, che è importante “per la coesione e il benessere della collettività perché dalla natura del rapporto tra cittadini, gruppi e istituzioni politiche che caratterizza un sistema politico dipende, in ultima analisi, la qualità stessa della democrazia”. Affrontiamo questo argomento perché il tema rimanda direttamente alla ragione fondante della nascita del nostro giornale, che è promuovere le qualità, la cittadinanza attiva e la coesione sociale del paese, cioè della nostra polis –che per i greci era la comunità civica, cioè l’idea di città, e dunque di vita pubblica e comunità di cittadini. Ma veniamo ai fatti. Nel 2024, a informarsi di politica almeno una volta a settimana è meno della metà della popolazione di 14 anni e più, per la precisione il 48,2%, 8,9 punti percentuali in meno rispetto al 2003. Più di un quarto della popolazione di 14 anni e più (29,4%) non si informa mai di politica. Si tratta, in valori assoluti, di 8 milioni 900mila donne e 6 milioni 300mila uomini: pari rispettivamente al 33,4 e al 25,1%. Ancora più cospicua la componente di popolazione che non parla mai di politica (36,9%): più di 11 milioni e mezzo di donne (43,6%) e oltre 7 milioni e mezzo di uomini (29,9%). A interessarsi e parlare di politica regolarmente sono soprattutto le persone che appartengono a nuclei familiari agiati, cui solitamente si associano titoli di studio mediamente più elevati, mentre i meno abbienti sono più portati a non occuparsene mai. La disaffezione totale per l’informazione e la discussione politica è più diffusa in presenza di titoli di studio più bassi. Non si informa mai di politica l’11,3% dei laureati, una percentuale più che doppia di diplomati (24,4%) e quasi quadrupla di quanti hanno al più la licenza media (41,2%). Colpa dei media, del digitale soprattutto? Il rapporto, sorprendentemente, ci dice che quasi la metà degli utenti di Internet (47,5%, 8,2 punti percentuali in più rispetto al 2014) si informano attraverso i social network; afferma che circa i due terzi (65,4%) di quanti usano la rete per informarsi di politica lo fa ancora attraverso i quotidiani (le versioni on line dei quotidiani) e le news dai canali Internet. Noi abbiamo scelto la carta, perché “carta canta, villan dorme”, come dice il detto. Insomma, ci sono questioni di cui è meglio non parlare per sentito dire, né per partito preso.

 

 

 

 

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