Dannazione Donna di Marco Ferri

Dannazione donna

Domenica 9 marzo ore 17,00, Teatro Ilaria Alpi, largo Ilaria Alpi, Sacrofano

Dannazione donna è una pièce che contiene diversi generi teatrali, è una commedia, ma anche una dramma, ma anche un thriller, ma anche una farsa che approda a vera e propria comicità, situazioni che si alternano attraverso incalzanti colpi di scena.

La vicenda si svolge in una grande azienda, e coinvolge donne con diversi ruoli, dalla donna delle pulizie all’amministratrice delegata, dalla impiegata alla general manager, passando per la precaria, fino alla protagonista stessa.

L’innovazione, che comporta una vera e propria prova attoriale di alto profilo di Monica Ferri, è nell’interpretazione di otto personaggi da parte di un’unica attrice, che rappresenta così tutte le donne che ogni donna deve saper essere nella sua vita di tutti i giorni. La colonna musicale è eseguita dal vivo dal sassofono di Anna Rizzi.

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Ci vorrebbe un paese per giovani

L’idea è un servizio di trasporto pubblico anche in alcune fasce notturne del fine settimana

di Lorenzo Bandinelli

Partiamo dall’evidente assenza di offerta di aggregazione che il paese propone ai ragazzi nella fascia di età che va dai 14 ai 30 anni; non parliamo di carenza di offerta di qualità ma di carenza tout court: di spazi, di idee, di motivi.
Le ragioni sono molteplici, l’assunto iniziale è che i ragazzi per aggregarsi, uscire, svagarsi in qualsivoglia modo, sono costretti a muoversi verso Roma.
Lo fanno (lo si fa) continuamente anche più volte al giorno, per scuola, attività sportive o ricreative, doposcuola ed infine puro divertimento. Non è molto diverso da quello che succede in tanti paesi satelliti di (grandi) città, tuttavia, al di là di ribadire il rammarico di non poter offrire ad almeno due generazioni di ragazzi un motivo valido e stimolante per passare del tempo in paese, una delle cose più alienanti, in un tempo in cui l’isolamento giovanile inizia a essere considerato un problema, è il fatto che ognuno, delle decine di ragazzi che si riversano a Roma, soprattutto nel fine settimana, si muova in maniera autonoma   e ‘privata’. Macchine di genitori che accompagnano i ragazzi (minorenni) in città e che tirano tardi per riaccompagnare la propria figlia o il proprio figlio a casa.
Tutto si poggia su disponibilità, possibilità  e  sacrifici  di  genitori in un caso o su attese, telefonate, messaggi rassicuranti in un altro. Questo è il punto: non offriamo nessuna possibilità di aggregazione, passatempo (men che meno culturalmente di livello) e d’altro canto l’unica cosa che mettiamo a disposizione è il nostro tempo anche ad orari improbabili e la nostra tranquillità. Allora perché non immaginare un contesto in cui adolescenti, ragazzi ma anche, adulti, possano usufruire di un servizio di trasporto anche in alcune fasce notturne del fine settimana che consenta loro di muoversi in totale sicurezza e indipendenza? Non solo per la cosiddetta movida, ma anche per andare al cinema, a teatro, ad avvenimenti sportivi, a concerti, a mostre, a visite archeologiche guidate.

L’uomo che si oppose al totalitarismo

di Niccolò Pendenza 

Per totalitarismo si intende quella particolare  forma  di potere assoluto che non si limita a controllare la società, ma ambisce a trasformarla profondamente attraverso l’uso combinato di terrore e propaganda. Questa è la definizione oggettiva, quella che conosciamo tutti. Ma cosa ne penso io, invece? Non avendo vissuto in prima persona sotto un regime totalitario, posso solo cercare di immaginare cosa significhi vivere sotto un regime totalitario, posso solo cercare di immaginare cosa significhi vivere in un contesto del genere. Prendendo come esempio il fascismo, il regime totalitario che si è avverato nella nostra storia, sono sicuro che l’esperienza fosse un misto di paura costante e senso di impotenza. In tale contesto, ogni opinione dissacrante poteva trasformarsi in una condanna e la propaganda modellava pensieri e valori, privando le persone della possibilità pensare liberamente. Ma ciò che trovo più inquietante è il rischio che il regime non solo opprima dall’esterno, ma che riesca a insinuarsi nella mente, fino al punto di non rendersi nemmeno conto di essere schiavi. Forse il pericolo più grande del totalitarismo non è solo quello di distruggere le libertà, ma di plasmare le persone in modo così profondo da renderle complici inconsapevoli del sistema. In questo contesto la società perde la sua vitalità e il suo dinamismo, trasformandosi in una massa informe, priva di autentici legami umani. Eppure, nonostante tutto, ci sono e ci saranno sempre piccole scintille di coraggio, spesso silenziose ma che testimoniano l’insopprimibile desiderio umano di libertà. Questo coraggio lo troviamo nelle parole di Giacomo Matteotti, che nel suo ultimo discorso in Parlamento, prima di essere assassinato, pronunciò una frase che continua a essere tramandata ancora oggi: “Voi potete uccidere me, ma non ucciderete mai l’idea che è in me”: Quella frase non fu solo un atto di sfida al regime fascista, ma un monito per le generazioni future. Anche sotto l’oppressione più feroce, le idee di libertà e giustizia non potranno mai essere soffocate del tutto. (Nella foto: il manoscritto originale)

Nel Prossimo Numero

Una notizia allarmante: sette ragazzi su dieci non conoscono una biblioteca

L’Istat certifica che il 70,5 per cento dei bambini e ragazzi tra i 3 e i 19 anni non è mai andato in biblioteca. Il 16,8 per cento tra i 6 e i 19 anni non ha fruito di spettacoli fuori casa, cioè non sono mai andati nell’arco del 2023 al cinema, a teatro, in un museo o a una mostra, non ha mai visto siti archeologici, monumenti e neppure un concerto. Ne parliamo con gli assessori alla Cultura della Citta Metropolitata.

A Riano nasce la biblioteca comunale e il teatro

di M F

Licia Capannolo

Licia Capannolo

Il Comune ha attivato le procedure previste dal Pnnr per allestire la biblioteca comunale e il teatro comunale, uno spazio di un centinaio di posti a sedere. Entrambe dovrebbero essere inaugurate entro l’anno. “In effetti, la richiesta di spazi culturali è evidente dalla grande partecipazione del pubblico al Teatro delle Cave”, dice Capannolo. Il Teatro delle Cave è un evento molto suggestivo, che si svolge nelle cave di tufo che operano nel comune di Riano. Per un paio di settimane, nel mese di luglio, in accordo coi i cavatori, si allestiscono rappresentazioni teatrali all’aperto tra gli scavi. “Queste rappresentazioni teatrali, che hanno visto la partecipazione di personaggi noti del mondo dello spettacolo,”, – precisa Capannolo – , “ attirano non solo i cittadini di Riano e dei paesi intorno, compreso Sacrofano, ma anche pubblico che viene da Roma e da Rieti, con significative ricadute sulla capacità di accoglienza della nostro sistema enogastronomico”. Riano gioca un ruolo notevole nell’ambito dell’Etruria meridionale, e questo può essere un punto di forza delle politiche culturali, da affiancare alla prossima inaugurazione della biblioteca e del teatro comunale. A proposito dell’idea di concentrare gli sforzi affinché la cultura, attraverso i suoi strumenti locali, sia utile a “rammendare” la coesione sociale con la conoscenza e il sapere, “credo che  vadano  coinvolte la  Città Metropolitana di Roma e la Regione Lazio, per dare vita a una progettualità che sia insieme capillare sul territorio e al tempo stesso di lungo periodo, per coinvolgere e impegnare le diverse generazioni che abitano e vivono nel nostro Comune”, conclude Capannolo.

 

Diferențe și asemănări între tradițiile culinare italiene și românești

Cristina Cotarta

Bucătăria italiană și românească, deși împărtășesc unele caracteristici, sunt profund diferite, reflectând istoriile și tradițiile lor culturale. Iată un rezumat al punctelor cheie: Influență istorică și geografică: Italia: influențe romane, grecești, arabe și normande. Bucătărie regională bogată și variată, cu mâncăruri precum paste, risotto și pizza. România: tradiții balcanice, otomane, maghiare și slave, cu preparate rustice și consistente precumcarne de porc, pasăre și mămăligă. Ingrediente principale: Italia: roșii, ulei de măsline, paste, brânzeturi și mezeluri. România: Carne (în special carne de porc), legume, produse lactate, mămăligă și pâine. Primele feluri de mâncare și supe: Italia: Paste, orez și supe cu leguminoase și legume proaspete. România: Ciorbă, adesea cu carne și mămăligă. Pâinea este, de asemenea, foarte prezentă. Felul doi : Italia: Carne la grătar, înăbușită, pește și carne regională. România: Sarmale, mititei, carne prăjită și înăbușită, tocanita cu mămăligă și legume.
Dulciuri și deserturi: Italia: Tiramisu, cannoli, panettone, tartă. România: Cozonac, papanasi, plăcinte. Vinuriși băuturi: Italia: Vinuri fine precum Chianti, Barolo, Prosecco, cu o puternică cultură a asocierii mâncării șivinurilor. România: Vinuri autohtone precum Fetească Neagră și Fetească Albă și țuică (distilat Cultura gastronomică: Italia: Bucătărie renumită pentru calitatea, simplitatea și valoarea meselor ca momente de socialitate. România: Bucătărie rustică, legată de tradițiile țărănești, cu preparate abundente și sezonalitate încentrul meselor de familie și festive. Concluzii: Bucătăriile italiană și românească diferă în principal în ceea ce privește preparatele șimetodele de preparare. În timp ce Italia preferă mâncărurile ușoare și variate, cum ar fi pastele șipeștele, România se concentrează pe mâncăruri mai robuste, pe bază de carne și mămăligă. Ambelereflectă identități culturale puternice și o pasiune comună pentru mâncare ca moment de convivialitate. Bucătăria italiană este foarte populară printre români.

associazione Coccinella Il Faro

Perché è nata e cosa sta facendo l’associazione Kinduku

Un filo rosso tra Sacrofano e Kenge, nella Repubblica democratica del Congo

di Augusta Serata

La parola congolese “Kinduku” si traduce in italiano con amicizia, fraternità e non è un caso se è stata scelta, un anno fa, da un piccolo gruppo di sognatori come nome per l’associazione che hanno fondato. L’Associazione Kinduku è nata dall’esigenza di poter fare qualcosa per una terra lontana che abbiamo imparato a conoscere grazie alla presenza a Sacrofano di un giovane sacerdote, Don Ugo, il quale ci ha mostrato un mondo distante anni luce dal nostro, un mondo di grande povertà, ma allo stesso tempo di grande dignità, un mondo dove le persone non hanno i mezzi per intraprendere un percorso di cambiamento mirato al miglioramento della propria condizione e quella dei propri figli. L’unico modo per attuare tale percorso di cambiamento è l’intervento esterno che, nella stragrande maggioranza dei casi, non arriva dal governo e dalle istituzioni locali, ma  da organizzazioni estere che come la nostra hanno preso a cuore la situazione. L’associazione ha subito fissato i suoi obiettivi fondamentali: scavare un pozzo per l’acqua, costruire un nuovo ambulatorio e avviare una piantagione di banane nella città di Kenge nella Repubblica Democratica del Congo. Priorità assoluta l’acqua. L’acqua è vita. Noi ci lamentiamo se tolgono l’acqua per qualche ora  dalle nostre case, loro non hanno l’acqua nei villaggi e per procurarsela, soprattutto donne e bambini, sono costretti a percorrere chilometri nella foresta per raggiungere l’unica piccola sorgente e procurarsene quel poco che serve per le cose essenziali.L’impresa sembrava impossibile perché i costi per la realizzazione di un pozzo sono altissimi, mille le difficoltà perché lì tutto è difficile: far arrivare i mezzi e la trivella dalla città attraverso strade impraticabili, scavare fino alla profondità di 150/180 metri sperando di trovare l’acqua, costruire una cisterna, acquistare un generatore di corrente. Insomma, una impresa titanica soprattutto dal punto di vista economico! Invece la risposta dei nostri concittadini ci ha stupito, hanno risposto in molti con grande generosità. Una famiglia in particolare ha offerto una cifra tanto importante che si è pensato di destinarla esclusivamente alla realizzazione del secondo obiettivo che l’associazione si era prefissata: un nuovo ambulatorio. Grazie a questa importante offerta a novembre dello scorso anno sono stati avviati i lavori di costruzione del nuovo ambulatorio che si sono conclusi ai primi di ottobre quando, in presenza del Presidente dell’Associazione Kinduku, Rocco Cillo, è stato finalmente inaugurato. Allo stesso tempo, la raccolta per la realizzazione di un pozzo a Kenge è proseguita non solo grazie alla generosità delle persone ma anche con iniziative come un mercatino  di artigianato congolese e una cena etnica in cui a cucinare sono stati gli africani presenti a Sacrofano. Alla fine di ottobre il sogno è diventato realtà: da una profondità di 150 metri è sgorgata l’acqua, una colonna prepotente di acqua. Adesso, il pozzo c’è. Grande soddisfazione per il raggiungimento di questo importante obiettivo ma l’associazione non si ferma qui.  Ora che hanno l’acqua diventa molto importante usarla al meglio, ad esempio, per diversificare la loro alimentazione che attualmente si basa solo ed esclusivamente sul consumo di manioca. Ed ecco che sono già iniziati i lavori per il dissodamento del terreno per creare una piantagione di banane e già si stanno pensando future iniziative per la raccolta di fondi che saranno destinati a questo scopo.

Una passeggiata storica nel Parco di Veio

Veio e Roma hanno sviluppato per secoli un rapporto di amore-odio. Fino alla nascita del fundus Scrofanum

di Piero Santonastaso


Perché tra i nove comuni che formano il Parco naturale regionale di Veio (Campagnano di Roma, Castelnuovo di Porto, Formello, Magliano Romano, Mazzano Romano, Morlupo, Riano, Sacrofano e il XV Municipio di Roma), proprio Sacrofano è stato scelto come sede dell’ente? Risposta facile: è l’unico comune il cui centro abitato ricada nel triangolo di 15mila ettari tra Cassia e Flaminia  che costituisce il Parco. E ci sono meriti storici: sono state le sorgenti del Monte Musino a tenere in vita la città etrusca. Dice: ma le rovine di Veio stanno a Isola Farnese. Sì, ma quello è Comune di Roma e non sarebbe stato politicamente corretto piazzare all’ombra del Campidoglio la sede di un ente intitolato alla prima, vera nemica dell’Urbe. Già, perché Veio e Roma hanno sviluppato per secoli un rapporto di amore-odio. Quando sui colli capitolini iniziano a formarsi i villaggi che daranno vita a Roma, nel IX secolo avanti Cristo, la riva destra del Tevere è già sotto il dominio etrusco, di Veio in particolare – i latini la chiamavano Ripa Veiens o Veientana -, che controlla le vie di comunicazione nella fascia da Riano al mare – in particolare il guado di Fidene per il traffico delle merci tra l’Etruria, il Lazio e la Campania – e soprattutto le ricche saline costiere. L’ager Veientanus è fertile, ben organizzato, costellato di piccoli centri all’occorrenza trasformabili in roccaforti. Ve ne sono naturalmente anche sulle alture che guardavano il Tevere, dal Gianicolo, al Vaticano, a Monte Mario: resti di un pagus (villaggio) etrusco sono venuti alla luce nel 1921 di fronte all’ex Santa Maria della Pietà, a Colle Sant’Agata. Roma cresce, Veio controlla, insomma, con il Tevere a fare da confine condiviso attraverso il quale si fa commercio di ogni bene. Le frizioni iniziano presto. Secondo le fonti è Romolo il primo a scontrarsi con i veienti, riportando una vittoria. Poi è la volta di Tullo Ostilio e di Anco Marcio, che sottrae agli etruschi il controllo della riva destra e, soprattutto, delle saline, imponendo una pace di cento anni. Si va avanti così, fra scaramucce di confine e tregue fino al 13 febbraio 477 a.C., da allora in avanti segnato nel calendario come giorno infausto. Accade che l’esercito romano formato interamente dalla gens Fabia e dai loro sodali cade in un tranello teso dai veienti sul Crèmera – allora fiume vero, oggi rigagnolo noto come Fosso della Valchetta – e vengono massacrati, tutti. Sull’onda  dell’entusiasmo gli etruschi si spingono fino al Gianicolo, dove però cadono a loro volta in un agguato e vengono sconfitti dai quiriti. Per 70 anni i veienti continuano una politica di incursioni nel territorio di Roma, finché il Senato capitolino decide che è tempo di risolvere il problema. Nel 407 a.C. i romani iniziano un assedio lungo dieci anni, senza grossi risultati. Un guaio vero, perché allora l’esercito era formato da cittadini costretti ad abbandonare le loro attività, oltre a doversi pagare armi e protezioni. Nel 396 la svolta: viene nominato dittatore Marco Furio Camillo, che fa scavare una galleria fin nel cuore dell’acropoli veiente e coglie così di sorpresa gli assediati, ordinando la strage. La presa di Veio è un punto di svolta per Roma, che si apre la strada verso le future conquiste al Nord, e per i romani, che godono della nascita dello stipendium, indennità in denaro per i cittadini arruolati. Veio viene ridimensionata anche come centro urbano, ma continua a godere dell’antico prestigio, tanto che quando nel 390 a.C. Roma è saccheggiata e incendiata dai galli senoni, prende piede l’idea di abbandonare la città per ricreare una nuova Urbe proprio a Veio. L’idea si infrange contro la leggendaria frase pronunciata da un centurione mentre il Senato dibatte sul trasferimento. Ordinando ai suoi legionari di  accamparsi, narra Tito Livio, l’anonimo graduato grida “signifer,  statue  signum; hic manebimus optime” (“vessillifero, pianta l’insegna; qui staremo benissimo”). Per i senatori è un segno del destino, così Veio perde l’occasione di sostituirsi nella storia a Roma. Veio continua a vivacchiare, finché prima Giulio Cesare e   poi Ottaviano Augusto non assegnano le terre della zona ai veterani dei loro eserciti, con la fondazione del Municipium Augustum Veiens. Di Veio si perde progressivamente il ricordo, mentre all’estremità settentrionale del suo territorio assume pian piano importanza il fundus  Scrofanum, che poco dopo il Mille diventa prima un centro fortificato e poi un vero e proprio castello. L’antenato della nostra Sacrofano.

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Anche Sacrofano partecipa al Giubileo


Sant’Emidio, particolare della Chiesa di San Giovanni a Sacrofano, foto di Matteo Marocchi

Un gruppo di volontari ha “riaperto” al pubblico l’antica chiesa di San Giovanni, nel centro storico, risalente al XII secolo e restaurata nel XV. A partire dallo scorso novembre, è possibile visitare la chiesa di San Giovanni, nel centro storico, durante i giorni del fine settimana. L’iniziativa  durerà per tutto    il prossimo anno, inserendosi così nelle manifestazioni legate al Giubileo 2025. Della chiesa, recentemente restaurata, ci eravamo occupati nel numero uno, con una intervista ad Alessia Felici, responsabile del progetto di restauro. L’intervista è attualmente disponibile on line, cliccando sul link: https:// www.lanuovasacrofano.it/copy_-monte-musino-il-luogo-divino/. Realizzato da Gaia Villò, il testo risulta un ottimo viatico, ricco di informazioni storiche e artistiche, per una visita auto-guidata nella chiesa di San Giovanni, il cui accesso sarà possibile ogni sabato e domenica dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 17. Il progetto di riapertura alle visite è stato realizzato grazie all’impegno di 75 volontari, tra cui la stessa Alessia Felici, Massimo Cucè, Alberto Ceccolini, Miriam Villò e Gianni Gualerni, che si alterneranno nell’accoglienza dei visitatori. Con la benedizione di don Giuseppe Acquilanti.

“Investire nella cultura, cioè nel rapporto scuola-biblioteca-teatro”

di M F

Vanda Braghetta

Vanda Braghetta

“Abbiamo due strumenti molto importanti per la politica cultuale del Comune – dice l’assessora Vanda Braghetta -, “la biblioteca comunale, che sta per compiere il terzo anno di vita e il Teatro Ilaria Alpi, che siamo riusciti ad attrezzare con luci e impianto audio e che comincia a produrre spettacoli”. La biblioteca funziona grazie all’impiego di ragazzi impegnati nel Servizio civile. Finora sono stati catalogati circa cinquemila volumi, gli iscritti sono poco più di trecento, ogni giorno tra i quattro e gli otto studenti frequentano la biblioteca per studiare, tra le 9 e le 18 dei giorni feriali. Dopo quell’orario, si svolgono una serie di iniziative, organizzate da associazioni. La programmazione è una miscellanea di eventi, con l’intenzione di raccogliere l’attenzione dei soci delle associazioni. Presso la biblioteca si svolgono anche corsi a cura dell’Associazione Ciao Lab, uno dei quali, il corso di fumetto, ha raccolto 28 iscritti. Braghetta è consapevole che si sente la mancanza di un bibliotecario professionista, ma le finanze ancora non sollecitare una manifestazione di interesse per la gestione del Teatro Alpi -, dice Braghetta _“ci sembra un modo per dare continuità e coerenza alla programmazione  del  cartellone”. Sul fronte didattico, i rapporti con il nuovo dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo Guido Pitocco consentono di coinvolgere i ragazzi in iniziative che prevedano una assidua frequentazione sia del teatro che della biblioteca. Realizzare questa messa in rete sarebbe un decisivo contributo per il superamento di quello contraddizioni di cui si sono occupate le ricerche Istat già citate. Un’idea potrebbe essere lanciare la campagna “vieni a fare i compiti in biblioteca”, coinvolgendo il Centro anziani perché fornisca volontari che aiutino i ragazzi nei compiti.

Fave al guanciale

Una prelibatezza tipica del mese di maggio

di A I

Siamo al  piacere  di  suggerirvi  di  servire  questo  piatto tipico sia come portata che come contorno di carni arrosto o lesse. La regina è la fava romanesca, perché è tenera e saporita. Diffidate delle imitazioni. Le fave al guanciale non devono risultare né dure né scure, ma mantenere il loro colore  naturale  e  la  caratteristica  dolcezza  di  quando le mangiate crude, magari col pecorino, altra immancabile abitudine da onorare nel mese di maggio. Versate in  un  tegame con cucchiaio di  olio extravergine di oliva, – meglio se è  quello di  Sacrofano -,  aggiungete un cucchiaio colmo di cipolla tagliata a pezzetti piccoli e sottili e un cucchiaio di fettine di guanciale. Fate cuocere finché la cipolla non diventa trasparente così come il grasso del guanciale, poi versate nel tegame 500 grammi di fave sbucciate, fate insaporire, girando con un mestolo lentamente, poi aggiungete un pizzico di sale e una spruzzata di pepe. A questo punto, aggiungete mezzo bicchiere di  brodo vegetale o  semplicemente dell’acqua,  e fate cuocere a fuoco allegro. Quando il brodo si è asciugato, spegnete il fornello. Lasciate riposare. E poi impiattate, gustandovi il profumo allegro della primavera di Sacrofano.

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Da oro rosso del Made in Italy a rito sociale

Tradizionalmente, a Sacrofano il pomodoro era sempre presente negli orti familiari, e verso agosto, quando era in abbondanza e ben maturo, si passavano intere giornate a fare le “bottiglie di passata”.

di Simone Bianchini

In quell’occasione, la famiglia si riuniva per imbottigliare grandi quantità di pomodoro, che veniva poi fatto bollire  in grandi calderoni e conservato in cantina per essere utilizzato durante tutto l’anno. Oggi, invece, la coltivazione del pomodoro negli orti familiari è più orientata verso il consumo ‘fresco’, con una preferenza per varietà destinate ad essere consumate in insalata. Il pomodoro, originario delle Ande e diffuso nell’area compresa tra il Cile, il Perù e l’Ecuador, è stato introdotto in Europa intorno al XVI secolo. Inizialmente, non veniva utilizzato per scopi alimentari, ma piuttosto come pianta ornamentale, in parte per la sua bellezza e in parte perché molti lo ritenevano un frutto velenoso. I Maya furono tra i primi a coltivare il  pomodoro,  selezionando  varietà  con frutti più grandi rispetto a quelli selvatici. Successivamente, gli Aztechi diffusero questa coltura nelle regioni meridionali del Messico, dove il frutto era chiamato “tomatl”, termine che ha dato origine alla parola “tomate”. Quando gli esploratori europei giunsero nel Nuovo Mondo, portarono il pomodoro  in Europa, dove la pianta si diffuse inizialmente a fatica, prima in Spagna e poi in Italia, e soltanto dal XVIII secolo riuscì a stravolgere le tradizioni culinarie del continente. Nel Sud Italia, dove le condizioni climatiche favorevoli permisero una rapida espansione della coltivazione, furono introdotte le prime tecniche di conservazione del pomodoro. L’Italia è oggi uno dei principali produttori mondiali di pomodoro da industria, insieme a Stati Uniti e Cina. Secondo i dati più recenti forniti dall’Associazione Nazionale Industriali Conserve Alimentari Vegetali (ANICAV) e dal World Processing Tomato Council (WPTC), nel 2023 la superficie coltivata ha raggiunto circa 70.000 ettari, con una produzione di quasi 6 milioni di tonnellate di pomodoro da industria, pari al 13% della produzione mondiale. Il nostro paese si conferma così il primo produttore di pomodoro da industria in Europa, seguito da Spagna e Portogallo, e il terzo produttore mondiale, con circa 5,4 milioni di tonnellate, dietro Stati Uniti e Cina. Inoltre, è il primo esportatore mondiale di concentrato di  pomodoro.

I  principali mercati di destinazione includono paesi europei, Stati Uniti, e anche alcuni mercati emergenti in Asia e Africa. Oltre ai concentrati, l’Italia esporta anche altri prodotti a base di pomodoro, come salse e passate, che sono particolarmente apprezzati in tutto il mondo per la qualità e l’autenticità. La domanda continua ad essere forte, anche grazie all’elevata reputazione della cucina italiana, che ha aumentato il consumo di questi prodotti a livello globale. Considerato che il prezzo dei pomodori da industria si aggira intorno ai 130-150 euro per quintale, ovvero circa 12-15 centesimi al kg, è evidente che per garantire un buon reddito è necessario coltivare  grandi  quantità,  puntando  su  una  produzione  su larga scala che permetta di ottimizzare i costi e le rese, scegliendo varietà di pomodoro in grado di garantire alte produzioni, spesso a discapito delle caratteristiche organolettiche. Ad oggi, l’export italiano di pomodoro da industria rappresenta una risorsa fondamentale per l’economia del settore, con un valore che si aggira intorno ai 2 miliardi di euro all’anno e un volume che supera 2 milioni di tonnellate di prodotti trasformati, consolidando il nostro paese come leader globale nella produzione e trasformazione di questo fondamentale prodotto agricolo. Oggi, sebbene siano poche le famiglie che continuano  a tramandare la tradizione della passata fatta in casa, la memoria di quei semplici gesti rimane un simbolo della vita rurale di un tempo, un patrimonio da non dimenticare

Dalla vacca, al vitello fino al piatto

Nei pascoli dell’Università degli Allevatori di bestiame si produce carne che avrebbe bisogno del marchio di qualità

“Il territorio seleziona la razza” dice Enrico Granori,  titolare, con le figlie, dell’Azienda Agricola Fontanella della Ciota. Ciota in dialetto significa ciotola, e prende il nome da una specie di recipiente naturale che si è formato in un basamento di roccia, da cui si abbeverano gli animali al pascolo. Per altro, sempre per rimanere in tema, ciota è anche il “culetto” di un pane, la cui mollica veniva intrisa di latte di una fattrice per diventare una piccola colazione. La razza di cui parlano i Granori è la maremmana, i cui capi vengono allevati in conformità ai disciplinari stabilititi dalle politiche agricole comunitarie, compresa la specifica “classy form”, vale a dire attenzione e cura dell’alimentazione, la corretta somministrazione di integratori vitaminici e minerali, e il controllo del peso, soprattutto nel periodo dell’ingrasso dei vitelli. “Nella nostra azienda agricola”, -dice Lorena Granori – “alleviamo 30 capi, che producono vitelli da cui si ricava ottima carne, grazie all’allevamento estensivo, vale a dire il pascolo libero sugli ettari messi a disposizione, col criterio dell’usi civici, dall’Università degli Allevatori”. Nel territorio di Sacrofano si calcola ci siano 200 bovini e tra i 200 e i 300 equini. Se oltre all’allevamento, ci fosse la possibilità, o per meglio dire, la volontà organizzativa di dare vita a un consorzio per la produzione e un marchio di tutela e garanzia della carne di Sacrofano, – come avviene in numerose località italiane -, il territorio ne ricaverebbe un grande giovamento anche in termini di buona reputazione, con ricadute economiche che andrebbero a vantaggio di tutta la comunità.

Anime galleggianti nel soffio divino di Sardegna

In attesa che apra una sala cinematografica, vi presentiamo un film che ci piacerebbe fosse proiettato a Sacrofano

di Riccardo Tavani

È più di un documentario e più di un film messi insieme. È uno sprofondare alle radici ancestrali della civiltà europea, per mostrarne la vitalità febbrile, attiva, sempre attuale, sotto l’epidermide del presente, in scorrimento sotterraneo permanente verso il futuro. È Anime galleggianti, film del 2024 di Maria Cristina Giménez Cavallo. Italo-americana, sua madre, Jo Ann Cavallo, prof di letteratura latina, le ha trasmesso il morso non solo di tutti quei grandi poeti – in primis Ovidio e le sue Metamorfosi –, ma anche dei miti e delle leggende arcaiche che ritroviamo in canti e rappresentazioni tradizionali in diverse regioni  del Mediterraneo. La Sardegna, mitologica sopravvivenza di Atlantide sotto di essa sprofondata, è davvero un continente serrato in uno scrigno di anfratti, lingue, canti, silenzi, che non si schiude facilmente, lasciando chi vorrebbe penetrarvi al solo rivestimento, come quello di superficie delle sue querce da sughero. Il fascino, però, è un fenomeno di reciprocità. Lo si esercita e lo si subisce. La terra sarda non poteva sfuggire al fascino di una proposta che svelava il tesoro misconosciuto del suo arcaismo eternamente presente, e dunque sempre in simbiosi tra passato e futuro. E con ‘terra’ si intendono inseparabilmente i suoi abitanti. Anche il film è uno scrigno cinematografico aureo che condensa in appena settanta minuti una materia poetica la cui tessitura ci penetra in modo drammaticamente suadente. Pitagora, Callisto, le Parche, Aracne, la Filolanza, Apollo e Dafne, Plutone e Proserpina, Orfeo ed Euridice, in giardini, castelli, grotte, gole di pipistrelli, protagonisti in luoghi nuragici incantati e misconosciuti, tra canti e danze tradizionali, spesso nella consumazione della violenza umana e divina contro l’originario femminino simbiotico con la Natura.

Quel costante bisogno di sentirsi al centro dell’attenzione

di Luigi De Maio, psichiatra

Ci sono atteggiamenti che ci fanno percepire distanti alcune persone Si tratta di coloro che antepongono sé stessi nelle più svariate condizioni, come quando irrompono nei discorsi per affermare il loro punto di vista e ignorare gli altri, o quando esprimono le proprie scelte con un eccessivo senso di superiorità. Quando tale atteggiamento è supportato dal bisogno patologico di riconoscimento da parte degli altri, allora possiamo considerare che si è in presenza di una condizione  mentale  definita  in   psicoanalisi   “narcisismo”. Che cos’è? Apparentemente una eccessiva ammirazione di sé stessi, in realtà nasconde il costante bisogno di sentirsi al centro dell’attenzione altrui, la necessità ossessiva di ottenere l’approvazione degli altri, ma ancor di più la negazione dei bisogni o dei desideri di chi gli è accanto pur di primeggiare. Ogni azione compiuta è agita solo per dimostrare di essere più bravo, più capace, più tutto. Questo atteggiamento determina una scarsa empatia verso il mondo relazionale circostante. Una freddezza o una diffidenza di cui non si è assolutamente consapevoli, tanto da meravigliarsi se qualcuno dovesse far notare la mancanza di calore umano. In fondo sono persone che amano solo nella sua loro mente, ma non nel cuore. Si potrebbe immaginare che il narcisista sia felice, purtroppo non è così. La spirale di dipendenza lo porta comunque a un profondo senso di frustrazione e di esaltazione. Tutt’altra cosa è l’edonismo che rappresenta una filosofia di vita che pone il piacere e la felicità come obiettivi principali spaziando in ogni ambito delle esperienze umane. Questo può includere il godimento di piaceri fisici come il cibo e il sesso, ma anche piaceri intellettuali e spirituali.In sintesi, mentre il narcisismo riguarda principalmente l’auto-ammirazione e il bisogno di approvazione, l’edonismo si concentra sulla ricerca del piacere e della felicità.

L’olio essenziale di pino è essenziale per la vostra bellezza

di Francesca Maglietta Oskarova

Con la stagione invernale e con il Natale alle porte, non è raro entrare nelle case e sentire quel profumo di pino che si sprigiona da qualche pigna o ciocco di legno messi a bruciare nel camino, ci viene subito in mente l’immagine dei pini che costeggiano le nostre strade ed il nostro territorio mediterraneo. Del pino non dobbiamo solo ammirare la sua maestosità quando lo vediamo nelle nostre campagne ma apprezzare anche le sue innumerevoli proprietà. Con una lunga e interessante storia che risale fin dalle antiche civiltà greche, l’olio essenziale di pino è stato utilizzato in passato da molte culture per le sue proprietà terapeutiche, aromatiche e antisettiche. Gli stessi Romani lo impiegavano per disinfettare e profumare i bagni pubblici. Antibatterico e valido aiuto nei casi di pelle impura, contrasta la comparsa di brufoli e punti neri, altresì grazie alla sua alta percentuale di antiossidanti rallenta il processo di invecchiamento cutaneo. Non dimentichiamo anche i  benefici  del  suo  utilizzo sul cuoio capelluto e sui capelli; infatti, grazie alle sue particolarità combatte la forfora e i capelli grassi e ne favorisce la crescita stimolando la circolazione sanguigna. L’olio essenziale di pino non è solo un prodotto naturale, ma un simbolo di una lunga tradizione di utilizzo nella medicina  e nella bellezza. La sua storia, che attraversa culture e secoli, testimonia l’importanza di questo olio  nella  cura della salute e del benessere, possiede infatti virtù balsamiche che lo rendono un valido aiuto nei suffumigi e coadiuvante nel trattamento dei sintomi influenzali e delle affezioni respiratorie. Oggi, continua a essere un ingrediente prezioso in molti prodotti cosmetici e terapeutici, mantenendo viva la sua eredità storica.

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Dormire col cane?

Antropomorfizzare l’amico a 4 zampe è solo un segno di egoismo

Alessandro Floris, veterinario

“Chi è il miglior amico dell’uomo?” Tutti conoscono la risposta a questa domanda, ma solo pochi sanno che l’amicizia tra uomo e cane ha una origine molto antica. Il cane, strettamente imparentato con il lupo, fu il primo animale addomesticato nel Paleolitico. Gli uomini vivevano di caccia e di vegetali spontanei e il cane divenne subito  un prezioso alleato per la sopravvivenza. Con il tempo il cane cominciò a controllare le greggi e spalleggiare l’uomo nelle battute di caccia, quindi il rapporto uomo-cane si è consolidato negli anni fino ad arrivare nei nostri letti. Una abitudine che ormai scivola timidamente nelle nostre case. Questi i motivi: il primo in assoluto, è che Fido adora dormire vicino a noi, tra le gambe, abbracciato al nostro cuscino, ama la comodità, il calore delle nostre coperte. Di contro anche noi beneficiamo attivamente di questa abitudine, ci rilassa, ci aiuta a liberare lo stress, ci fa sentire coccolati, ci fa produrre ossitocina che favorisce il riposo. Condividere lo stesso spazio ci  lega in  modo indissolubile a questa millenaria amicizia. Però, c’è un però. Le controindicazioni non sono di poco conto sia per noi umani che per loro. Durante la nanna condivisa parassiti e batteri potrebbero entrare in contatto con noi perché le cosiddette zoonosi (malattie trasmissibili all’uomo) sono in agguato soprattutto se i bambini frequentano il nostro lettone. Altro problema sono i continui risvegli ai quali veniamo inconsciamente sottoposti, legati al movimento del nostro amico che, ricordiamo, vive ritmi circadiani completamente diversi dal nostro e quindi al minimo rumore reagisce e si muove. Molti danno il via a questo fenomeno con la storica frase” Va bene, solo per questa volta”, e lì la frittata è fatta: ormai Fido è il padrone del letto, che per altro non è consono al suo modo di vivere, al suo temperamento, alla sua struttura caratteriale che plasma il suo comportamento all’interno della famiglia. Non sono infrequenti, infatti, forme di aggressività nei confronti dei padroni che ovviamente perdono il controllo del branco, perché non dimentichiamo che il cane è un animale da branco e tale dovrebbe rimanere. Quindi non antropomorfizziamo egoisticamente  i  cani,  ma non perdiamo il piacere di averli vicino, per cui una comoda cuccia nella nostra stanza addirittura vicino al letto renderà felici entrambi, dando e ricevendo tutto l’amore che in due milioni di anni ci siamo promessi. “L’amore di un cane dona grande forza all’uomo”, ha scritto Seneca.


Dedicato a tutti coloro che credono che a Sacrofano si servano solo pappardelle al cinghiale.

Ex Libris

La Terza Legge Fondamentale della stupidità umana

a cura di M.F.

Una persona stupida è una persona che causa danno a un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita. Poste di fronte alla Terza Legge Fondamentale, le persone razionali reagiscono istintivamente con scetticismo e incredulità. Il fatto è che le persone ragionevoli hanno difficoltà a concepire e a comprendere un comportamento irragionevole. Ma lasciamo perdere la teoria e osserviamo invece quel che capita in pratica nella vita di tutti i giorni. Tutti noi ricordiamo casi in cui si ebbe sfortunatamente a che fare con un individuo che si procurò un guadagno causando a noi una perdita: eravamo incocciati in un bandito. Possiamo ricordare anche casi in cui un individuo realizzò un’azione il cui risultato fu una perdita per lui e un guadagno per noi: avevamo avuto a che fare con uno sprovveduto. Possiamo ricordare casi in cui un individuo realizzò un’azione  dalla  quale  entrambe  le  parti  trassero  vantaggi: si trattava di una persona intelligente. Tali casi accadono di continuo. Ma riflettendosi bene bisogna ammettere che questi non rappresentano la totalità degli eventi che caratterizzano la nostra vita di tutti i giorni. La nostra vita è anche punteggiata da vicende in cui non si incorre in perdita 2000, peraltro) e quello continuativo dedicato a leggere un articolo online fosse di 15 secondi (secondo Jacques Attali, in “Disinformati. Giornalismo e libertà nell’epoca dei social”, Ponte alle Grazie, 2022). Informare e informarsi è impegnativo e faticoso, ed è quindi incompatibile con simili tempi. Questo è un problema, perché si tratta di attività essenziali per la democrazia e in generale per il benessere e lo sviluppo della società. La maggior parte degli esseri umani cerca di economizzare sul consumo delle proprie risorse, è quindi naturale che persegua e apprezzi il disimpegno. Ecco allora che nei mezzi di pseudo-informazione di massa si  affermano  contenuti  quali  sport,  moda,  gossip,  insomma il futile prevale largamente sull’utile, l’intrattenimento sull’informazione. Come visto, si tratta di un ingranaggio tipico del marketing dell’ignoranza. (Carlo M. Cipolla, “Le leggi fondamentali della stupidità umana”, Il Mulino);

CAF Sacrofano di Eleonora Colasuonno

Storia di Silvia, il tessuto di un talento

L’atelier Sartoria di Via dello Stadio a Sacrofano cuce insieme più storie. Racconti di emigrazione d’andata e ritorno, vite di famiglie che hanno lavorato sodo per costruire  attività  che negli  anni  si  solidificano  e  crescono.  Silvia  Fortunato  nasce    da una famiglia di origine calabrese emigrata in Argentina negli anni ’50. Lei cresce a pochi chilometri dalla regina del Plata: la capitale Buenos Aires. Qui si diploma al Centro Italo Frances de Alta Costura che unisce nel nome italiano/francese l’origine degli inventori della scuola. Silvia da ragazza impara a cucire e tagliare stoffe. A Sacrofano mantiene da 22 anni, dal ritorno in Italia a oggi, la sua attività di sartoria, merceria e piccolo atelier dove fa riparazioni e abiti su misura per donna. Qui è arrivata insieme alla famiglia per raggiungere i parenti originari della Calabria che si erano, a loro volta, stabiliti a Sacrofano. Oggi lavora alla macchina per cucire insieme alla figlia Victoria in un negozio tutto bianco dove rasserenano i colori pastello dei cotoni e degli scampoli di stoffe tra aghi, spilli, nastri, elastici, bottoni e piccoli capi di biancheria, tra le immagini disegnate dalla nostra illustratrice Elisa Pacitti.

Il Verso Giusto

a cura di Monica Maggi

“Chi ha detto che la vita è breve?
Non è vero niente
La vita è lunga quanto le nostre azioni
generose
quanto i nostri pensieri
intelligenti
quanto i nostri sentimenti
disinteressatamente umani.
La vita
è infinita.
Chi ha detto che la gioventù non dura?
Certo, ci sono anche i vecchi.
Ci sono i nazionalventenni
i mercenari e i razzisti
ci sono gli opportunisti di tutte le età
e i pensionati cronici
che pensan solo alla carriera
ci sono le rughe devastanti
dell’avidità di soldi e di potere.
Ma l’esperienza che non ha corroso
lo slancio
l’ironico disincanto
che non fa amare meno gli uomini
la saggezza
che combatte in prima linea
con gli occhi aperti sul futuro
sono l’alloro e l’elce
verdi
estate e inverno.”
(Joyce Lussu)

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